
È passata una settimana. Tutto, o quasi, sembra tornato nella “norma”, cioè nella precarietà permanente delle nostre infrastrutture. La memoria, tuttavia, torna alle 14 di domenica scorsa, 24 novembre 2019.
Un Uomo spalanca e agita le braccia. Fermi tutti. Alle spalle ha il baratro che si è aperto sul tratto dell’“autostrada” Savona-Altare, la A6, poco oltre l’imbocco verso il Piemonte. Il ponte “Madonna del Monte”, quasi una giaculatoria, non c’è più. Una frana ne ha abbattuto il pilone centrale e spezzati altri quattro, tutti sommersi nel fango. Per via del giorno festivo, dell’ora prandiale e del tempaccio, il traffico è poco. Ma chi viaggia in quelle condizioni lo fa per filare più svelto, malgrado la pioggia battente. Meno del diluvio dei due giorni precedenti, ma ancora tanta.
L’uomo ha frenato un attimo prima di precipitare nella voragine di trenta metri, dove sino a poco prima c’era il viadotto della Madonna. Appena sfiorato dalla Grande Visitatrice in un attimo ha deciso. Non ha badato a se stesso ma agli altri, a quanti correvano il rischio al quale era appena scampato. Lì, a braccia tese come l’Uomo di Leonardo da Vinci inciso nella moneta da un euro, è entrato nelle cronache. Da anonimo, però. Alcuni salvi grazie a lui hanno rilasciato scarne dichiarazioni, poche parole gravide di emozioni e di tensione. Al casello di Savona il bigliettaio, ancora ignaro, riscuoteva il pedaggio di chi da poco aveva lasciato alle spalle il baratro. Sul lato opposto la distribuzione di ticket d’accesso procedeva come nulla fosse.
Spalle al vuoto, l’uomo della Ragione, incarna l’“altra Italia”, non quella di istituzioni ingrigite, assenti e afone, di maggioranze, opposizioni, movimenti, marciatori salmodianti, eccetera eccetera. È uno che si faceva i fatti suoi, non viaggiava certo per il piacere di sentir tamburellare la pioggia di fine novembre sulla capotte. Nel momento decisivo ha agito per il prossimo. Non si è domandato il colore o l’opinione politica delle persone al volante sotto l’acqua come lui e perché mai stessero facendo la sua stessa strada, ormai condannati a precipitare nel vuoto. Ha fatto la sua parte. Ha salvato vite. Senza nulla chiedere. Senza “apparire”. È il “campione” di un’Italia poco nota, ma è l’Italia vera. Quella che “fa”, giorno dopo giorno. “Tira la carretta”. Si è avvolto nel riserbo in un Paese di esibizionisti che si contendono il palcoscenico e si picchiano come nel teatrino dei pupi: un paladino contro l’altro, fra pretendenti a numinosi troni o a redditizie poltrone, in un’interminabile giostra che lascia indifferenti gli abitanti del Paese Italia, piccola provincia d’Europa, a sua volta un mezzo continente ormai marginale nel quadro planetario per la sua inconsistenza politica, militare, imprenditoriale e di capacità di costruire il futuro. Difficile stabilire se l’Italia vada davvero male o semplicemente non vada bene. Di sicuro condivide il proprio declino con gli altri Stati che hanno perso due guerre europee divenute mondiali e fuse in un’unica guerra dei trent’anni fra il 1914 e il 1945.
“Protezione fai da te” dei neopelagiani
Però, come nelle oasi del Vicino e Medio Oriente o, a est del grande caos dominante dalla Mesopotamia al Pakistan, nel Triangolo d’Oro del subcontinente indiano non tutto va davvero male come si dice. Anzi. Va peggio per molti versi, ma meglio per altri. Se li si distoglie dal ridurre la vita a una sorta di lotta belluina come in “Troni di spade”, se li si lascia fare, gli italiani sono ancora bravi; e sono persino buoni. Troppo spesso però si dipingono e, a strascico, vengono “narrati” all’estero come arraffoni, cinici, voltagabbana, truffatori. Decenni addietro l’ambasciatore e storico Sergio Romano spiegò perché parecchi italiani si disprezzino: tentano di giustificare il loro servilismo. Ma i servili non sono tutti. Sono la parte emergente, striata di lordure e maleodorante, dell’immenso iceberg di persone perbene che stanno sott’acqua, puliti, e vedono anche senza “occhialini” o “maschere”. Malgrado la leggenda, la generalità degli italiani è di “buoni samaritani”. Hanno un cuore grande così.
