
La frenetica azione diplomatica statunitense provocata da questa nuova crisi israelo-palestinese si muove su varie direttrici e si pone diversi obiettivi. Per l’amministrazione Biden è innanzitutto vitale prevenire un’escalation regionale del conflitto che rischierebbe di trascinarvi gli stessi Stati Uniti e di estendersi poi su scala addirittura più ampia. Di qui il rafforzamento della presenza militare americana e i messaggi inviati all’Iran. In secondo luogo, Washington cerca con fatica di contenere la catastrofe umanitaria a Gaza e condizionare la sproporzionata reazione israeliana al massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre. Lo si fa, terzo obiettivo, anche per cercare di riannodare i fili di un doppio processo diplomatico che si era erroneamente pensato di poter tenere separato: i negoziati finalizzati a estendere gli accordi di Abramo all’Arabia Saudita e quelli, congelati da tempo, tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese con l’obiettivo ultimo, e forse chimerico, dei due Stati.
Evitare l’allargamento della guerra e riaprire il dialogo
Vi è una stretta interdipendenza tra questi diversi elementi dell’iniziativa statunitense. Evitare un contagio regionale e cercare di alleviare la sofferenza della popolazione di Gaza rappresentano precondizioni indispensabili di qualsiasi soluzione diplomatica. L’impegno forte e ostentato di Washington su questo serve inoltre a cercare di recuperare una credibilità in parte perduta di fronte a larghe maggioranze delle opinioni pubbliche arabe che imputano agli Usa una posizione troppo schiacciata su quella di Israele.
Ma serve anche rispetto a un fronte interno che oggi costituisce un’ulteriore criticità per Biden e i democratici. Numerosi sondaggi evidenziano l’insoddisfazione di una maggioranza dell’elettorato nei confronti del Presidente e il rischio concreto di una sconfitta elettorale nel 2024 contro Trump o qualsiasi candidato repubblicano (anzi, un candidato generico e senza nome è quello che nella sfida con Biden otterrebbe oggi il risultato migliore). Molto può cambiare nell’anno da qui al voto. E i fattori che spiegano questi sondaggi sono diversi e in larga parte non legati all’attuale crisi mediorientale: l’età e l’evidente stato di affaticamento del Presidente; la coda di un’inflazione in parte domata senza che i consumatori ne abbiano però ancora piena percezione; l’immigrazione e la difficile gestione del confine con il Messico; la microcriminalità urbana.
Effetti interni della crisi in Medio Oriente
E però anche la politica estera incide e quanto sta accadendo a Gaza non aiuta. Pesa l’ostilità dell’opinione pubblica verso politiche estere onerose e interventiste. Su questo agisce ancora l’onda lunga sia delle fallimentari guerre americane del XXI secolo sia della crisi del 2008 e della successiva contestazione della globalizzazione. Non si tratta certo di un ripiegamento isolazionista del tutto irrealistico per l’unica, vera superpotenza globale. Quanto piuttosto di una sollecitazione a delegare responsabilità a terzi (ad esempio all’Europa rispetto al fronte ucraino) e usare con parsimonia una politica di aiuti esteri che è da tempo assai impopolare. Sollecitazione, questa, contro la quale poco sembra poter fare la retorica dell’interventismo democratico e dell’eccezionalismo statunitense a cui pare attingere a piene mani Biden nel tentativo di riattivare un consenso interno fattosi sempre più flebile.
Accanto a ciò vi è però una dimensione tutta intra-democratica, che in chiave elettorale è quella forse più preoccupante. I sondaggi mostrano anche un netto calo di consenso in alcuni segmenti elettorali cruciali per il partito del Presidente, giovani e minoranze (nera e ispanica) in particolare. In un contesto iper-polarizzato e contraddistinto da bassissima mobilità elettorale, è fondamentale per entrambe le parti mobilitare appieno la propria base e portarla alle urne, come il voto del 2020 ha ben evidenziato. Il tasso di partecipazione di questi segmenti, soprattutto gli elettori under-30, è storicamente più basso. Convincerli a votare è, in altre parole, più difficile e per farlo è necessario un surplus di attenzione. Biden ha in realtà attivamente corteggiato questo voto, anche con iniziative non prive di demagogia come la cancellazione del debito studentesco (poi in parte bloccato dalla Corte Suprema). Su un elettorato già in parte scettico o disilluso, s’innesta ora questa crisi mediorientale.
Il conflitto visto dagli americani
Negli ultimi anni si è assistito negli Usa a un parziale cambiamento della posizione dell’opinione pubblica verso Israele. Secondo le annuali rilevazioni Gallup, la percentuale di americani che simpatizza per la causa palestinese è più che raddoppiata in un decennio, passando dal 12 al 26% tra il 2012 e il 2022. Si tratta di un cambiamento che si manifesta attraverso quella che appare essere una netta frattura sia generazionale sia partitica: le posizioni decisamente più critiche verso Israele sono quelle della sinistra democratica e dei giovani. Da dove vengono in questi giorni le denunce più severe nei confronti dell’azione militare israeliana a Gaza e della presunta accondiscendenza verso di essa da parte dell’amministrazione.
Il rischio, insomma, è che quanto sta accadendo acuisca la possibilità di una defezione elettorale potenzialmente decisiva in un contesto nel quale è probabile che tutto sarà deciso da poche decine di migliaia di voti in alcuni cruciali swing states (e dove, come da copione, il voto giovane potrebbe anche essere dirottato verso candidati terzi, come l’intellettuale e attivista Cornel West o il liberal no-vax Robert Kennedy Jr.). Swing states tra i quali vi è il Michigan dove si trova – concentrata soprattutto nell’area metropolitana di Detroit – la più grande comunità arabo-americana. Tra i 250 e i 300mila abitanti (il 2.5/3% della popolazione), che stanno manifestando in questi giorni tutto il loro disappunto nei confronti di Biden. Secondo recenti sondaggi (in questo caso quelli di Zogby), nel lasso di pochi giorni, il tasso di approvazione del Presidente tra gli arabo-americani sarebbe precipitato al 29% (dal 75% di tre anni fa) e solo il 17% sarebbe oggi intenzionato a votarlo. Difficilmente preferiranno Trump. Potrebbero però anch’essi disertare le urne, rendendo ancor più difficile la conferma di Biden alla Casa Bianca.
Mario Del Pero
Senior Associate Research Fellow Ispi

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