La discesa in campo di Monti e la politica senza partiti
La politica della seconda Repubblica, fondata su privilegi castali e sui mestieranti, porta con sé i germi in cui alligna il virus dell’organizzazione del consenso senza partiti.

A sostegno del ruolo di leader di un raassemblement neocentrista per Monti, l’Udc di Casini, Gianfranco Fini, una parte significativa del Popolo delle Libertà in libera uscita da Berlusconi, assieme a settori tecnocratici e industriali, tra i quali spicca Montezemolo, del mondo sindacale e associativo di ispirazione cattolica, come Bonanni e Riccardi, di quello bancario, Passera e Bazoli, di circoli esclusivi e riservati, soprattutto internazionali, dei quali l’ex commissario dell’Unione europea e presidente della Bocconi è membro autorevole e influente, buona parte delle gerarchie del Vaticano, la grande stampa legata al “salotto buono” dell’imprenditoria nazionale, il Partito popolare europeo con la cancelliera tedesca Angela Merkel e, in modo più discreto, il presidente americano Obama. Uno squadrone insomma, nelle cui pieghe si inserirebbero inevitabilmente movimenti neoqualunquistici, che rischia di ribadire il carattere di “Nazione a sovranità limitata” dell’Italia, ma che, nell’eventualità dell’impegno di Monti alla guida o nella funzione di sponsorship di questo schieramento, che rischia di apparire invero come una sorta di caravanserraglio, dovrà guadagnarsi la fiducia dei cittadini, provati da un rigorismo nel segno dell’euro che ha impoverito ulteriormente i settori più deboli della nostra società e lo stesso ceto medio: la stragrande maggioranza del popolo!
Ma ciò che più colpisce di questa operazione, per la quale si cerca di individuare in Alcide De Gasperi e nella Democrazia cristiana degli anni della ricostruzione post-bellica i modelli di riferimento, è il possibile effetto di ulteriore destrutturazione sul nostro sistema-politico, in quella politica con partiti deboli o, addirittura, inesistenti.
Si tratta di quel modello politico in cui i partiti non sono organizzati e prevalgono i gruppi notabilati e l’organizzazione della vita pubblica è affidata alle (presunte) élite, spesso nel segno di lobby finanziarie e sociali e, comunque, d’interessi. Certo, la politica della seconda Repubblica, fondata su privilegi castali e sui mestieranti, porta con sé i germi in cui alligna il virus dell’organizzazione del consenso senza partiti. A tal proposito, tornano alla memoria le pagine di un ex azionista, poi esponente del “Mondo” di Pannunzio, come Ernesto Rossi: “non è possibile mantenere in piedi dei grandi partiti ‘puliti’ senza finanziamenti più o meno camorristici”, con la conseguenza che “se non si vogliono gli effetti bisogna eliminare le cause”. Così come gli scritti di un liberale e conservatore quale Panfilo Gentile sulle “democrazie mafiose”, descritte negli anni ’60 del XX secolo come la “degenerazione della democrazia verso un regime di ‘tessera’. La prefabbricazione dei responsi elettorali da parte dei grandi partiti (…) la deviazione di tutti gli organi amministrativi ed economici, statali e parastatali, dai loro compiti statutari e la loro utilizzazione come fortilizi di potere”.
Ma c’è da chiedersi, se il rimedio, l’oligarchia in politica e la riproposizione di un centro che chiuda la stagione dell’incerto bipolarismo italiano, sia davvero migliore del male e se, invece, con le prossime elezioni non sarebbe utile al Paese una nuova politica, fondata su grandi partiti tra di loro alternativi, come avviene in Europa con la dialettica che si svolge essenzialmente tra forze socialdemocratiche da un lato e popolari e conservatori dall’altro, con nuovi gruppi dirigenti in grado di prospettare ai cittadini un futuro fondato sulla partecipazione democratica e sullo sviluppo sociale.

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