Dopo dieci anni dalla morte di Stefano Cucchi, il processo in corte d’Assisi è giunto a conclusione, con la condanna a dodici anni di due carabinieri, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro e del loro comandate Roberto Mandolini. Il geometra romano era stato fermato per possesso di droga nell’ambito di una normale operazione di controllo, ma non e mai più uscito vivo dalla custodia forzosa imposta dallo Stato.
Si tratta di una vicenda drammatica; un giovane viene bloccato in una normale azione di polizia, ma nel caso Cucchi non c’è niente di normale. Gli viene riservato un trattamento mortale; picchiato con calci e pugni, è letteralmente massacrato. Ricovero all’ospedale Pertini di Roma, poi sopraggiunge la morte.
La vicenda è stata portata alle cronache nazionali dalla coraggiosa sorella Ilaria Cucchi, forte dell’appoggio della sua straordinaria famiglia. Ma questa incredibile tragedia, mette in evidenza il fatto che “ lo Stato ha processato e condannato lo Stato”. Ed è la stessa Arma, che attraverso la confessione del carabiniere Francesco Tedesco, ha permesso che la verità si affermasse, dimostrando che il sistema funziona. Che le realtà processuali portano all’affermazione della giustizia, seppur con delle deprecabili eccezioni..
Lo “stato che processa e condanna lo stato” è un elemento di speranza per i cittadini, nella direzione del rispetto dei diritti di tutti, per l’affermazione della legalità.
Certamente, ci sono altri casi che gettano zona d’ombra sulle nostre forze dell’ordine; li abbiamo trattati nel recente passato nei nostri editoriali (Giuseppe Uva a Varese e Riccardo Magherini entrambi morti a seguito del fermo dei carabinieri; l’insegnante Franco Mastrogiovanni, morto all’ospedale di Vallo della Lucania dopo l’arresto da parte della Polizia Locale di Pollica; sono solo quelli di nostra diretta conoscenza; ma non gli unici), ma noi vogliamo essere fiduciosi per il futuro. Vogliamo sperare che altri pubblici ufficiali, al pari del carabiniere Francesco Tedesco si schierino dalla parte del garantismo e contro chiunque, facendosi scudo dell’autorità conferitagli dal grado e dalla divisa, ne faccia abuso.
Roberto Fronzuti

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