Il punto è che l’altruismo non nasce né per legge, né per circolare. È innato negli uomini e, tra i tanti, lo sono pure gli italiani. I quali, anzi, ne hanno dato e ne danno prove continue. Anche se non lo hanno mai sentito nominare, la pensano come Emanuele Kant: “La legge morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me”. Come insegnò Pelagio, se non è obnubilato da pregiudizi e da fanatismi, ogni uomo sa distinguere il bene dal male. Sa che cosa fare nell’emergenza. Se non ce la fa da solo, chiede aiuto. E se può, aiuta. Non ha bisogno di essere raggiunto dalla “Grazia” per capire come deve agire. Tanto più nelle emergenze. La Morale è connaturata alla Razionalità. I codici arrivano dopo, cambiano con i regimi che, lo vediamo, sono come pilastri corrosi. Reggono per inerzia, ma poi crollano di schianto. Più durano, peggio fanno.
L’Uomo della A6 in un Paese vagamente normale, quale in fondo è l’Italia, dovrebbe essere assunto a icona della “Protezione fai da te”, versione “autoreggente” e quindi un po’ fantasiosa e ammiccante della “Protezione civile”. È su questa che oggi regge il Paese. L’Italia odierna non sta in piedi né sul governo né sull’opposizione, entrambi lontanissimi dalla vita quotidiana. Si fonda sulla “catena di unione” tra i cittadini che si soccorrono e confortano a vicenda. È l’Italia dei “buoni samaritani”, quella del San Matteo che cessa di fare l’esattore delle tasse e diventa l’Apostolo. Non è solo un “quadro” di Caravaggio. È un Vangelo. Il più sobrio dei quattro, come si conviene a un “contabile”.
Chi si è trovato al volante la domenica del crollo del Madonna del Monte ha ancora una volta constatato la fragilità dei servizi pubblici e, al tempo stesso, la fratellanza tra i cittadini. All’intersezione tra A6 e A10 nei pressi di Savona, l’uscita obbligatoria per Savona era annunciata dal solito segnale di “incidente stradale”, che lasciava immaginare una coda ma non un abisso. Agenti dell’ordine, inzuppati dall’acqua implacabile, parchi di parole e probabilmente ancora poco aggiornati, indirizzavano verso Genova (autostrada intasata da code chilometriche per varie interruzioni) o a tentare la statale Savona-Altare.
Lì si è testato quanto sia retorico e infondato l’elogio di regioni, province (ormai ridotte a fantasmi) e comuni, dei “poteri locali” risultati del tutto assenti. Eppure “qualcuno” si era premurato di transennare l’accesso alla statale, come le poche provinciali e vicinali. Ma poi si era dileguato. Dove? Perché? Va bene. Era domenica. Era l’ora di pranzo. Era in corso un’emergenza. Ma, appunto, l’efficienza dei servizi pubblici si valuta proprio nel bisogno. Invece in Savona si formò un serpentone di vetture vaganti a caso da un capo all’altro della città in cerca di una via di fuga verso l’agognato entroterra. Ogni rotonda crocchio di macchine, camper, moto possenti, qualche raro camion autorizzato al trasporto di merci deperibili. Domande, consultazione febbrile di mappe sui cellulari. Imprecazioni, sorrisi e pacche sulle spalle tra persone che non si erano mai conosciute ma vivevano lo stesso impiccio. E qualche “indigeno” di buona volontà pronto a suggerire sentieri forse ancora praticabili, ma senza garanzia di sorta.
La rete autostradale liguro-piemontese è “poesia”: sospesa.
