L’elettore “renziano” condanna l’uomo nuovo il quale, tanto per cominciare, è venuto meno alle dichiarazioni di non belligeranza più volte ripetute: insomma, ha mentito.

Si evocano anche trame e complotti, sulla scia che portò D’Alema a silurare Prodi nel 1998 e poi Veltroni a far cadere lo stesso Prodi nel 2008. Ora, tutto si può dire, eccetto che Renzi abbia pugnalato Letta alle spalle; la direzione del Partito democratico che ha votato il documento di sfiducia, si è svolta addirittura in diretta televisiva. Naturalmente qualcuno dice: <bisogna vedere chi c’è dietro>. Il vizio della dietrologia non muore mai. Chi c’è dietro Renzi è piuttosto noto. Giuliano Ferrara sul Foglio, ne ha tracciato un quadro abbastanza preciso e dettagliato: Alberto Nagel (ad di Mediobanca), Jacopo Mazzei (presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo), Gian Maria Gros-Pietro (presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo), Mario Greco (amministratore delegato di Generali), Giorgio Squinzi (presidente di Confindustria), Marco Tronchetti Provera (presidente di Pirelli, vicepresidente di Mediobanca), Gianfelice Rocca (Assolombarda), Lorenzo Bini-Smaghi (presidente Snam), Renato Pagliaro (presidente di Mediobanca), Francesco Gaetano Caltagirone (presidente del gruppo omonimo ed editore del Messaggero), Fabrizio Palenzona (vicepresidente di Unicredit), Andrea Guerra (ad di Luxottica) e ovviamente Carlo De Benedetti (editore del gruppo Espresso).
Sempre l’Elefante precisa che <con alcuni di questi nomi (Nagel, Pagliaro, Palenzona, Greco, Caltagirone, Rocca) Renzi ha un rapporto indiretto grazie agli amici Marco Carrai e Alberto Bianchi, entrambi punti di riferimento del Rottamatore nel mondo dell’establishment. Il primo, tra le tante cose, è consigliere dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze (azionista di Intesa Sanpaolo); il secondo è il tesoriere della fondazione Big Bang di Renzi, fratello di Francesco Bianchi, capo del Maggio musicale, ex direttore responsabile dello sviluppo strategico in Banca Intesa, fino al 2011 consigliere nel Cda di Banca Popolare di Milano. Con molti altri il rapporto è invece diretto, e in diversi casi l’input di mettere fine alla defunta esperienza di governo il segretario l’ha ricevuta personalmente. E’ andata così con Tronchetti Provera (con cui Renzi è andato a colazione la scorsa settimana). E’ andata così con De Benedetti (con cui Renzi ha costruito un rapporto cordiale). E’ andata così con Della Valle (che dopo un periodo di rapporti burrascosi con Renzi è diventato un sostenitore della linea della rottamazione del governo, e che ogni tanto a Milano, negli uffici della Tod’s in Corso Venezia 30, organizza pranzi per il sindaco con alcuni osservatori stranieri). Ed è andata così, per esempio, anche con Mazzei (che prima di arrivare ai vertici di Intesa è stato presidente dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze e che proprio a Firenze ha accompagnato la figlia Violante sposare Bruno Scaroni, figlio di Paolo, ad dell’Eni)>.
Questo è il quadro per quel che riguarda trame e complotti. Certamente questi poteri, più o meno forti, devono aver fatto pressione perché agisse subito, e dunque stanno dietro la mossa di Renzi. Che cosa si aspettino in cambio, e che cosa avranno effettivamente in cambio, può essere oggetto di fantasie ma non di certezze. Ci sono poi altre ragioni che possono aver spinto Renzi ad agire subito. Le ha elencate in un suo intervento Alberto Ferrari del Circolo Rosselli: <Secondo me, Renzi voleva all’inizio andare al governo a primavera dopo le elezioni con una nuova legge. Tuttavia ha pensato che il rischio è di andarci con un Pd logorato da una incolore gestione di Letta che, soprattutto sul piano interno ha concluso poco, e fatto anche qualche pasticcio come la vicenda Imu. Il rischio dunque era troppo: segretario di un partito inerte. Come vincere poi nel 2015? Così deve aver deciso di rischiare tenendo conto di due considerazioni favorevoli: il 28 febbraio si terrà a Roma il congresso del Pse, ed in quella occasione Renzi ha detto che il Pd entrerà nel Pse; in quella occasione Schulz sarà formalmente indicato come candidato alle elezioni europee per la carica a Presidente della Commissione (un ruolo politico estremamente importante nel futuro parlamento europeo, perché “eletto” e non più “nominato” dai singoli Stati). La seconda considerazione è che a fine giugno inizia il semestre di presidenza Italiana dell’Europa. Se Schulz dovesse vincere, Renzi si troverebbe con un presidente di Commissione europea che lui e il Pd avrebbero massimamente contribuito a far eleggere. E dunque Renzi potrebbe, giustamente accreditare a se stesso ed essere artefice ogni possibile svolta delle politiche europee>. Provo a concludere con una affermazione ovvia: the proof of the pudding is in the eating (la prova del budino sta nel mangiarlo). E, di già che ci siamo, un’altra banalità: Renzi rischia grosso, perché la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta uno solo.

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