E partiamo subito dal film che avrebbe meritato il Leone d’oro, ma anche l’argento, soprattutto dopo le parole improvvide della presidente della giuria, che aveva attaccato il film di Polanski ancor prima di averlo visto, ci può stare e credo proprio che l’ottantanovenne Polanski, che ha dato con il suo “J’accuse” una grande lezione di cinema, se non può avere la stima di Lucrecia Martel, se ne farà una ragione. Dicevo ci può stare perché il leone d’oro è andato ad un altro film di denuncia quel “Jocher” di cui parleremo dopo.
Roman Polanski fin dalla prima scena evidenzia quale atto di accusa sarebbe stato il suo film non solo nei confronti della Francia di fine ottocento, ma anche per quella attuale dove l’antisemitismo continua ad allignare. L’umiliazione della degradazione del capitano Dreyfus ( Louis Garrel), accusato come spia,condannato come traditore davanti all’esercito schierato, il compiacimento di colui che aveva tramato per procurarsi false accuse, che rivolto ad un vicino afferma “…ha l’espressione di un sarto ebreo a cui hanno portato via l’oro…” riferendosi all’espressione di Dreyfus mentre gli vengono strappate le mostrine, le medaglie e la sua spada viene spezzata, apre la porta all’antisemitismo che pesò sulla condanna e sull’esilio all’isola del diavolo.
Facendo ricorso alla lettura del libro “L’ufficiale e la spia” di Robert Harris , Polanski non narra la storia dal punto di vista di Dreyfus, ma in maniera originale ci fa seguire passo passo la ricerca del colonnello del controspionaggio francese Georges Picquart (un grande Jean Dujardin) che resosi conto dell’inaffidabilità delle prove continuò a portare avanti la sua controinchiesta, fino ad arrivare a discolpare Dreyfus. Una lezione che dovremmo ricordare sempre per capire e non ripetere l’emarginazione del “diverso” sia ebreo, sia migrante, sia folle , sia disadattato.
C’è tanto dell’origine ebrea di Polanski, in questo film, ma anche di Kafka, in una Parigi poco riconoscibile dove già aleggia la menzogna, l’ebreo alsaziano Dreyfus viene perseguitato per l’unica colpa di essere ebreo.
E il riferimento alla situazione attuale delle “democrazie” imperfette in Europa è più che chiaro. Grande Polanski , grande film assolutamente da vedere per lasciarsi prendere dalla bellezza delle immagini e dalla capacità di Polanski di manovrare la macchina con fluidità. Notevole è la ripresa dal basso delle scale che portano all’aula del tribunale. Una forte accusa al potere che imbastisce menzogne per difendersi dal pericolo della possibile democrazia, una caduta libera della giustizia e della verità, per cui le singole parole, in questo film pesano come macigni e fanno sì che lo spettatore si renda conto che il razzismo, la paura, la ricerca di un “diverso” da umiliare, perseguitare, oltraggiare sono sempre presenti, ieri come oggi nella nostra Europa.
Maria Rita Monaco

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