
Non raccontatemi che si è giocata una partita di calcio. Non venitemi a dire che è stato “spettacolo sportivo”. Non lo è stato. Non lo poteva essere. Perché l’8 settembre 2025 non c’è stato solo Israele–Italia, c’è stato un rito collettivo di odio, mascherato da calcio.
Cominciamo dall’inizio. UEFA, con la sua solita ipocrisia, decide: non si gioca a Tel Aviv, non si gioca a Haifa, non si gioca in Israele. Troppo rischioso. Si gioca a Debrecen, Ungheria, in campo neutro, come se spostare la geografia potesse sterilizzare la politica.
Ok ci può stare in questo teatro del politicamente corretto.
Non serve un genio per capirlo: la partita era già caricata di simboli prima ancora che i giocatori entrassero in campo. Israele costretto in esilio, l’Italia costretta a giocare in un clima surreale, e sullo sfondo una lettera degli allenatori italiani che chiedeva apertamente l’esclusione di Israele dalle competizioni.
Poi arriva il momento degli inni. L’inno israeliano parte e lì inizia lo spettacolo. Schiene voltate, cartelli alzati, fischi. Non un gesto isolato, non un gruppo di ragazzini esagitati. Una scena organizzata, studiata, quasi compiaciuta. È qui che si capisce che non è più sport. L’inno non è un missile, non è Netanyahu, non è Gaza. L’inno è la voce di un popolo. Voltare le spalle a quella musica significa dire: voi non siete legittimi, voi non avete diritto nemmeno a esistere. Non un governo, non un esercito: un popolo.
E allora ditemi: cosa è cambiato dal 1933? Là c’erano i regimi a organizzare l’odio, qui è la folla a scivolarci dentro da sola. Là c’erano ordini impartiti dall’alto, qui c’è il piacere sporco di sentirsi “giusti” mentre si umilia l’altro. Questo è ancora più pericoloso, perché significa che il veleno è già dentro di noi, spontaneo, pronto a emergere.
La UEFA? Cieca. Sorda. Vigliacca. È la stessa UEFA che ti multa se porti in campo una maglietta con scritto “pace”, che ti sanziona se alzi una bandiera considerata politica. Ma quando un intero settore di stadio trasforma l’inno nazionale di una squadra in bersaglio di odio, allora tutto tace. Perché? Perché disturbare i diritti tv fa più paura che disturbare la coscienza. Perché il business pesa più del rispetto. Non una multa, non un comunicato, non un gesto di condanna. Il nulla.
E il campo? Sì, certo, c’è stata una partita. Nove gol. Due autogol ridicoli. Difese che sembravano dilettanti. E un finale da cinema con Tonali che segna al 91’. Tutto bellissimo, tutto folle. Ma chi si ricorderà di Politano, di Kean? Nessuno. Perché l’immagine che resterà sarà quella delle spalle voltate, dritte, arroganti, compiaciute.
E allora ditemi: che vittoria è questa? È una vittoria sporca, macchiata. È un risultato che porta tre punti ma lascia zero dignità. L’Italia è ancora in corsa per il Mondiale, ma lo sport, ieri, è uscito sconfitto. Perché quando uno stadio diventa tribunale, quando il calcio diventa un processo, quando gli spalti si trasformano in piazza politica, allora non c’è più partita.
Italia–Israele 1933. Non è un titolo a effetto. È una constatazione. Perché quello che si è visto a Debrecen non è stato calcio. È stata la ripetizione del gesto più antico e più vile: voltarsi dall’altra parte. E se accettiamo che questo gesto passi impunito, se accettiamo che UEFA faccia finta di niente, allora non siamo migliori di quelle schiene. Siamo complici.
Ecco la verità: ieri non è morto il calcio, perché il calcio è già morto da tempo, soffocato dagli sponsor, dai business plan, dalle ipocrisie dei burocrati. Ieri è morto il rispetto. È morto negli spalti, è morto nei comunicati non scritti, è morto nei silenzi di chi avrebbe dovuto dire una parola chiara.
Italia–Israele 1933: lo ricorderemo così. Non come una vittoria azzurra, non come una qualificazione in bilico, ma come la partita dell’odio.
Una data che pesa come un marchio sulla coscienza d’Europa.
Niko Kir

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