
A un mese dall’attacco di Hamas nel sud di Israele e dall’inizio del conflitto nella Striscia di Gaza le divergenze tra il governo israeliano e gli Stati Uniti stanno finalmente venendo a galla. All’indomani di un’intervista all’emittente ABC News in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu ipotizzava un controllo israeliano “a tempo indefinito” sulla Striscia, la Casa Bianca ha risposto che il territorio palestinese rimarrà tale e non ci sarà nessuna rioccupazione. “Tutti vogliamo porre fine al conflitto il prima possibile e ridurre al minimo le sofferenze dei civili. Ma coloro che chiedono un cessate il fuoco immediato dovrebbero spiegare come affrontare il fatto, inaccettabile, che questo comporterebbe: Hamas è ancora al suo posto con più di 200 ostaggi, e con la capacità e l’intenzione dichiarata di ripetere nuovamente attacchi come quello del 7 ottobre, ancora e ancora”: il segretario di Stato americano Antony Blinken ha parlato da Tokyo dove è in corso il G7, aggiungendo che “l’unico modo per garantire che crisi simili non si ripetano mai più è iniziare a creare le condizioni per una pace e una sicurezza durature”. Blinken ha affermato che gli elementi chiave di una pace futura includono “nessun trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza; nessun utilizzo di Gaza come piattaforma per terrorismo o attacchi violenti; nessuna rioccupazione o assedio; nessuna riduzione nel territorio di Gaza” e la garanzia che “nessuna minaccia terroristica possa provenire dalla Cisgiordania”.

Una strategia per il dopo?
Per quanto difficile possa apparire, mentre la guerra è tutt’altro che finita e le truppe israeliane annunciano di essere entrate “nel cuore di Gaza City”, gli Stati Uniti provano quindi a delineare una strategia per il dopo che punti a realizzare una “pace duratura” che, dice Blinken, “non può prescindere dal mettere “le voci e le aspirazioni dei palestinesi al centro”. Secondo il capo della diplomazia statunitense i piani devono includere l’unificazione di Gaza con la Cisgiordania sotto l’Autorità Palestinese, un meccanismo per la ricostruzione della Striscia e un “percorso che porti israeliani e palestinesi a vivere fianco a fianco” in due stati separati. Ma quello che l’amministrazione Usa sta faticosamente cercando di fare – tenersi in equilibrio in una posizione sempre più scomoda e che, sondaggi alla mano, rischia di minare l’indice di gradimento del presidente Joe Biden presso l’elettorato più giovane e le comunità arabo-americane – potrebbe rivelarsi un obiettivo fuori portata. L’opzione ipotizzata da Washington, infatti, riportare la Striscia di Gaza sotto la governance dell’Anp, appare improbabile agli occhi di molti in Medio Oriente e non solo. Come fa notare Peter Beaumont sul Guardian “la leadership dell’Autorità Palestinese è troppo vecchia, troppo corrotta, troppo impopolare e incompetente per poter offrire qualcosa nello scenario del ‘giorno dopo’, nonostante le speranze di Blinken”.
Netanyahu lotta per la sopravvivenza?
Joe Biden però non è l’unico a doversi preoccupare dei sondaggi: le rilevazioni in Israele, infatti, mostrano che il sostegno della popolazione a Benjamin Netanyahu è in caduta libera. Dopo gli attacchi del 7 ottobre, e in contrasto con le speranze del premier, l’opinione pubblica israeliana non si è compattata dietro di lui e anzi, quasi 8 israeliani su 10 pensano che dovrebbe dimettersi, mentre circa due israeliani su tre ritengono che il paese dovrebbe tenere nuove elezioni immediatamente dopo la guerra. Anche per questo, si potrebbe sostenere che Netanyahu abbia tutto l’interesse a prolungare il conflitto. E se i vertici della sicurezza israeliana hanno fatto ‘mea culpa’ e ammesso in pubblico le proprie responsabilità per il fallimento del 7 ottobre le dichiarazioni del primo ministro al riguardo sono apparse evasive e superficiali. Nei giorni scorsi centinaia di manifestanti hanno protestato davanti alla sua residenza per chiederne le dimissioni e fino ad ora – a quattro settimane dall’attacco di Hamas – il premier si è ben guardato dal confrontarsi con i suoi critici più accesi, i familiari degli ostaggi. Come ha osservato il giornalista e biografo di Netanyahu Anshel Pfeffer in un’intervista all’Associated Press, il primo ministro sta “combattendo una battaglia personale per la sua sopravvivenza, e questa ha la precedenza assoluta sulla guerra di Israele contro Hamas”.
L’Occidente perderà su Gaza?
È in questo scenario, complicato da interessi contrastanti oltre che dal rischio costante di un’escalation – come hanno ribadito oggi i vertici di Hezbollah – che è arrivato oggi da Tokyo l’appello del G7 per delle “pause umanitarie” e il “rilascio degli ostaggi”. Pause, dunque, per alleviare le sofferenze dei civili e consentire la distribuzione di aiuti nella Striscia, ma non un cessate il fuoco come richiesto a gran voce da tutti i paesi arabi e da numerose cancellerie del mondo. L’argomento – intorno a quella che è tutt’altro che una disputa semantica – è ormai diventato motivo di disaccordo e divide la comunità internazionale. La titubanza di Washington e di Bruxelles alimenta una rabbia che cresce man mano che la guerra miete vittime civili a Gaza. Sono loro, infatti, i soli ad avere reale influenza su Israele e sarebbero dunque gli unici a poter chiedere e ottenere un cessate il fuoco. La loro reticenza alimenta l’impressione di aver concesso a Israele carta bianca per “difendersi” in barba al diritto internazionale. “Su Gaza – avverte il Time – l’Occidente sta perdendo il Sud Globale”. Se almeno la richiesta di pause umanitarie fosse accolta, sarebbe almeno un risultato. Ma all’orizzonte, per il momento, non si vede neanche quello.
Il commento
di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor
“Nel 1973, quando Israele fu colto di sorpresa dall’attacco egiziano e siriano, Golda Meir si dimise prima che qualcuno glielo imponesse. Dai comportamenti e dalle dichiarazioni di questi giorni, sembra che Bibi Netanyahu non abbia intenzione di seguirne l’esempio. Per salvarsi il premier ha già provocato gravi tensioni con i militari nel gabinetto di guerra. Mestando e mistificando, lotterà come sempre per restare al potere senza chiedersi quali saranno i costi per la stabilità d’Israele”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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