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LA “BATTAGLIA TRA SPIE” NON È AFFATTO CONCLUSA

L’attivismo delle agenzie di intelligence . Luci e ombre sui i casi di spionaggio reciproco tra i tanti nemici che coabitano in Medio Oriente.
di Antonio Picasso

di Antonio Picasso | 16 Maggio 2010

Mentre i negoziati tra israeliani e palestinesi sono rimasti bloccati per quasi un anno, tutte le agenzie di intelligence presenti nel cuore del Medio Oriente non hanno mai interrotto il loro frenetico attivismo. L’ultimo caso risale a pochi giorni fa. Alla fine di aprile le Autorità israeliane hanno arrestato Omar Sayid, membro del partito arabo-israeliano “Balad”.

Venerdì scorso è toccato invece ad Amir Makhoul, direttore dell’Ittijah, una Ong araba con sede ad Haifa. Per entrambi l’accusa è di aver trasmesso informazioni riservate al partito sciita libanese Hezbollah e quindi di “favoreggiamento di un gruppo terroristico”, come dichiarato dalla Magistratura israeliana. Balad è un movimento molto popolare presso la minoranza araba in Israele, circa il 20% della popolazione sui 7 milioni totali. Spesso le sue posizioni sono apparse in netto contrasto con l’opinione pubblica nazionale. È per esempio la sola voce fuori dal coro nel mantenere una posizione moderata in merito alla questione iraniana. Solo un anno fa, una rappresentante del Partito eletta alla Knesset, Haneen Zoubi, sostenne che le ambizioni di Teheran non dovrebbero preoccupare il Governo Netanyahu, perché la “crescita di influenza del regime degli Ayatollah in seno al mondo palestinese sta portando maggiori benefici di quanto abbiano fatto finora la Giordania e l’Egitto”.

Da questo attivismo controcorrente è emersa un’indagine su un movimento scomodo e disarmonico rispetto alla compattezza del pensiero del Paese, a sua volta esplicitamente contrario al dialogo con Hezbollah, Hamas e tanto meno con l’Iran. Le Autorità nazionali hanno deciso di controllare più da vicino i singoli attivisti di Balad e di Ittijah. Dall’inchiesta portata avanti in partnership fra la Polizia israeliana e l’agenzia di intelligence interno, lo Shin Bet, è emerso che Sayid e Makoul sarebbero in contatto con il “Partito di Dio”.

La questione offre lo spunto per un ragionamento sulla continua messa in luce di casi di spionaggio reciproco tra i tanti nemici che coabitano nella regione. Senza andare troppo indietro nel tempo, nel 2008 è rimata celebre la scoperta in Libano del sistema di controllo installato proprio da Hezbollah all’aeroporto di Beirut e parallelo a quello governativo. Il caso allora rischiò di degenerare in un nuovo scontro fratricida tra le milizie libanesi. Il Paese stava attraversando la delicatissima fase del vuoto di potere alla Presidenza della Repubblica e la conferma che il “Partito di Dio” potesse essere considerato uno “Stato nello Stato” provocò un’impennata delle tensioni.

La bolla politica riuscì a essere sgonfiata solo grazie all’intervento diplomatico dell’Emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, il quale convocò tutti i rappresentanti delle fazioni libanesi a Doha e operò in modo che raggiungessero l’accordo per nominare l’ex generale Michel Suleyman come nuovo Capo dello Stato. L’ondata di ottimismo che emerse dalla risoluzione del problema politico fece sì che delle intercettazioni da parte di Hezbollah a spese dei passeggeri in transito a Beirut non se ne parlò più. Un altro scandalo, sempre in Libano, è stato quello di alcuni ufficiali delle Lebanese Armed Force sospettati di essere agenti del Mossad.

In questo caso si è trattato di una situazione uguale e contraria a quella che Israele sta attraversando attualmente. L’arresto di questi militari, di religione cristiano-maronita, è stata seguita solo da una nota polemica da parte del Governo Netanyahu, il quale ha tenuto a sottolineare che il suo Paese non svolge attività di intelligence in Libano. Poteva dire altro? Ben diversi sono stati invece i casi di omicidio. Il più eclatante avvenne il 12 febbraio 2008 nel pieno centro di Damasco.

La vittima era il responsabile della sicurezza di Hezbollah, Imad Mughniyeh, uno dei terroristi “most wanted” su scala internazionale. In seguito al suo assassinio, da Beirut, Damasco e Teheran si levò un coro unanime di accuse rivolte al Mossad, considerato l’unico capace di compiere simili operazioni. Israele, anche in quel frangente, non poté che negare tutto. Infine arriviamo al 19 gennaio scorso, quando ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, Mahmud al-Mabhouh, responsabile di Hamas nelle relazioni con l’Iran, è stato trovato ucciso nella sua camera di albergo. Anche qui l’indice è stato puntato contro l’intelligence israeliana. Netanyahu ha proseguito a negare qualsiasi coinvolgimento delle agenzie nazionali.

Tuttavia, la faccenda si è dimostrata ancora più torbida rispetto alle precedenti. La scoperta di una serie di passaporti falsi, britannici e irlandesi, e di alcune carte di credito che sarebbero state usate dai “sicari” costituirebbero le prove quasi incontrovertibili del coinvolgimento di spie straniere. A questo va aggiunta la scoperta di un filmato, registrato dalle telecamere a circuito chiuso dell’hotel dov’è al-Mabhouh, in cui gli assassini sarebbero ben identificabili.

La sommatoria di tutti questi casi e l’arresto di Sayid e Makhoul porta a concludere che la “battaglia tra spie” e quindi la diffidenza reciproca continua. Visti però gli ultimi risultati, sono aumentate le probabilità di essere colti in flagranza rispetto al passato.

Antonio Picasso – Pubblicato su liberal

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