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Italia tra i Paesi industrializzati con il maggiore peso del fisco

L’Italia resta uno dei Paesi industrializzati con il maggiore peso del fisco sul lavoro, ma nel 2025 spicca con una delle riduzioni più significative del prelievo, in controtendenza rispetto agli aumenti prevalenti. Questi dati emergono dal rapporto annuale ‘Taxing Wages’ dell’Ocse riportato dal Sole24Ore. Nel 2025 il cuneo fiscale, la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall’azienda e la retribuzione netta, ovvero l’insieme di tasse e contributi previdenziali versati per un lavoratore single con un salario medio in Italia, è diminuito al 45,8% dal 47% del 2024. Nell’Ocse nel suo insieme, il cuneo medio è invece aumentato di 0,15 punti percentuali al 35,1%, il livello più alto dal 2016.

di Salvatore Rondello | 24 Aprile 2026

L’Italia resta uno dei Paesi industrializzati con il maggiore peso del fisco sul lavoro, ma nel 2025 spicca con una delle riduzioni più significative del prelievo, in controtendenza rispetto agli aumenti prevalenti.
Questi dati emergono dal rapporto annuale ‘Taxing Wages’ dell’Ocse riportato dal Sole24Ore. Nel 2025 il cuneo fiscale, la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall’azienda e la retribuzione netta, ovvero l’insieme di tasse e contributi previdenziali versati per un lavoratore single con un salario medio in Italia, è diminuito al 45,8% dal 47% del 2024. Nell’Ocse nel suo insieme, il cuneo medio è invece aumentato di 0,15 punti percentuali al 35,1%, il livello più alto dal 2016. L’Italia si piazza al quinto posto tra i 38 Paesi aderenti all’Organizzazione, dietro a Belgio (52,5%), Germania (49,3%), Francia (47,2%), Austria (47,1%). Il ‘paradiso’ del cuneo resta la Colombia con un dato pari a zero, perché i lavoratori single con un salario medio non pagano imposte sul reddito personale e i contributi previdenziali e sociali non sono obbligatori. Segue il Cile (7,5%) e hanno un fisco light anche Nuova Zelanda (20,8%), Messico (21,7%) e Svizzera (23%). Tra gli altri big, gli Usa sono al 30%, il Canada al 32,1%, il Regno Unito al 32,4% e il Giappone al 33,1%. Nell’area Ocse, tra il 2024 e il 2025 il cuneo fiscale per il lavoratore single é salito in 24 paesi, é diminuito in 11 ed é rimasto invariato in tre. L’Italia ha segnato uno dei cali più consistenti, pari a -1,21 punti percentuali, dietro a Lettonia (-1,44 punti al 40,1%) e all’Australia (-1,67 al 27,9%). Come spiega il rapporto, in Italia il principale fattore della diminuzione è stata la sostituzione dell’aliquota ridotta temporanea per i contributi previdenziali dei dipendenti con due nuovi crediti d’imposta, ovvero il nuovo sistema di detrazioni Irpef introdotto dalla Legge di bilancio 2025. Nell’Ocse l’aumento maggiore del cuneo (pari a 2,45 punti percentuali al 32,4%) si è registrato nel Regno Unito ed è in parte dovuto a un aumento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro e in parte al fenomeno del fiscal drag, ovvero l’effetto per cui le aliquote fiscali effettive aumentano meccanicamente quando i parametri dei sistemi fiscali non vengono adeguati all’inflazione. Incrementi superiori a 1 punto si sono verificati anche in Estonia (1,95), Germania (1,34) e Israele (1,09). L’Estonia ha aumentato l’aliquota Irpef dal 20% al 22% nel 2025, mentre in Germania sono aumentati i contributi previdenziali e i redditi lordi ed è finito il bonus per compensare l’inflazione. L’Italia arriva al 45,8% totale del cuneo sommando il 14,5% di imposte personali sul reddito (13,4% Ocse), il 7,2% (8,1% Ocse) dei contributi previdenziali che ricadono sul lavoratore e il 24% a carico del datore di lavoro. Quest’ultima percentuale resta tra le più alte dell’Ocse (Francia al top con 26,7%) ed è molto più elevata della media, pari al 13,5%.
