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L’impero cinese e la repressione delle libertà informatiche

Il concetto di libertà molto dibattuto in questi giorni per i problemi che ha creato col mondo islamico non ci deve far dimenticare quanto sia difficile far approdare questo nobile ideale all’interno della società cinese, tagliata fuori dalla censura di regime e dal “collaborazionismo” delle .com americane.

di Angelo Marinazzo | 9 Febbraio 2006

Lo strano neo-marxismo viaggia a mille in Cina, l’economia va a gonfie vele e il paese sta affrontando un boom economico senza precedenti nella storia, per questo i dirigenti di aziende occidentali guardano al mercato d’oriente con gli occhi di bambini eccitati e frastornati dal brusio di un luna park.
Le luci scintillanti del nuovo luna park del comunismo di mercato – oltre ad aver creato abnormi ripercussioni nell’economia del vecchio continente – ha però creato il problema di come affrontare la censura del regime e di come far penetrare nella chiusa società dell’impero di mezzo quelle libertà che dovrebbero viaggiare di pari passo con l’ascesa economica di un paese.
Nel bel mezzo di questo problema etico ci sono finiti (e in prima linea) i dirigenti delle .com americane alle prese con i paletti imposti dal governo orientale.
Dopo Microsoft e Yahoo anche Google si è piegata alla censura pur di accedere all’enorme opportunità economica che si prospetta in futuro nell’intrattenere affari con gli abitanti di questa sterminata nazione.
Il sito di ricerche on line più famoso al mondo infatti si è piegato alla censura filtrando i risultati delle ricerche in rete, google.cn è ormai un mezzo pilotato dal regime che censura tutto ciò che gli pare, si va dai giornali on line ai fatti di Tiananmen dell’89 all’oscuramento di prodotti e siti di aziende occidentali, e pare peraltro senza nemmeno un criterio discriminatorio ben preciso, semplicimente oscurando tutto ciò che possa creare qualche spiraglio di apertura nella società civile del paese.
Su Google, come in passato successo a due illustri predecessori informatici Yahoo e Microsoft, è ovviamente piovuta da più parti l’accusa di palese immoralità e dal Congresso degli Stati Uniti si è arrivati addirittura a definirlo in palese complicità con i persecutori della democrazia.
Vero è che le posizioni di mercato non si scalano certamente con ammirevoli posizioni di principio e tantomeno con l’etica e con i valori morali occidentali, ma se a tutto ciò si aggiunge il problema dei tanti giornalisti in carcere per reati d’opinione (anche grazie a Yahoo), la situazione diventa davvero desolante per la Cina del tumultuoso quanto diseguale progresso economico, dove il business ha affiancato la falce e il martello invece di fiancheggiare la democrazia.

Angelo Marinazzo

Pubblicato in : Primo piano

Info Angelo Marinazzo

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Tirinnanzi

    9 Febbraio 2006 alle 22:34

    Leggendo l’articolo sono ancora più convinto dell’importanza di questo spazio libero, non solo di nome ma pure di fatto. Non abbiamo mai e poi mai censurato un commento, abbiamo pubblicato pareri contrastanti e contrari al nostro pensiero senza commenti o modifiche. Questo deve essere internet. Uno strumento al servizio del cittadino, non al servizio del potente di turno.

    Rispondi
  2. Giampaolo Mercanzin

    9 Febbraio 2006 alle 21:33

    Ho gia citato la famosa frase: “I progressisti leggono solo libri di sinistra, i conservatori proprio non leggono”.
    Su questo assioma è stata costruita poi la supramazia degli intellettuali e gli “artisti” di “sinistra”, cioè quelli che”egocentricamente” vivono nelle isole felici dove (predicando bene e razzolando male) non si pagano tasse, negli altri. prtroppo il capitalismo, ha nel suo DNA “l’egoismo”, per cui non concede niente che non gli ritorni un “utile” ovvero un “profitto”
    E’ per questo che Ivan Jlich, in arte Lenin (che è stato peraltro un grande personaggio), oltre al “che fare” ha sentenziato : “Il capitalista ti vende anche la corda con cui devi impiccarlo”.
    Non so se gli americani e quelli come loro (giapponesi, coreani, indiani, ecc…. occidentali!) si sono ricordati di questa affermazione, ma oggi quello che succede è proprio questo.
    Solo che i cosidetti comunisti cinesi (brava gente nel lavoro, meno nel riconoscimento dei diritti NATURALI), per costruire la corda stanno sfruttando in maniera esiziale i propri concittadini. Che sarà quello che li farà fallire l’assalto alla diligenza!

    Rispondi
  3. Giulio Laroni

    9 Febbraio 2006 alle 15:55

    IL COMUNISMO E LA “METAFORA CINESE”
    di Giulio Laroni – da L’Avanti! del 17/VIII/2005 – pag. 1

    Invitato a dire la sua in merito al giudizio negativo di S&P nei confronti dell’Unione di centrosinistra, Oliviero Diliberto, qualche giorno fa, dichiarava al Corriere che “il Paese con la crescita economica maggiore è la Cina comunista”, dimenticando che la “metafora cinese” è di per sé l’antitesi del comunismo politicamente inteso, di cui il PDCI vorrebbe essere il portabandiera.
    Il repentino decollo economico del Paese che fu di Mao si deve infatti ad un calcolo ben preciso e a lungo meditato, fondato essenzialmente sul presupposto che per “scalare” (è proprio il caso di dirlo) il mercato mondiale, dominato sino a poco prima dalla potenza giapponese (oltreché ovviamente dal colosso americano), con concrete possibilità di riuscita, si sarebbe dovuto partire con una marcia in più, una sorta di metaforico asso nella manica, sacrificando qualcosa cui nessun altro Paese economicamente competitivo avrebbe mai potuto rinunciare: il dato sociale. Da qui la scelta di abbracciare un capitalismo selvaggio e spregiudicato, mantenendo esclusivamente quegli aspetti del comunismo legati al contesto ideologico fondato sull’oppressione e la repressione. Ed ecco allora che l’economia di mercato, da condizione irrinunciabile per la sussistenza di un liberismo economico che, se controllato, è tutt’uno con il liberalismo e la democrazia (emblematico il caso dell’Occidente), diviene qui uno strumento di controllo per un’oligarchia di ricchi, creando, contemporaneamente, un’esasperata competizione senza limiti né regole. Il sistema economico-sociale cinese è, in definitiva, un insalubre connubio tra il peggio del capitalismo e il peggio del comunismo, che ha indubbie ripercussioni sulla vita della popolazione (a sentire le più recenti statistiche, la Cina è al primo posto per numero annuale di suicidi), al servizio di un dispotico regime che attraverso la violazione dei diritti civili e lo sfruttamento di una manodopera sottopagata, è diventato una delle maggiori potenze economiche del mondo. Altro che “imperialismo americano”. Giulio Laroni

    Rispondi

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