
Trump è tornato a usare i dazi come randello politico.
Non come strumento commerciale, ma come arma di pressione contro chi non si allinea alle sue decisioni di politica internazionale.
La minaccia di aumentare i dazi contro i Paesi europei nasce dal fatto che l’Unione europea – a partire dalla Danimarca, di cui la Groenlandia fa parte – non accetta l’idea che la Groenlandia possa diventare un oggetto di acquisizione americana, come se fosse un’azienda in saldo o una colonia d’altri tempi.
È la sovranità europea vale finché non ostacola gli interessi strategici degli Stati Uniti.
La Groenlandia significa controllo delle rotte polari, risorse minerarie strategiche, posizionamento militare nel nuovo equilibrio climatico e geopolitico.
Per questo Trump considera inaccettabile che l’Europa – e la Danimarca in particolare – ostacolino i suoi progetti e rivendichino il diritto di decidere..
Il punto politico è che l’Europa non viene trattata come un alleato con cui discutere, ma come uno spazio subordinato, da piegare se necessario con la minaccia economica. Se resisti alle mie pretese vieni colpito.
Altro che “Occidente unito” e altro che “atlantismo” che tanto piacciano a Meloni, ai suoi accoliti ma anche a tanti esponenti politici e commentatori di cultura liberale.
Qui siamo davanti a una logica imperiale senza più maschere, dove i rapporti di forza contano più del diritto internazionale, dell’autonomia strategica, perfino della dignità politica degli Stati coinvolti.
La Groenlandia diventa così il simbolo di una questione più ampia: se l’Europa accetta che un territorio venga messo sotto pressione a colpi di dazi perché non è “acquistabile”, allora accetta l’idea di non essere più un soggetto politico, ma solo un mercato da disciplinare.
Ma ieri l’attividmo di Trump si è rivolto anche a Gaza per la quale ha nominato un “comitato per la pace” composto da immobiliaristi, affaristi e miliardari amici che di dovranno occupare di dirigere la ricostruzione.
Da esso sono esclusi i palestinesi, cioè il popolo che ha subito la guerra e che oggi subisce l’occupazione.
La ricostruzione diventa così un grande business geopolitico, gestito da chi ha sostenuto militarmente e politicamente il conflitto. Appalti, infrastrutture, energia, logistica, sicurezza: un mercato gigantesco, deciso senza i palestinesi e contro la loro autodeterminazione.
In questo contesto, la disponibilità di Giorgia Meloni a partecipare non è neutra.
Significa accettare un’impostazione in cui la politica internazionale si riduce ad affarismo e i diritti dei popoli diventano un fastidio.
In questo modo Meloni contribuisce a un’operazione precisa: trasformare un conflitto coloniale in un problema di gestione economica post-bellica.
Qui sta la responsabilità più grave: un Paese come l’Italia, che sulla carta si richiama alla Costituzione, alla pace, al ripudio della guerra, sceglie invece di legittimare un tavolo da cui sono esclusi i palestinesi, che sono i diretti interessati, e di partecipare a un processo che normalizza l’ingiustizia.
Meloni sta ratificando un ordine ingiusto e persino di vanta di partecipare alla sua costruzione.
Giorgia Meloni è politicamente subordinata a Donald Trump e non prova nemmeno a costruire una posizione autonoma.
Ogni volta si allinea e si propone come interlocutrice affidabile proprio perché non crea problemi. Dove Trump decide, lei si adegua. Dove Trump imposta il quadro, lei entra nel quadro senza discuterlo.
Succede sui dazi, succede sulla Groenlandia, succede sul Medio Oriente.
Succede ora con il cosiddetto Board for Peace.
Questa non è alleanza.
È dipendenza politica.
Enrico Rossi

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