Prendendo in esame il solo salario lordo, ovvero l’Irpef e i contributi previdenziali a carico del dipendente, in Italia il prelievo totale risulta del 28,6% nel 2025 (25,1% Ocse), con il 19,1% di tasse sul reddito (15,5% Ocse) e il 9,5% di contributi previdenziali (9,6% Ocse). Nel caso di una famiglia monoreddito con due figli il cuneo fiscale nel 2025 è stato in media del 26,2% nell’Ocse, con un aumento di 0,46 punti percentuali sul 2024. Come rileva lo studio, questo fa sì che si sia ridotto il vantaggio fiscale per le famiglie con prole rispetto ai single, per il secondo anno consecutivo (-0,31 punti dopo -0,13 punti nel 2024), attestandosi in media a 8,9 punti. In Italia il cuneo fiscale per le famiglie con un solo reddito e due figli risulta del 34,3% (decimo posto nell’Ocse), con un calo di 0,89 punti percentuali sul 2024 e un vantaggio fiscale di 11,5 punti rispetto al single senza figli (-0,32 punti sul 2024). Per un genitore single con un reddito pari al 67% del salario medio il cuneo fiscale nell’Ocse è stato in media del 16,3% (+0,52 punti percentuali). In Italia è del 23,6%. Nel caso di una famiglia con due redditi e due figli, il cuneo medio Ocse è del 29,8% contro il 36,1% dell’Italia. Per tutte le famiglie, ad eccezione di quelle con un solo genitore e due figli, il cuneo fiscale medio dell’Ocse nel 2025 ha raggiunto il livello più alto almeno dal 2018, sottolinea il rapporto. Al tempo stesso, grazie alle agevolazioni fiscali e ai sussidi in denaro per le famiglie, nel 2025 il reddito disponibile delle coppie con due figli e un solo reddito superava quello del lavoratore single di oltre il 20% in Slovacchia (24,7%), Polonia (24,2%) e Lussemburgo (22,1%) e di oltre il 15% in Belgio (19,9%), Austria (17,6%), Germania (17,4%), Lituania (16,4%), Irlanda e Italia (15,1%). Dal 2021, in media, nei paesi Ocse il cuneo fiscale è aumentato per tutte le otto tipologie di lavoratore considerate dallo studio, con un incremento maggiore per le coppie sposate con un solo reddito e due figli (1,7 punti percentuali). Andando a ritroso, tuttavia, il cuneo fiscale nel 2025 è rimasto al di sotto del livello del 2000, il primo anno per il quale sono disponibili i dati di ‘Taxing Wages’. Per il lavoratore singolo con un reddito medio, la riduzione media è di 1,1 punti percentuali in questo periodo. Nel caso dell’Italia il calo è di 1,3 punti rispetto al 47,1% del 2000. Il livello più alto del periodo per l’Italia è il 47,9% del 2019, il minimo il 45,5% del 2015, in base ai dati riportati dallo studio. Il rapporto evidenzia anche che il salario medio è aumentato in termini nominali in tutti i 38 paesi Ocse nel 2025 rispetto all’anno precedente ed è aumentato in termini reali in 35 paesi. Il reddito al netto delle imposte di un lavoratore single che percepisce il salario medio è aumentato in 28 paesi in termini reali, dopo essere aumentato in 29 paesi nel 2024.
Tuttavia, se l’economia italiana vuole crescere, alcune riforme non si possono più rimandare. Occorre amplificare la partecipazione alla forza lavoro di donne e giovani, rafforzare gli investimenti del settore privato per stimolare la produttività, e un piano fiscale in grado di ridurre il debito pubblico e sostenere la crescita nel lungo termine.
Nonostante la situazione di ciascun paese sia unica, le principali sfide individuate dall’Ocse riguardano l’istruzione e il capitale umano, ma anche  le normative sui mercati dei prodotti, che necessitano di maggior  dinamicità  e apertura alla concorrenza.
Per quanto riguarda l’Italia, dopo il 2010 l’andamento economico è migliorato, trainato soprattutto dall’aumento dell’occupazione. Ma nonostante questo, la produttività del lavoro si è indebolita. Tra i principali problemi che rallentano l’economia del paese, un rapporto debito pubblico/Pil che, avvicinandosi al 150%, è tra i più elevati dell’Ocse. Una percentuale che a sua volta ha determinato un aumento degli spread sui tassi di interesse e dei costi di finanziamento per gli investitori, mettendo sotto pressione il sistema finanziario e limitando il margine di manovra fiscale necessario per investire nel capitale umano e nelle infrastrutture.
