
Lunedì 16 marzo 2026. Come molti avevano già intuito, la crisi che si sta sviluppando attorno all’Iran segue una traiettoria quasi inevitabile.
Donald Trump ha deciso di aprire un fronte diretto contro Teheran senza costruire prima un vero consenso tra gli alleati occidentali. Una scelta presa in modo sostanzialmente unilaterale, ignorando le perplessità di diversi partner e muovendosi con una logica più istintiva che strategica. Il risultato è l’ennesima miccia accesa nel punto più delicato del pianeta. E, come torno a ripetere, l’intervento di Israele sarebbe stato sufficiente per ottenere risultati simili lasciando però il conflitto all’interno di una traiettoria regionale.
Ora arriva la seconda fase, e con lei i conti da fare.
Con la crisi ormai aperta e il Medio Oriente di nuovo sull’orlo di un conflitto più ampio, Washington chiede agli alleati di intervenire per sostenere l’operazione e garantire la sicurezza delle rotte energetiche del Golfo. Il messaggio è semplice e piuttosto brutale: se la NATO non contribuirà a gestire le conseguenze della guerra, l’alleanza rischia conseguenze politiche pesanti.
In parole povere: prima apre il fronte tra manie di grandezza e dichiarazioni in ordine sparso, poi si chiede agli altri di condividere il conto.
Il cuore del problema resta lo stretto di Hormuz, la porta attraverso cui passa una quota enorme del petrolio mondiale. Se quella rotta venisse seriamente minacciata, l’impatto sui mercati energetici sarebbe immediato. E già se ne intravedono le avvisaglie guardando il costo crescente del petrolio. È su questo nodo che Washington prova a costruire la pressione sugli alleati, ricordando che molti paesi dipendono da quel corridoio energetico molto più degli stessi Stati Uniti.
Il punto politico, però, è un altro. Negli ultimi anni gli Stati Uniti sembrano oscillare tra due estremi opposti. Prima un presidente percepito come logorato e non più pienamente in grado di gestire con lucidità grandi crisi internazionali. Poi il salto improvviso all’altro lato della barricata: una leadership impulsiva, guidata da un personaggio in continua autocelebrazione che sembra muoversi più per istinto che per calcolo strategico.
Non è esattamente la definizione di pragmatismo.
E quando una superpotenza oscilla tra immobilismo e decisioni avventate, il rischio è sempre lo stesso: trascinare il resto del mondo dentro crisi che nessuno aveva programmato.
Forse il paradosso più grande è proprio questo. Trump ama presentarsi come l’uomo della pace, quello che avrebbe dovuto ridurre i conflitti e riportare equilibrio negli equilibri globali. Se davvero fosse così, qualcuno potrebbe persino proporgli ironicamente un Nobel honoris causa per la pace, per poi accompagnarlo con decisione verso l’uscita di scena prima che altre scelte impulsive producano danni ancora più seri.
Perché una cosa è certa.
Quando la politica internazionale smette di essere guidata dal pragmatismo e diventa terreno per decisioni istintive e insensate, il prezzo non lo paga mai soltanto chi prende quelle decisioni. Lo paga il mondo intero.
Non ci resta che osservare, inermi, navigando a vista.
Piero Terracina

Lascia un commento