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Kinò ucraino: quelle stragi di Dikan’ka

L’invasione russa non fa più sottovalutare l’Ucraina. L’attenzione, pagata con il sangue, la rende grande quanto non lo è mai stata. Il cinema finalmente di ucraini per l’Ucraina non deve più nemmeno glorificare i vincitori terzi. Una favola pagata a caro prezzo, virata all’horror. Di Giuseppe Mele

di Giuseppe Mele | 1 Maggio 2022

Prima della guerra l’Ucraina ed il suo popolo erano più che sottovalutati. Nella grande pancia europea, non diciamo quella americana, era considerata una Russia più povera e senza orgoglio. Attenzionata da Mosca, che la pretendeva almeno sottomessa, era ancor meno considerata dalla Polonia, per i noti dissapori storici, e dal resto dell’Esteuropeo. Nell’Europa occidentale, ucraino era sinonimo di badante all’ultimo livello del lavoro effettivo, anche se a nero; e restava il mistero della differenza tra moldavi e ucraini, entrambi monopolisti della massima indigenza europea.

La massima attrazione mediatica del paese era la Chernobyl del 26 aprile ’86, anch’essa però contesa, in particolare dalla Bielorussia. Aseconda dei novellisti, storytalkers ed altri giornalisti, di volta in volta, il disastro nucleare che realizzò ben 65 morti accertati (ma milioni immaginati) cambiava nazionalità. Il disastro relativo con la sua terribile spada di Damocle che non calava mai, veniva comunque tenuto vivo, soprattutto da noi, a imperativo divieto di uso dell’energia più pulita, quella nucleare. Poi le pance in affitto delle ucraine divennero la notizia più ghiotta per i media e le coppie desiderose di figliolanza.

Quando uscì nel 2015 Il Complotto di Chernobyl. The Russian Woodpecker dell’americano mezzo montatore mezzo regista, Gracia, erano tutti annoiati da questa storia dell’orrore degli ’80. Eppure, l’americano snidò una storia ghiottissima, suggeritagli dallo jurodivyj (sciocco, folle, pazzo in Cristo) Alexandrovich, convinto che il grave disastro nucleare fosse stato provocato a Mosca dall’exministro delle comunicazioni Shamshin, morto nel 2009, nell’ambito di un programma di conquista parapsicologica delle menti, detto del picchio russo. Nondimeno il parossismo antirusso era solo al terzo livello sanzionatorio e non venne sostenuta ulteriormente la responsabilità di Mosca, tanto più che storicamente quella era comunque stata sovietica. La notizia però ora potrebbe tornare utile.

L’attenzione del cinema per l’Ucraina produceva invece film, in Italia, come il docufiction Molto Visibile Segretamente Nascosto 2008 della Di Cicco. Una storia di viaggi in pullman, di vedovi che a Napoli fanno coppia con ucraine, i cui parenti, in particolare le figlie, aspettano le rimesse, tra l’ovvia e magnifica solidarietà femminile. Bertolucci prima di morire fece in tempo a premiare l’opera rosa. Sulla stessa linea nel 2016 in Easy Un Viaggio Facile Facile il regista Magnani racconta di un ex automobilista sportivo, ormai ritirato e depresso, che ha l’occasione di tornare a guidare per riportare a nero una salma in Ucraina. C’entra ancora meno con Kiev, il documentario Dancer 2016 di Cantor che narra genio e sregolatezza del divino carismatico ballerino ucraino Polunin, il bad boy della danza del Royal Ballet, abbandonata per problemi di droga.

Alla ricerca dei sofisticati gusti occidentali, il cinema ucraino sperimentò anche un film tutto girato nella lingua dei segni; The Tribe del 2014 di Slaboshpytskkiy, racconto di prostituzione minorile, iniziazioni, pestaggi nella vita ordinaria in un istituto per invalidi. Tra le pieghe nascoste della storia e del cinema, tra notizie ghiotte dei tempi gorbacioviani, ormai desuete,uscirono nel2017 Frost. Šerkšnas del lituano Bartas, nel 2018 Etere del maestro polacco Zanussi, nel 2019 Homeward Evge del tartaro Aliev e Nabarvené ptáče The Painted Bird del boemo Marhoul, a narrare di violenze subite dai qırımtatarlar (tatari di Crimea), dai ragazzi ebrei nell’esteuropa della II guerra mondiale, dai lituani, tra sepolture,  viaggi umanitari, superstizioni di ieri che si intrecciano con superpoteri Marvel di oggi, come nella ricerca, nella Podolia ucraina del XX secolo, della quintessenza del potere. Fuori di ogni tempo massimo arrivava nel 2020, Dau. Natasha di Khrzhanovskiy, erede del Salò di Pasolini e della naziexploitation ‘70, nella versione già tramontata e mai decollata, del gulagexploitation. La ukrainexploitation presenta due ricercatrici ’50 usate come spie prostitute dai servizi sovietici.

