Esce in questi giorni l’ultimo libro di Ennio Di Nolfo, Professore emerito presso la Facoltà di Scienze Politiche di Firenze, già docente di Storia delle relazioni internazionali, che in collaborazione con Maurizio Serra ha scritto “La gabbia infranta – Gli Alleati e l’Italia dal 1943 al 1945”, per i tipi di Editori Laterza. La presentazione di quest’opera è l’occasione per una conversazione con un interlocutore intelligente, acuto e brillante come raramente si ha la fortuna di incontrare, che ci aiuta a fare luce fra le pieghe della nostra storia recente ed a capire meglio anche le ragioni del nostro disgraziato presente.
Professor Di Nolfo, come mai ha scelto di occuparsi di questa forbice temporale molto ristretta?
“In realtà, me ne ero già occupato per la preparazione di un mio precedente libro, “Le paure e le speranze degli italiani 1943-1953”, uscito per Mondadori nel 1986, ed avevo raccolto una quantità di documenti, alcuni inediti, altri poco conosciuti, provenienti da archivi italiani ed americani, che non avevo ancora utilizzato. L’occasione per farlo è nata grazie a Maurizio Serra che aveva avuto la possibilità di incontrare Raimondo Manzini, di cui poi aveva letto anche le memorie, che fu uno dei primi collaboratori di Badoglio subito dopo l’armistizio. Manzini è stata la fonte di notizie attendibili e preziose su un personaggio che ricorreva spesso nei miei documenti ed in molte delle mie fonti ma di cui si sapeva pochissimo, ovvero Guido Pazzi, che per un solo giorno fu Sottosegretario di Stato con Badoglio e poi dette subito le dimissioni. La figura di Guido Pazzi è la chiave che ha aperto la ricostruzione che Serra ed io abbiamo operato in queste pagine, facendo finalmente luce sugli eventi che hanno preceduto la fine della guerra e la liberazione”.
Ci parli di lui e di come ha inciso sulle vicende di quel tempo.
“Manzini raccontava che Guido Pazzi, che era professore universitario a Messina, tra l’agosto ed il settembre del 1943 era stato inviato a Lisbona per avviare contatti e cercare agganci diplomatici, ed attraverso gli incontri con alcuni diplomatici russi era riuscito a sapere che sarebbe arrivato in Italia Vyshinsky, che allora era Viceministro degli Esteri, perché Stalin riteneva che dopo l’armistizio i sovietici avrebbero potuto avere un peso prevalente sulle nostre vicende interne, cosa che naturalmente non rientrava affatto nei piani degli Alleati. Manzini, Pazzi e Vyshinsky si incontrarono, i primi due prepararono una sorta di progetto di accordo, che poi si concretizzerà nellla Svolta di Salerno, nell’aprile del ’44, mentre questo accadeva mesi prima ovvero alla fine del’43. Il progetto di Manzini e Pazzi prevedeva un accordo con i sovietici per il rientro di Togliatti in Italia che escludesse qualunque rischio di una rivoluzione che avrebbe portato ad una guerra civile, e prevedesse invece un suo reinserimento nella vita politica che avrebbe portato alla democrazia. In cambio, l’Italia avrebbe ottenuto dalla Russia il riconoscimento diplomatico, cosa altrimenti impossibile perché le condizioni dell’armistizio non concedevano la possibilità di rapporti diplomatici senza il consenso degli Alleati. Inoltre, la Russia avrebbe avuto così la garanzia che l’Italia non avrebbe intralciato né si sarebbe opposta alla sua attività nei paesi dell’Est”.
In questo quadro di accordi segreti, quale è il ruolo degli Alleati e quello della Resistenza?
“Il rapporto tra gli Alleati ed il Comitato di Liberazione Nazionale arriva ad una svolta con l’occupazione di Firenze. Fino ad allora, infatti, gli Alleati tenevano tutto sotto controllo senza tener conto del CLN che invece voleva governare autonomamente nelle zone conquistate, soprattutto al Nord. Queste opposte tendenze comportavano un alto rischio di una guerra civile, quindi gli Alleati avevano imposto delle limitazioni al CLN: i partigiani potevano fare solo azioni di sabotaggio ma non di vera e propria guerra; il Generale Cadorna fu mandato a comandare il Corpo dei Volontari della libertà mentre il banchiere Pizzoni, come Presidente del CLN del Nord, controllava politicamente ogni mossa. Ma a Firenze il CLN nomina subito l’amministrazione comunale ed il Prefetto, occupa le sedi istituzionali e costringe gli Alleati a rivedere le posizioni, la Resistenza acquista un ruolo politico diverso e stringe nel dicembre del ’44 un accordo con il governo Bonomi e con gli Alleati: il CLN governa delegato da Roma, anche se non può prendere decisioni autonome. Questo porta poi a gravi tensioni nell’aprile del ’45, ma qui prevalse davvero un sentimento nazionale rispetto agli interessi di partito, così la Resistenza arriva alla fase finale della liberazione in concomitanza con l’avanzata degli Alleati che riceveranno nelle loro mani la resa dei tedeschi. E questo, di fatto, consegna l’Italia nelle mani degli americani, che hanno finito per prevalere sugli inglesi”.
Professore, questa ricostruzione a quali conclusioni porta?
“Una delle tesi del libro è che esiste una continuità formale e sostanziale di regime politico e socioeconomico prima e dopo l’8 settembre, non c’è una frattura quanto invece un mantenimento di uno status quo sostenuto anche dal denaro americano che dal 1924 arrivava in Italia, un flusso che non si era interrotto neanche durante la guerra ma che era stato alimentato tramite i diplomatici, in vista del dopoguerra, per salvaguardare gli equilibri sociali ed i rapporti di forza della classe dirigente, qualunque fosse la forma di governo che sarebbe stata in seguito adottata”.
Emerge, ancora una volta, la nostra endemica tendenza all’inciucio che resiste tutt’oggi invariata.
“Il trasformismo è una tradizione radicata nelle nostra storia, perché abbiamo avuto una borghesia egemone mai scalfita nel proprio potere, a fronte di una comunità sempre più allontanata dalla politica, mentre la cosiddetta elite intellettuale ha sempre appoggiato i vincitori e dunque ha sempre deciso i risultati elettorali. Oggi la politica è morta, e questa è la conseguenza di una struttura sociale italiana che è riuscita ad attraversare indenne gli anni dall’Unità d’Italia ad oggi vivendo cambiamenti solo formali ma mai sostanziali. Si è determinata una mancata educazione alla democrazia che oggi appare incolmabile e condanna il nostro paese ad una stasi che non ci permette di crescere”.
L’ITALIA CHE NON CAMBIA. INTERVISTA CON IL PROF. ENNIO DI NOLFO
Oggi la politica è morta, e questa è la conseguenza di una struttura sociale italiana che è riuscita ad attraversare indenne gli anni dall’Unità d’Italia ad oggi vivendo cambiamenti solo formali ma mai sostanziali.
Di Chiara Boriosi

Brava Chiara: ti ha detto che è stato consigliere comunale socialdemocratico e socialista a Padova negli anni 70?
Poi è andato negli USA dove ha avuto ruoli importanti. Non l’ho più visto. Salutamelo se lo incontri ancora. Ciao