L’eurosistema è come il bipolarismo italiano: si sta squagliando. Da anni. Lentamente, ma inesorabilmente. E ora siamo vicini al redde rationem. Viene da fare questo parallelo, molto meno ardito di quanto non si pensi, a leggere contemporaneamente la vicenda della Grecia, con il pericolo di contagio di altri paesi europei fino a mettere il discussione la moneta unica, e quella interna al nostro sistema politico. Perché se non c’è dubbio che quanto sta accadendo alla Grecia – rischio di default per il violento attacco speculativo al debito di quel paese, derivante dal combinato disposto della sua scarsa crescita economica con il mancato controllo della dinamica della finanza pubblica – è da ricondursi non al singolo caso ma all’intero impianto dell’euro, altrettanto chiaro è il fatto che la rissa che si sta consumando dentro il Pdl non è un episodio, ma l’ennesimo sintomo di una malattia corrosiva che sta dilaniando il nostro sistema politico da quando è apparso evidente che tanto il centro-sinistra (dopo i 5 anni pieni della legislatura 1996-2001 e il biennio sciagurato dell’ultimo Prodi) quanto il centro-destra (dopo il deludente quinquennio 2001-2006 e la non meno inconsistente prima parte della legislatura in corso) non sono in grado di produrre una quantità sufficiente e decente di governo del paese.
Partiamo dall’euro. Quanto è accaduto è chiaro ed evidente: paradossalmente, il mondo ha affrontato la crisi finanziaria e recessiva iniziata nell’estate del 2007, causata da un eccesso di debito planetario, creando nuovo debito. Stavolta tutto pubblico. L’Europa non è stata da meno, con l’aggravante che la sua capacità complessiva di uscire dalla recessione si è rivelata nettamente minore di quella non solo dell’Asia e taluni paesi del Sudamerica, ma anche degli stessi Stati Uniti (non a caso ieri è stato annunciato che l’economia americana è cresciuta nel primo trimestre del 3,2%). Per questo il binomio “bassa crescita & alto debito” ha attratto la speculazione internazionale, che ha visto nell’Europa l’anello debole della catena della globalizzazione mondiale. Di conseguenza, si è cercata la tessera più fragile nel puzzle di Eurolandia, individuandola nella Grecia. Ma chi oggi, brandendo l’arma impropria dei rating, attacca Atene certo non ha messo nel mirino solo il paese ellenico, ma l’euro nel suo insieme. Insomma, per dirla senza reticenze: nel mondo si sta scommettendo sulla fine dell’Europa, intesa come nucleo di 16 paesi che hanno una comune moneta in tasca. E la scommessa la stanno vincendo, se è vero che il Vecchio Continente ci ha messo mesi per fronteggiare il pericolo di un default greco, dividendosi tra i fautori del rigore (lasciamo Atene al suo destino, così diamo un esempio agli altri paesi poco virtuosi e fermiamo la speculazione sul nascere) e coloro che erano favorevoli a finanziare la Grecia per consentirle di rimborsare i titoli pubblici in scadenza; poi ha dovuto prendere tre decisioni a distanza di pochi giorni l’una dall’altra per arrivare a farsi chiedere i soldi dal governo greco e a darglieli (fra poco), lasciando così che i tassi salissero fino a diventare a due cifre e dunque passando da un impegno di 30 miliardi (più 15 dell’Fmi) ad un complessivo quattro volte tanto. Se a questo si aggiunge il tormento, consumato pubblicamente, del governo tedesco, più che diviso su questa questione, e si aggiunge la palese dimostrazione della fragilità della costruzione del club dell’euro, non fosse altro perché nessuno aveva previsto a Maastricht che un giorno un paese membro del club avrebbe potuto andare a gambe all’aria, allora si capisce come tutto congiura a dimostrare quanto sia stato efficace l’attacco al cuore dell’euro. E’ chiaro, dunque, che la speculazione non si fermerà qui: dopo la Grecia, sarà sì la volta di altri piccoli, come Portogallo e Irlanda, di cui già si parla, ma se l’obiettivo è Eurolandia, c’è da aspettarsi che la speculazione aggredisca anche e soprattutto i paesi più grandi e quindi maggiormente in grado di mandare in tilt il sistema. Italia non esclusa.
Per questo, al di là dell’ostentazione di tranquillità e fiducia che il governo ha mostrato in questo frangente – assolutamente necessaria, sia chiaro, altrimenti i mercati avrebbero interpretato qualsiasi altro umore o comunicazione come il segno di una pericolosa debolezza – bisogna che ci si predisponga anche al peggio. Come? Prima di tutto facendo un salutare bagno di consapevolezza – materia prima rara, tranne alcune eccezioni – e poi attrezzandosi con coraggio e fantasia a fare alcune scelte atte a prevenire il male – cosa notoriamente meno dolorosa del curare – scelte che sono riassumibili nelle famose riforme economiche strutturali. Sì, proprio quelle di cui si parla da tempo immemorabile e delle quali Berlusconi e sodali si sono riempiti la bocca – sempre genericamente, per carità, hai visto mai che domani qualcuno possa chiederne conto – subito dopo le elezioni regionali. “Chiusa la stagione delle elezioni, finalmente si apre quella delle grandi riforme”, è stato il mantra del premier, senza spiegare perché nei primi due anni della legislatura – cioè proprio quelli in cui si possano più agevolmente fare le riforme – non è successo nulla di nulla. Peccato, però, che il primo mese di questi tre anni di legislatura senza elezioni sia stato riempito non da un dibattito su quali riforme fare e come, ma dalla cronaca deprimente di una guerra senza quartiere interna al Pdl e alla maggioranza di governo. Un viatico niente affatto rassicurante per quanto potrà accadere prossimamente, tant’è vero che il tema più gettonato è quello delle eventuali elezioni anticipate. Se a questo si aggiunge la non meno deprimente telenovela riguardante il Pd, che è persino riuscito a spaccarsi anche sulle spaccature del fronte opposto, si capisce come il problema sia non la querelle Fini–Berlusconi quanto la più complessiva tenuta del bipolarismo nostrano. O meglio, l’ultima scena di un film, la disgregazione del sistema politico italiano, che va in onda da molto tempo e che è ormai arrivato all’epilogo.
Insomma, così come da una parte la posta in gioco non è la Grecia ma l’euro e l’intero assetto della vecchia Europa, così dall’altra la partita non riguarda solo il Pdl e questo governo, ma la Seconda Repubblica. Speriamo nell’uno come nell’altro caso di non uscirne con le ossa rotte.
Da Terza Repubblica (quotidiano on line di Società Aperta)
L’EURO E’ COME IL BIPOLARISMO ITALIANO: SI STA SQUAGLIANDO
Come da una parte la posta in gioco non è la Grecia ma l’euro e l’intero assetto della vecchia Europa, così dall’altra la partita non riguarda solo il Pdl e questo governo, ma la Seconda Repubblica. Speriamo nell’uno come nell’altro caso di non uscirne con le ossa rotte. Da Terza Repubblica

Lascia un commento