Dominava però la cronaca. L’Ucraina era il cambio di regime del 2014 (ma avvenuto già dieci anni prima) e la guerra strisciante con la Russia. Nel 2015 Winter on Fire, Ukraine’s fight for Freedom del regista israeliano americano Afineevsky si sofferma sul mancato accordo commerciale con l’Unione europea Nel 2018 l’ucraino Loznitsa nei docufilm Maidan e Donbass racconta tutto, la destituzione di Janukovyc, le proteste di piazza e la voglia di Novarossija di Mosca. I più eruditi storcevano la bocca e ricordavano il grande cinema ucraino di Dovženko, nel cinema muto, pari a Ejzenštejn con Arsenal ‘29, Zvenigora, Ivan.Il suo La terra ‘30 racconta di un giovane contadino bolscevico che viene ucciso dai kulaki. Nonostante o forse per la tematica staliniana, che sotterrava il contemporaneo Holomodor, il film era considerato uno dei dieci film più belli della storia del cinema. Nel ‘43 girò un grande documentario sull’Ucraina in fiamme, imputando l’esercito di gravi errori. Accusato di nazionalismo ucraino, venne riabilitato da Chrušcëv e rivisse nelle sue sceneggiature rimesse in video dalla vedova Solnceva, già attrice del muto.

Come un macigno nel 2016 arriva il documentario Ucraina in fiamme dell’americano, premio Oscar, Stone. Distrugge l’entusiasmo occidentale per l’Ucraina libera. Rievoca con il giornalista Parry, ricordando il premio Pulitzer Webb, i golpismi Usa (Nicaragua, Yemen, Siria, Libia, Iraq). Mette in fila i comizi di politici Usa (McCain, Murphy) e di esponenti del Dipartimento di Stato (la Nuland) a Piazza Maidan, poi un decennio di ONG finanziate, di nuovi canali Tv, di  giornalisti stipendiati, fino ai colpi più pesanti come l’uso ingiustificato della forza da parte del capo dell’amministrazione presidenziale, Levochkin (intimo amico della Nuland) contro gli ordini del ministro dell’Interno ucraino Zacharčenko e come gli spari dei ribelli stessi sui manifestanti. L’impressione è forte ed il documentario viene censurato da YouTube ma sotto le proteste viene riattivato. Incredibilmente la Russia appare più democratica degli Usa, e la tesi del colpo di stato credibile. Intanto dal 2015, e fino al 2019 in tv c’è Sluha Narodu Servo del Popolo, la storia di un professore liceale che dalle proteste arriva da presidente al Palazzo Mariinskyi di Kiev. La serie è prodotta da Kvartal 95, fondata dal comico Zelenskyy, che diventa realmente presidente dell’Ucraina il 20 aprile 2019. Poteva succedere solo nel paese delle favole di Baba Jaga nelle veglie di Dikan’ka, raccontate da Gogol.

Il cinema ucraino era stufo di vedersi raccontare da altri. Toccata anche Cannes e la sperimentazione di nuovi esperanti slavi, sfonda a Venezia, vincendo una sezione della Mostra, con un film, girato a Mariupol’ nel 2018, con solo autentici volontari, paramedici e attivisti per i diritti umani della guerra del Donbass. Atlantyda(Atlantis) di Vasjanovyč conduce da unminatore, già soldato ucraino traumatizzato e dal suo ex commilitone suicida nelle sepolture delle fosse comuni della pace immaginata nel 2025. La voglia di mettersi in proprio è tanta. Lo dimostra The Earth is Blue as an orange 2020 della Tsilyk, presentato al Sundance 2020, surreale autorefenziale ripresa di una famiglia tutta femminile (nonna, madre e figlie) che in una delle più pericolose zone del Donbass filma un documentario sul piccolo gruppo fuggito dal conflitto, tra crolli di edifici e tankisti lusingati dalle riprese.

Il mondo guarda alla guerra e la Vorozhbitin Bad roads le strade del Donbass 2020 offre 4 letture, di un preside ubriaco, bloccato a un check-point filorusso con il passaporto sbagliato; di una ragazza alla fermata del bus in attesa del fidanzato; di una giornalista rapita, umiliata e chiusa in una casa abbandonata; di una benestante uccisa da una coppia di contadini dopo aver investito una gallina. La favola è divenuta film d’interni, grottesco horror di odio reciproco, Tarantino fattosi carne e sangue. L’invasione russa del 24 febbraio scorso ha interrotto le riprese del secondo film della cineasta, Demons. Pieno di cipiglio, Vasjanovyč torna a Venezia, la 78° del 2021 con Отражение (Reflection). In giro per l’Italia, ora per solidarietà, Presidenti di Biennale e Direttori della Mostra invitano dalle soglie delle sale alla proiezione gratuita. In Reflection, Vasjanovyč dipinge un chirurgo ostaggio umiliato e torturato dai russi in Ucraina orientale; tornato a casa, cerca l’affetto dell’ex moglie e della figlia, antidoto alla brutale disumanità di guerra. Nell’assordante assenza di sonoro, la staticità ingrandisce il contrasto tra l’agiatezza della quotidianità in un quartiere residenziale borghese e gli orrori della guerra sul fronte orientale. Ancora in Klondike 2022 una Er Gorbach, alla Berlinale, racconta di una moglie incinta che non vuole abbandonare il villaggio del Donetsk, occupato dai russi, anche quando sulla sua famiglia si schianta l’aereo Malaysia Airlines 17 partito da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur, abbattuto probabilmente dagli ucraini.