La confusione sperimentata la domenica del crollo per la circolazione su ruota in Liguria non è l’eccezione. È la norma per le autostrade del territorio ligure che di “autostrada” hanno il nome e il costosissimo pedaggio, ma poco altro. Sono un apostrofo rosa (o verde, o azzurro o arcobaleno: ognuno scelga il colore preferito) tra due regioni contigue e lontane. Non ha corsie di emergenza, ha poche strette e brevi piazzole, dalle quali si esce a rischio d’esser travolti, e gallerie da incubo. Il martedì precedente, 18 novembre, un autotreno prese fuoco nella galleria tra Savona e Spotorno. Dopo ore di blocco, il traffico venne fatto tornare su Savona e dirottato sulla “Aurelia”, ordinariamente intasata di suo. Pattuglie della Stradale e qualche carabiniere indomito fronteggiarono l’emergenza, anche quel giorno sotto pioggia insistente. E la “polizia locale” o i loro “sostituti” sempre così solleciti a elevare contravvenzioni, soprattutto d’estate, per una sosta con la ruota appena fuori le strisce? Manco l’ombra, proprio quando era necessario che qualche “uomo in divisa” incanalasse il flusso dove i semafori risultavano del tutto inutili, anzi intralcianti, a fronte di migliaia di automobilisti e conducenti di autobus e di “tir” in coda per ore , con la mente fissa agli impegni indifferibili.
Evviva il potere centrale, se funziona
Non mancano i cittadini. Manca la presenza dei “servizi”, a cominciare, appunto, da quelli locali, quelli che dovrebbero essere più presenti e solleciti nelle emergenze. Lì si misura la vacuità dell’Italia odierna. I presidenti delle giunte regionali si ammantano nella gualdrappa fantasiosa e vanesia di “governatori”. Per senso di responsabilità e dignità i presidenti delle province meglio farebbero a “restituire le chiavi” di cariche alle quali corrisponde un “potere” del tutto evanescente. Chi rappresentano? Quali risorse hanno a fronte delle loro incombenze? Ha senso fare il cerotto a tempo indeterminato? Per coprire che cosa? Cui prodest? Certo hanno il potere di lamentarsi, di emanare appelli e persino di organizzare drappelli e presidi per sollecitare interventi dell’Esecutivo centrale e dello Stato. Ma anche i governi ormai sono precari. All’avvento il nuovo Esecutivo oscura o addirittura cancella il precedente, con furia proporzionata alle proprie corresponsabilità. È il caso di quello ora in carica, per metà (la metà più grossa, anzi) al potere nel governo precedente. Non è ancora chiaro se voglia farsi dimenticare o voglia fare qualche cosa. Di sicuro è l’ombra di sé. Pelle tirata, senza muscoli né ossa. Ma non è l’unico “fregoli” del paesaggio partitico-parlamentare, contagiato da “febbre maltese”, come un tempo si diceva di malattie strane.
L’asse culturale dell’Italia odierna…
Questa nostra Italia è giovane. Solo l’anno venturo verranno ricordati i 150 anni dell’annessione di Roma al regno. Quando completò secoli di riconquista cristiana e di lotta contro i “mori”, la Spagna si dette la capitale che non aveva: Madrid. All’epoca l’attuale Comunidad di Madrid era una spianata pressoché deserta. Nulla a che vedere rispetto alle città storiche e alle tante capitali dei regni precedenti: da Toledo a Granada. Ma Madrid divenne Madrid. E lo è: perno di un Paese madridcentrico. Lo stesso vale per Parigi (assurta definitivamente a capitale dopo le feroci guerre di religione e la Fronda contro il sovrano legittimo) e Berlino, che nel Cinquecento non era nulla, ma dalla Prussia fu imposta capitale dell’impero di Germania, eclissando quelle dei regni, granducati, ducati, principati preesistenti e le gloriose città anseatiche, come Amburgo.
L’Italia nacque dal patto di ferro tra il Vecchio Piemonte e la Toscana: due storie complementari, destinate a fare da volano della Nuova Italia. Sommarono la grande cultura letteraria e il senso dello Stato. Non che altre terre fossero incolte o prive di tradizioni alte, ma retrocessero in seconda fila proprio negli anni decisivi, seguiti all’età franco-napoleonica. Nel regno di Napoli (reinventato come Due Sicilie dallo spergiuro e infame Ferdinando di Borbone) il meglio della classe colta era stato sterminato nel 1799 o costretto a riparare in esilio senza ritorno, come si legge lungo lo scalone di Palazzo Serra di Cassano in via Monte di Dio a Napoli, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Dal suo portone uscì il ventenne Gaetano, verso piazza Martiri ove fu decapitato. Eleonora Pimentel de Fonseca vi venne afforcata. Dopo il moto costituzionale del 1820-1821, al netto del supplizio e del carcere inflitto a molti suoi esponenti, seguì la seconda ondata di esuli. E così, una terza volta, nel 1848-49. Bastino, tra i molti, i nomi di Pietro Colletta e di Francesco De Sanctis, già docente alla Nunziatella. Il meglio della cultura meridionale trovò riparo in Toscana o in Piemonte. Nel Lombardo-Veneto avrebbero subito la sorte dei patrioti, come Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Alessandro Andryane, Giorgio Pallavicino Trivulzio, Federico Confalonieri: condanna a morte, commutata in decenni di carcere durissimo e infine l’esilio persino fuori Europa.
