In Italia, il potere o meglio il tema della gestione del potere è questione originaria e per così dire fondante degli assetti socio-economici persistenti. Il termine potere implica piuttosto la “possibilità”, genericamente, di essere o fare qualcosa; ma, secondo un uso meno recente, quindi più nascosto e questo anche fuor di metafora, presuppone inoltre l’idea simultanea del “comando” e della “protezione”. Qualcosa di molto simile all’idea di “signoria”, che non a caso nasce e si sviluppa nel nostro paese a partire dall’Alto Medioevo.
Non c’è dubbio che in Italia, il sostrato culturale del termine faccia maggiormente riferimento a questa seconda – in negativo – accezione. In tal senso, perfino le vicende governative degli ultimi anni appaiono oltremodo significative. A tale proposito, dopo l’avvio dell’attuale legislatura con le elezioni politiche del 24/25 febbraio 2013, in rapida successione evidenzierei sia l’episodio della nomina del governo Letta sia quello della successione di Matteo Renzi.
La prospettiva di medio-lungo periodo – come allora delineata dal governo di Enrico Letta e viceversa quasi immediatamente deposta e quindi fallita – sembrava fosse quella di dare vita a un governo di coalizione di centrosinistra-centrodestra, la cui azione fosse fondata sul benemerito principio dell’assunzione di responsabilità rispetto alle cose che, in ottica europea, apparivano allora, erano e sono ancora oggi necessarie al paese.
Questo principio, è stato immediatamente tradito per volontà comune.
Al punto che lo stesso patto di legislatura tra Berlusconi e Renzi, meglio noto come patto del Nazareno, è stato meglio accetto o ricevuto in quanto considerato un vero e proprio patto di potere, perseguibile – questo sì, come da tradizione italica – in mancanza di trasparenza e piuttosto fonte dell’ennesimo “inciucio” tra le “forze cosiddette di palazzo”.
Sarebbe stato possibile il contrario? Onestamente, non lo sappiamo. Ma sappiamo anche che in tanti altri paesi del moderno Occidente, non accade così.
In Italia, quello che domina è per davvero il principio del divide et impera.
Principio fondante e impositivo, che – attraverso una sintesi estrema, che spero mi perdonerete – risale a Costantino il Grande (ma, niente affatto, e solo per fare un più fulgido esempio, ad Alessandro il Grande). E, mediante il concilio di Nicea e il titolo di cui egli stesso si fregiò di tredicesimo apostolo, principio che si è tramandato nel corso di tutto il Medioevo cristiano – fatto di principi e chierici di una medesima o diverse casate, feudi staterelli e vari possedimenti di una più che millenaria istituzione di potere quale la chiesa di Roma -, fino all’avvento del regno unitario nel 1861.
Che sia quindi cambiata la visione del potere? Giammai, sempre la stessa.
Al punto che vorrei ripensaste alle questioni concordatarie, razziali, ideologiche, territoriali, in particolare tra il sud e il nord del paese, e tante altre ancora; che ciclicamente continuano a essere dibattute dietro apparente quanto vano costrutto, eccetto quello sostanziale quanto materiale dell’organizzazione del potere (e quindi del consenso cosiddetto rappresentativo, in forma più o meno democratica).
Un sistema, che appare come un gorgo nel quale si agitano persone e istituzioni. Un sistema di gattopardi, che molti vorrebbero attraverso i loro discorsi ancora confinare al sud e che invece emerge, da oltre sessant’anni, come forza decisiva nell’intero paese.
Angelo Giubileo

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