I popoli – diceva Mazzini – imparano più da una sconfitta, che i re da un trionfo. La sconfitta delle liste laiche, stroncate dall’esito del voto, dev’essere motivo di riflessione, di autocritica, di ripensamento: ché, nel suo carattere irreversibile, insegna molto sui nostri errori e sulla condizione, nel nuovo millennio, della realtà politica italiana.
Laicità, checché ne dicano gli atei più ortodossi, non è una concezione della Chiesa, o della religione, ostile ai suoi principi o avversa ai suoi precetti: è, prima di tutto, una conquista dello spirito. Laicità è cultura della politica, etica dello stato, morale del governo: prima che un principio, una forma mentis, un modo di essere.
Non sorprende, dunque, la disfatta dei laici, dei socialisti, dei liberi pensatori; e il trionfo, d’altro canto, dei partiti di massa, di largo consenso popolare: dei colossi d’argilla della Seconda Repubblica.
Non sorprende, se si guarda all’incedere del nuovo millennio, all’avvento di nuovi scenari, nuovi valori, alla nascita di una nuova civiltà. Una civiltà in cui cultura, etica e morale sono bandiere consunte, istanze antiche, in cui l’ideologia è uno spettro lontano: una civiltà in cui la Storia, un tempo prodiga di insegnamenti, è diventata un’ombra da nascondere.
Non c’è spazio per le finezze, i particolarismi, le scelte sofisticate: la politica esige un linguaggio semplice, chiaro, attento agli umori del popolo e agli equilibri del potere.
I concetti si fanno più agili, elementari, primitivi; gli annunci più diretti, retorici, minimali.
Due grandi casati, alla maniera americana, orchestrano il risiko della politica, fedeli ai dettami del nuovo millennio: il bianco e il nero, senza sfumature di grigio.
I grandi vecchi lasciano il posto alle nuove leve: «Porterò la mia inesperienza in Parlamento», promette una giovane deputata del Partito Democratico.
Fouad Allam, con la consueta arguzia, parla di “trompe l’oeil”, una scenografia dipinta, con porte e finestre disegnate: è, parafrasando Mastroianni, “l’annullamento di tutto”, dell’intelligenza, del pluralismo, dell’identità.
Dai tempi di Owen e di Fourier, la nostra formazione laica, socialista, liberale porta in dote una quiddità in più, un asso nella manica che gli altri ci hanno sempre invidiato: il dato umano, quel libro aperto – emblema della sapienza – che ha fatto della nostra idea un pilastro irrinunciabile.
Un umanesimo, il nostro, che poteva diventare uno strumento di dissenso, un grido d’allarme, un’arma preziosa per combattere, in nome della Storia, l’abbruttimento morale della realtà politica.
Il voto era un’occasione propizia: in una situazione – a tutti gli effetti – prerivoluzionaria, la discesa in campo di un partito laico, avverso al regime democratico e alla sua conquista silenziosa, avrebbe raccolto, tra gli elettori, riscontri molto larghi. Un’occasione, forse irripetibile, che non abbiamo colto.
Giulio Laroni
(g.laroni@pensalibero.it)

Intanto una precisazione .A mio parere,quello che si prende per dimostrazione dell’avvento del bipolarismo è in realtà l’estrinsecarsi di una forma di rigetto avverso ad una politica ideologizzata ed inconcludente ,meramente repressiva ,che l’era prodiana aveva prodotto . L’appoggio a chi gridava “basta” è stato ad un tempo convinto e pieno speranza. Adesso le molte attese di cambiamento (su come vanno le cose , dall’economia alla sicurezza fisica e sociale ) aspettano solo di trovare soddisfazione. E’ stato un voto molto pratico,a mio parere , e poco ideologico ,visto che le ideologie hanno stancato nella loro odierna inanità. Insistere sul “dàgli al fascista” non ha pagato ,anzi è stato piuttosto miserevole ,visto che il grido contrapposto dell’anticomunismo viene bollato ( impropriamente ) come antidemocratico .
Oggi si tratta di riuscire a risolvere i problemi della gente . Che non sono quelli di una volta . Ogni ideale va rivisitato ,per orientarlo al meglio e reinserirlo così nella coscienza civile . E questa legge elettorale mi pare l’esempio più calzante per indicare una caduta pericolosa di civismo e di democrazia .
La voglia di intolleranza non è così strana ,visti i comportamenti (personali e di gruppo ) e l’inconcludenza operativa dei signori del “dàlli all’untore”.
Avere tempo cinque anni per organizzare qualcosa di nuovo e di serio non vuol però dire non avere furia ,o star sull’albero a cantare . Diamoci da fare….
Carissimo Giulio,
prima di tutto un bentornato a te e al Gracchio. Condivido la tua analisi, ma da buon repubblicano sono ancora più pessimista di te. Io credo che proprio a causa di questi tempi nuovi, fatti di incultura politica e di istigazione agli istinti più primitivi (prima il linciaggio e la voglia di forca verso i politici della Prima Repubblica e oggi una strana voglia di intolleranza e squadrismo fascista..), anche un partito laico come quello da te immaginato non avrebbe raccolto molti consensi. Ovviamente credo anche io che avrebbe fatto miglior figura di PS e PLI e che magari si sarebbe avvicinato al 3%, ma credo che in questo clima politico dove è passato il concetto che tutto si debba ridurre a due partiti o quasi non sarebbe arrivato al 4%. Anche se sarebbe stata una presenza importante per la politica italiana e una buona base per ripartire negli anni a venire. Ma non tutto è perduto, qualcosa si può ancora costruire, anche se sarà necessaria la consapevolezza che forse si raccoglieranno i veri frutti solo tra 5, 10 o 15 anni. In ogni caso credo che oggi un partito dell’Italia della Ragione contro la demagogia e il populismo di destra e di sinistra sia più che mai utile e necessario per rendere un po’ meno irrespirabile l’aria della politica italiana.