All’origine, nel 1861-1863, il regno d’Italia non escluse di organizzarsi in forma confederale o federale. Lo propose il coltissimo bolognese Marco Minghetti, capofila di una “regione” formata da staterelli (ducati di Parma e Piacenza, da secoli a noleggio, e di Modena e Reggio, asburgico) e dalle legazioni pontificie. Una regione plurima: Emilia-Romagna. Il Piemonte invece è uno, come la Toscana, ove la Firenze medicea ha oscurato la Repubblica di Siena, gli Stati dei Presìdi e altro ancora.
La forma unitaria, che non significa né uniformante né coattiva, venne adottata perché era la più propizia all’unificazione vera, che non poteva ridursi all’adozione di simboli e di emblemi (la denominazione accettata dalla comunità internazionale, la bandiera, una marcia reale…) ma doveva tradursi nella realtà fattuale: ferrovie, strade, porti, opere di difesa, scuole, ospedali…, nella logica imposta dal territorio e dalla scarsa simpatia riservata dagli Stati ai conati del nuovo regno.
Lo hanno ricordato Nerio Nesi, presidente della Fondazione Camillo Cavour, e Cosimo Ceccuti, della Fondazione Giovanni Spadolini-Nuova Antologia con la convenzione collaborativa sottoscritta il 26 novembre nel Castello Cavour a Santena, a mezza strada fra Torino e il cuore del Vecchio Piemonte: le Langhe da una parte (ove il giovane Cavour fu sindaco di Grinzane) e dall’altra il Cuneese che all’Italia dette Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi, Marcello Soleri… Nella sobria cerimonia i due presidenti hanno ricordato il rispettivo presidente onorario, Carlo Azeglio Ciampi, “europeo nato in Italia”, e i valori civici fondativi del Paese Italia, della società civile: il “senso dello Stato”, che non ha bisogno di essere risvegliato al suono della “generala” ma è inculcato di generazione in generazione attraverso la memoria domestica, la solidarietà civica, dalla quale scaturisce la “Protezione fai da te” che quotidianamente anima i cittadini e li fa sentire nazione senza bisogno di nazionalismi, italiani senza animosità verso gli altri popoli d’Europa e degli altri continenti, di un Mondo che è divenuto unitario anche grazie ai “poeti, santi, navigatori” nostrani, curiosamente evocati da chi voleva farsene scudo per la miope “autarchia”. All’opposto, l’Italia vera è umanesimo, rinascimento, illuminismo, pensieri e princìpi che affondano radici nella cultura classica, greco-latina, ancor oggi miglior antidoto contro il ritorno della barbarie, dell’isolamento e della vana ambizione di primazie. Paradossalmente il fondatore di una rivista che ebbe per titolo “Primato” quasi per contrappasso alla caduta del regime di cui era stato gerarca visse qualche tempo nella Legione Straniera francese.
La Stella d’Italia sulle Tombe dei Reali
È ancora Sergio Romano a indicare la rotta nelle acute pagine di “L’epidemia sovranista: origini, fondamenti, pericoli” (ed. Longanesi). Per andare oltre l’attuale “enorme pachiderma” dell’euro-burocrazia, “tanto più lento e inefficace quanto più cresce il numero dei passeggeri che porta sulle sue spalle”, occorre un raggio di luce: “È ora che all’inverno del nostro sovranismo succeda il glorioso sole dell’Europa”. Lo Stellone d’Italia può concorrere al nuovo Illuminismo. È la stessa Stella incisa sulle arche delle Tombe di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena nel santuario di Vicoforte: ricalca quella posta sul capo di Cavour, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele II e del papa nella ritrattistica patriottica dell’Ottocento.
Ed è la Stella dell’uomo che una settimana fa sulla A6 ha messo in salvo tante vite senza retorica, né in cerca di compensi o di plausi. Un neopelagiano di passaggio.
Aldo A. Mola

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