
Il 26 dicembre 2025 non aggiunge una pagina nuova alla guerra, conferma quelle già scritte male. Un’auto che investe, un coltello, una fermata dell’autobus tra Beit She’an e Afula, due morti, feriti sparsi, un civile che spara e chiude l’attacco. Fine della cronaca. Ma il punto non è l’attacco: è tutto ciò che lo rende possibile e tutto ciò che viene fatto dopo per fingere che non lo fosse.
L’aggressore, secondo le autorità, era entrato illegalmente dalla Cisgiordania, lavorava in Israele, si muoveva senza essere intercettato. Questo non è un dettaglio: è il centro del problema. Israele vive da mesi su una contraddizione strutturale che nessun governo ha voluto affrontare fino in fondo. Da una parte proclama confini, controlli, deterrenza; dall’altra tollera — per necessità economica e per convenienza politica — una zona grigia fatta di lavoro in nero, permessi aggirati, controlli a intermittenza. In quella zona grigia non circolano solo operai: circolano informazioni, mezzi, opportunità. È lì che la sicurezza si buca, non nelle conferenze stampa dell’IDF.
Dopo l’attacco scatta il copione noto: raid nel villaggio d’origine, arresti, casa mappata per la demolizione. È una risposta che dà l’illusione di controllo immediato, ma che negli anni ha dimostrato due cose precise: non esiste prova solida che fermi il terrorismo, esiste invece la certezza che alimenti rancore, pressione internazionale e radicalizzazione. Continuare a chiamarla “deterrenza” non la rende più efficace. La rende solo più comoda politicamente.
Il fatto che l’attentato venga fermato da un civile armato diventa subito argomento. Più armi, più licenze, più retorica. Ma anche qui conviene essere onesti: non è una strategia, è una scorciatoia. Funziona una volta, per caso. Non costruisce sicurezza, aumenta solo il rumore di fondo e il rischio di errori. Uno Stato che affida la propria tenuta alla reazione individuale sta ammettendo implicitamente di non saper prevenire.
Tutto questo accade mentre Israele entra nel secondo anno pieno dopo il 7 ottobre senza aver ancora chiarito fino in fondo cosa non ha funzionato. L’inchiesta nazionale resta impantanata nella politica, contesa, rinviata, annacquata. Ogni giorno che passa senza una commissione credibile e indipendente non è solo un problema morale: è un problema operativo. Senza responsabilità chiare, gli stessi errori tornano sotto forme diverse. Beit She’an non è il 7 ottobre, ma ne è figlia diretta.
Sul fronte esterno si parla di cessate il fuoco “a fasi”, di Gaza, di dopo-Hamas, ma il dopo resta sempre domani. Nessuno vuole pagare il prezzo politico di dire chi governa, con quali garanzie, con quali forze sul terreno. Così la guerra resta sospesa, permanente, e intanto si consuma il fronte interno: fiducia, coesione, credibilità.
Questo è il fallimento dell’ultimo anno. Non militare, ma strategico. Israele ha reagito molto, ha scelto poco. Ha colpito, ma non ha chiuso i buchi. Ha parlato di deterrenza, ma ha evitato le riforme scomode: lavoro illegale, filiere economiche opache, gestione della Cisgiordania, verità sul 7 ottobre. E ogni attentato che nasce da queste omissioni viene poi trattato come un fulmine a ciel sereno.
Se il 2026 sarà la fotocopia del 2025, non serviranno altri editoriali. Basteranno altre fermate dell’autobus, altre strade provinciali, altri civili costretti a fare ciò che lo Stato avrebbe dovuto prevenire. Gli auguri, a questo punto, sono ridotti all’essenziale: meno slogan, meno automatismi, più decisioni verificabili. Perché la guerra, così com’è oggi, non sta solo uccidendo persone. Sta logorando lo Stato che pretende di vincerla.
Nico Kir

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