Anche i tassi di occupazione rimangono inferiori rispetto alla media Ocse, principalmente per la bassa partecipazione delle donne e dei giovani nel mercato del lavoro. Un vuoto, spiegato in parte dalla carenza di politiche familiari adeguate, in parte dalla scarsità di incentivi al lavoro per i più giovani e dal mancato allineamento dei programmi di studio alle esigenze del mercato.
A lasciare indietro l’Italia rispetto agli altri, anche la spesa per la ricerca e lo sviluppo, che in percentuale rispetto al Pil resta ben al di sotto della media. Un dato che in parte si deve al grande numero di piccole e medie imprese, che non hanno le capacità economiche per destinare risorse all’innovazione come le grandi imprese.
Infine, nonostante l’attività nel settore dei servizi abbia registrato una crescita superiore a quella dell’economia in generale, a causa di normative che limitano la concorrenza, l’aumento della produttività è particolarmente debole per il basso valore aggiunto.
La ricetta che dovrebbe seguire l’Italia, secondo l’Ocse, dovrebbe comprendere un pacchetto di riforme da attuare in maniera organica. Tra questi è necessario un miglioramento dell’amministrazione fiscale, anche attraverso la promozione dei pagamenti digitali, l’ampliamento della copertura dell’istruzione della prima infanzia e del congedo di paternità, investimenti nella qualità della formazione e dell’orientamento, rafforzamento dei legami tra gli istituti di ricerca pubblici e il settore privato, attuazione di riforme in materia di concorrenza per poter ridurre le barriere all’ingresso nel settore dei servizi. Solo così, si potrà avere una crescita sostenibile, innovativa ed inclusiva.
Dalle pagine di questo giornale, da anni, abbiamo evidenziato la necessità di una grande riforma scolastica per le scuole medie italiane in modo tale da creare anche un collegamento tra formazione scolastica e vocazione produttiva del territorio.
Finora, l’economia italiana è riuscita a galleggiare grazie ai fondi europei del PNRR che avrebbero effetti solo di breve periodo poiché sono stati utilizzati male, senza una progettualità organica di lungo periodo per i necessari miglioramenti strutturali e funzionali del Paese.

Salvatore Rondello

Italia tra i Paesi industrializzati con il maggiore peso del fisco
Pubblicato in : Economia, Editoriale

Info Salvatore Rondello

Salvatore Rondello è nato a Trapani il 11 luglio 1954. Dal 1982 vive e lavora a Roma.
Dopo aver conseguito la maturità con il massimo dei voti, ha proseguito gli studi in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Venezia “Ca’ Foscari”.
Studioso di problematiche sociali, economiche e politiche con particolare attenzione alle tematiche del credito, del welfare e del mercato del lavoro, ha organizzato diversi convegni ai quali sono intervenuti importanti personalità del mondo accademico, politico e sindacale.
Opinionista, consulente artistico e poeta, ha coordinato diversi dibattiti culturali tra i quali sono annoverati diverse presentazioni di nuove pubblicazioni librarie.
Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati in diverse riviste e quotidiani. Da settembre 2016 collabora con la Redazione del quotidiano “Avanti on line”.
Nel febbraio 2015 pubblica per Aletti Editore la raccolta di poesie “Vagazioni” classificata finalista nella II edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”.
Si è sempre battuto socialmente per la tutela del patrimonio artistico e naturale, per la diffusione della cultura, per la difesa Resistenza dei diritti umani e dei valori della Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.

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