
Dopo la guerra ripartiamo come un treno. Fabbriche dove c’erano macerie, provincia operosa, export che diventa lingua madre. Poi arrivano gli anni Settanta. Inflazione cattiva, scala mobile che rincorre i prezzi, svalutazioni in serie per restare competitivi senza alzare davvero la produttività. Funziona finché dura, poi la palla di neve degli interessi ci travolge e nel 1992 la lira salta dallo Sme. Da lì capiamo che la festa a debito è finita, ma il conto resta sul tavolo.
Il paradosso più grosso lo abbiamo nascosto in salotto. Le pensioni. Dagli anni Settanta, quando nascite e occupati reggevano, non abbiamo fatto le riforme strutturali che servivano a un sistema a ripartizione che usa i contributi di oggi per pagare gli assegni di ieri. Cerotti, rinvii, slogan. Il risultato è l’assurdo di pensioni delle generazioni pregresse coperte con debito corrente e pressione fiscale. Oggi l’aspettativa di vita sfiora gli ottantaquattro anni. Ottimo per le persone, durissimo per i conti se il sistema non evolve. Le coorti giovani sono sottili e spesso prendono l’aereo. Escono competenze, entrano soprattutto flussi economici a bassa qualifica. Se non investi in lingua, formazione, integrazione nel lavoro, resta uno scarto doloroso tra domanda e offerta.
Per quarant’anni siamo cresciuti dentro un duopolio di fatto. Democristiani e comunisti, a braccetto più di quanto si ammetta, hanno costruito un capitalismo sociale di scambio. Partecipazioni pubbliche bulimiche, assunzioni negli enti, protezioni e sussidi. Tutto utile a tenere insieme il consenso, poco ad alzare la produttività. La modernizzazione vera è rimasta impigliata tra burocrazia, giustizia lenta e politica industriale a singhiozzo.
Sull’energia ci siamo fatti male da soli. Con il no al nucleare abbiamo scelto di dipendere dall’estero. Molto gas, molta elettricità importata. Quando il gas esplode, la bolletta diventa una sentenza. Non c’è mistero. Se rinunci a una fonte stabile e non rafforzi reti e rinnovabili con accumuli seri, finisci a pagare più degli altri.
L’euro non è un santino, è un parapetto. Ci ha tolto la scorciatoia della svalutazione e ci ha dato tassi più bassi di quelli di una moneta di cartavelina. Senza quella rete saremmo a inseguire crisi valutarie e inflazione importata, con stipendi e risparmi rosicchiati ogni mese. Con quella rete possiamo programmare, ma programmare significa smettere di chiedere alla finanza pubblica ciò che deve venire da produttività, innovazione e lavoro ben pagato.
C’è una ricchezza privata enorme. Famiglie sedute su montagne di risparmio, una fetta immensa ferma sui conti. Stato iper indebitato e privati liquidi. Fotografia tipicamente italiana. Se quella liquidità non la trasformi in capitale paziente per infrastrutture, filiere, tecnologia, reti energetiche e scuola, resta sabbia nella clessidra. Scende, ma non costruisce.
Qui entra in gioco la cultura civile. Negli anni ci siamo disabituati al rispetto della collettività, del bene comune, dello Stato e delle leggi. Abbiamo allargato la parola democrazia fino a scambiarla per un lasciapassare personale. Una democrazia di comodo, quasi anarcoide, in cui ognuno si sente autorizzato a fare come gli pare, salvo pretendere che siano gli altri a rispettare le regole. Peccato che gli altri, per gli altri, siamo noi stessi. Quando questa mentalità colonizza traffico, fisco, appalti, concorrenza, servizi, la somma dei piccoli abusi diventa un freno gigante. La legalità non è un fastidio burocratico. È il moltiplicatore invisibile di produttività e fiducia.
La via d’uscita è meno teatrale e più ingegneristica. Un sistema pensionistico coerente con la demografia, che allunghi carriere in modo sostenibile e premi i contributi continui. Un mix energetico adulto, con tutto sul tavolo. Nucleare di nuova generazione dove ha senso, rinnovabili con reti e accumuli all’altezza, efficienza come abitudine. Una giustizia che non rallenti chi investe. Una PA che faciliti invece di intralciare. Scuola e formazione che sfornino competenze, non carte. Incentivi semplici e misurabili, non fuochi d’artificio. E canali trasparenti per portare il risparmio privato nell’economia reale con rendimenti dignitosi e rischi chiari.
Il punto finale non è contabile, è educativo. Per troppe stagioni abbiamo coltivato l’idea dello Stato come persona a sé, una grande mensa a costo zero. La pedagogia del magna e fotti ha insegnato che qualcuno pagherà sempre, che i servizi sono dovuti e che la responsabilità è un optional. Finché resteremo lì, i conti non torneranno, le pensioni zoppicheranno, l’energia costerà troppo e l’industria si stancherà. Il giorno in cui accettiamo che lo Stato siamo noi, che le regole valgono prima di tutto per chi le invoca, che i servizi si pagano con lavoro produttivo, tasse e responsabilità, quel giorno ricominciamo davvero a crescere. E smettiamo di aspettare che una mamma invisibile ci sfami gratuitamente fino alla morte.
Piero Terracina

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