
Che Joel Mokyr abbia ricevuto il Premio Nobel per l’Economia 2025 non sorprende tanto per l’oggetto dei suoi studi: l’origine culturale del progresso tecnologico, quanto per la genealogia invisibile a cui appartiene: quella dell’intelligenza ebraica diasporica, che ha trasformato la riflessione in un modo di abitare il mondo, e la conoscenza in una forma di sopravvivenza spirituale.
Nato nei Paesi Bassi da una famiglia ebraica sopravvissuta alla Shoah, cresciuto tra Israele e gli Stati Uniti, Mokyr incarna quella continuità che unisce il pensiero talmudico al metodo scientifico moderno: la convinzione, cioè, che il sapere non consista nel possesso della verità ma nel dialogo infinito intorno ad essa.
Se leggete le intetviste e estratti dei suoi libri sul web per Mokyr l’economia non è mai mera contabilità o statistica, ma un processo morale e cognitivo, un intreccio di idee, linguaggi e valori che rende possibile l’innovazione.
Per Mokyr, infatti, il progresso non nasce dal capitale o dalla casualità, ma da una disposizione culturale: quella che autorizza il nuovo, lo pensa, lo desidera.
In questo senso, la sua visione partecipa di un’idea profondamente ebraica della conoscenza: la consapevolezza che ogni sistema, per vivere, deve aprirsi alla disputa, che la fedeltà alla tradizione passa attraverso la sua continua reinterpretazione.
Come Schumpeter, Polanyi o Krugman, e, più indietro, come gli stessi maestri dell’esegesi rabbinica, Mokyr non separa mai la teoria dalla storia, la creatività dall’etica, l’intelligenza dalla responsabilità.
Nel suo pensiero si avverte l’eco di una “machloket” infinita: il dibattito come spazio vitale, il confronto come forma di fede.
E forse è proprio qui, in questa trama di fedeltà e discontinuità, che si riconosce l’eredità più profonda dell’ebraismo nella modernità: l’idea che ogni progresso, tecnico, economico o spirituale, non sia una fuga dal passato, ma il suo modo più alto di continuare a interrogarsi.
David Pacifici

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