L’invasione russa non fa più sottovalutare l’Ucraina. L’attenzione, pagata con il sangue, la rende grande quanto non lo è mai stata. Il cinema finalmente di ucraini per l’Ucraina non deve più nemmeno glorificare i vincitori terzi. Una favola pagata a caro prezzo, virata all’horror.

Giuseppe Mele

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: anni, cannes, cinema, contadini, guerra mondiale, iraq, italia, lavoro, libia, mondo, napoli, nicaragua, notizia, prostituzione minorile, regime, siria, storia del cinema, unione europea, usa

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. donatella di cicco

    13 Settembre 2022 alle 15:05

    Gentile signor Mele, sono la regista del film Molto visibile segretamente nascosto, un film che ho realizzato nel 2008 come oggetto della mia tesi di studi a Brera, dipartimento nuove tecnologie cinema e video di Milano. Le scrivo qui la sinossi del mio film: “Un uomo si aggira solo in un appartamento vuoto. Attorno a lui si sente la presenza di una famiglia: qualche foto sparsa per la casa, i filmati di una moglie in una giornata al mare, una figlia e una nipotina che cenano con lui. Dietro la telecamera c’è sua figlia, che lo insegue in questa nuova vita da vedovo che è iniziata quattro anni prima. Una sera si prepara per andare al cinema ed incontrare Vera una donna ucraina che oggi è la persona più vicina a lui. Vera ha lasciato una figlia nel suo paese, l’adolescente Halyna, che comunica con la mamma attraverso fotografie e filmati, realizzati da lei, come diari visivi delle sue giornate e delle sue emozioni. Vista soltanto attraverso queste immagini, Halyna diventa un possibile alter-ego della regista, due ragazze unite dalla separazione dalla figura materna. Così l’autrice sceglie di compiere il lungo viaggio in autobus che separa Napoli dall’Ucraina, per avvicinare e avvicinarsi”.
    Intenzioni di regia:
    “Molto visibile segretamente nascosto come il dolore, la mancanza che è visibile per riflesso sugli oggetti, sulle cose, sui volti delle persone, ma allo stesso tempo segretamente nascosta negli animi. Gli unici protagonisti sono solo mio padre e Halyna, di tutto il resto non si sentono altro che voci. Quando ho intervistato Halyna le ho chiesto: “come te la immagini tua madre?” ma dopo riguardando il materiale ho capito che non aveva senso quella domanda, avevo già tutto. Ho lasciato parlare il mondo immaginario di Halyna, e ciò che lei si è dovuta costruire per essere più vicina alla mamma negli anni, attraverso le sue riprese che come diari visivi descrivono la sua vita. Il racconto passa da una storia per entrare in un’altra, la mia vicenda personale è il punto di partenza, ma dopo non ho voluto più tornare, sono solo partita da molto lontano. Vorrei che pian piano i pezzi di questa storia si ricompongano attraverso frammenti, ricordi confusi, memorie, immagini, come una storia complessa e articolata come appunto potrebbe essere una storia del nostro tempo”.
    Quindi innanzitutto non si tratta di nessun DOCUFICTION, già il termine lo trovo orribile, ma di un vero e proprio documentario sulla mia vicenda personale che si lega a quella di Halyna, la ragazza ucraina protagonista del film. Nè tantomeno di “Una storia di viaggi in pullman, di vedovi che a Napoli fanno coppia con ucraine, i cui parenti, in particolare le figlie, aspettano le rimesse, tra l’ovvia e magnifica solidarietà femminile.” ma solo la storia personale di mio padre; e non c’è nessuna ovvia e magnifica solidarietà femminile ma solo il dramma di donne che devono lasciare i propri cari e i propri affetti per prendersi cura delle nostre famiglie, …[e lo fanno entrando così intimamente nella vita, nei sentimenti, nella quotidianità delle persone assistite e delle loro famiglie, che acquisiscono conoscenze sul funzionamento della società italiana, di una profondità che nessun sociologo, psicologo o confessore sarebbe in grado di attingere..] Questo scriveva Adriano Sofri, nel suo libro del 2007 Chi è Il mio prossimo, citando degli scritti di Guido Viale. E “Bertolucci prima di morire fece in tempo a premiare l’opera rosa”. Non si può neanche sentire…perchè mai considerare un’opera di una donna come un’opera rosa? di cosa stiamo parlando, di un romanzo Harmony? con tutto il rispetto per questi bellissimi romanzi che hanno segnato un’epoca. Dico solo che a volte bisognerebbe guardarli i film prima di scriverne, sono fatti per questo, per essere visti. Se il mio film c’entri o non c’entri con la guerra, non lo so, io spero di no ma a questo punto lo lascio dedurre a lei. Buona giornata, Donatella Di Cicco

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