
Mentre nella Striscia di Gaza regge ancora, dopo un’ulteriore proroga di 24 ore annunciata oggi, la tregua sottoscritta da Israele e Hamas è sembrata traballare pericolosamente questa mattina a Gerusalemme, dove tre persone sono rimaste uccise in un attacco armato alla periferia della città. Secondo quanto riferito dalla polizia israeliana, due uomini palestinesi hanno sparato contro alcune persone che si trovavano a una fermata dell’autobus, prima di essere uccisi a loro volta da due soldati. L’attacco avviene all’indomani di una massiccia operazione militare messa a segno dai militari israeliani nel campo profughi della città di Jenin, in Cisgiordania. Negli scontri, secondo il ministero della Sanità palestinese, sono rimaste uccise quattro persone, tra cui due minorenni, un bambino di 8 anni e un adolescente di 15. L’esercito israeliano non ha commentato l’episodio, precisando di aver sparato contro dei “sospetti” in seguito al lancio di ordigni esplosivi. Hamas ha rivendicato l’appartenenza al suo gruppo della vittima 15enne. Una quarantina di palestinesi sarebbero stati arrestati nel raid, l’ultimo di una lunga serie a Jenin e in Cisgiordania dove – nonostante l’intesa per il cessate il fuoco temporaneo nella Striscia – le operazioni israeliane non sono mai state sospese.

La strada è sempre più stretta?
Fino all’ultimo momento, la prospettiva di una proroga del cessate il fuoco era rimasta incerta. Le due parti, infatti, non erano riuscite a raggiungere un accordo sulla nuova lista degli ostaggi israeliani da far uscire da Gaza. Hamas ha reso noto che Israele avrebbe rifiutato una lista proposta che includeva sette prigionieri vivi e i corpi di tre prigionieri che, secondo il gruppo, sarebbero morti a causa dei bombardamenti israeliani sulla Striscia. Nonostante l’impasse sia stata superata, i negoziati sembrano farsi via via più difficili man mano che la maggior parte delle donne e dei bambini detenuti da Hamas vengono liberati. Il gruppo palestinese, infatti, potrebbe chiedere il rilascio di un maggior numero di palestinesi detenuti nelle carceri israeliane in cambio della liberazione di uomini e soldati. “Israele rivorrà indietro quegli ostaggi - dice ad Al Jazeera Mohamed Elmasry, analista del Doha Institute of Graduate Studies – ma la domanda è: a quale prezzo?”. Nella serata di ieri trenta prigionieri palestinesi sono stati scarcerati da Israele, tra cui Ahed Tamimi, nota attivista e scrittrice palestinese, arrestata lo scorso 6 novembre. Come Tamimi, la maggior parte dei palestinesi rilasciati finora nell’ambito dell’accordo erano reclusi nelle carceri israeliane in stato di detenzione amministrativa, una procedura controversa che consente alle autorità israeliane di incarcerare a tempo potenzialmente indeterminato persone ritenute sospette per motivi di sicurezza, anche in misura preventiva. I palestinesi in questa condizione – più di 2mila attualmente secondo la ong Addameer – si trovano in stato di detenzione senza aver subito alcun processo o che gli sia stata loro formalizzata alcuna accusa, a volte sulla base di prove non rese pubbliche.
La guerra deve continuare?
Nonostante l’estensione della tregua, il premier israeliano Benjamin Netanyahu è tornato a ribadire che la guerra deve continuare. “Non c’è un’ipotesi allo stato attuale in cui non torniamo a combattere fino alla fine”, ha detto il primo ministro. “Questa è la mia politica. Dietro c’è l’intero gabinetto di guerra. Dietro c’è tutto il governo. Dietro ci sono i soldati. Dietro ci sono le persone: questo è esattamente ciò che faremo”, ha detto il premier, e lo ha ribadito anche oggi al segretario di Stato americano Antony Blinken, alla sua terza missione diplomatica nella regione: “Abbiamo giurato, e io ho giurato di distruggere Hamas. Niente ci fermerà”. Premesse sulle quali è difficile far avanzare l’obiettivo più volte espresso nell’ultimo mese e mezzo dall’amministrazione di Joe Biden: riattivare i colloqui di pace e creare le condizioni per la realizzazione dei ‘due Stati’ – la soluzione per il conflitto in Medio Oriente individuata oltre 30 anni fa a Oslo e da allora rimasta lettera morta. E però è in questa direzione che Washington individua l’unica possibile via d’uscita all’attuale pantano. Ed è quella verso cui punta il pressing diplomatico del capo della diplomazia americana stasera atteso a Ramallah, in Cisgiordania, per incontrare il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Mahmoud Abbas.
Netanyahu tra due fuochi?
Alle pressioni internazionali per estendere la tregua, corrispondono in senso opposto quelle dentro il governo israeliano e su Netanyahu perché riprenda l’offensiva contro Hamas. “Fermare la guerra significa far cadere il governo”, ha detto Itamar Ben Gvir, ministro per la Sicurezza nazionale e esponente di spicco dell’estrema destra sostenuta dai coloni, l’unica forza interna all’esecutivo che ha votato contro il cessate il fuoco in cambio del rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas. La sua è una chiara minaccia nei confronti del premier che conta sul sostegno di partiti di destra per la sua risicata maggioranza in parlamento. Se Ben Gvir dovesse davvero uscire dall’esecutivo, costringerebbe il premier a formare una nuova coalizione o peggio ad affrontare nuove elezioni che, essendo in caduta libera nei sondaggi, Netanyahu vuole evitare a tutti i costi. Il premier però non può decidere da solo il prossimo corso della guerra. “Una ripresa dei combattimenti nel sud, e quasi certamente anche contro Hezbollah nel nord, sarebbe soggetta al consenso degli americani” osserva Haaretz, secondo cui non è detto però che questo non arrivi. In cambio Israele dovrebbe garantire maggiori tutele nei confronti dei civili nel sud di Gaza, un’estensione degli aiuti umanitari nella Striscia e l’elaborazione di un piano successivo al rovesciamento di Hamas. Con l’ipotesi preferita a Washington del ritorno dell’Autorità Palestinese nella Striscia e l’apertura di negoziati per la soluzione dei due Stati. “Incastrato tra Biden e la sua coalizione – scrive il quotidiano della sinistra israeliana – Netanyahu deve decidere il futuro della guerra di Gaza”.
Il commento
Di Ugo Tramballi, Senior Advisor ISPI
“L’escalation israeliana in Cisgiordania è iniziata molto tempo prima della guerra a Gaza. Nel 2022, il bilancio delle vittime tra i palestinesi è stato di oltre 200, il più grande dalla seconda Intifada del 2004. La situazione è peggiorata nel 2023, che aveva visto maggior numero di vittime rispetto al 2022 già prima dell’attacco del 7 ottobre. Secondo l’Onu, dal 7 ottobre al 15 novembre le vittime sono state 218, tra cui 46 bambini. Chiamatela, se volete, escalation a bassa intensità. Si intensificherà ulteriormente quando la guerra a Gaza sarà finita? È possibile. Ma in questo caso Israele dovrà scegliere tra Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che invocano l’annessione della Cisgiordania, o l’amministrazione americana, fortemente favorevole a un orizzonte diplomatico per uno Stato palestinese. Quale alleato è più importante per Israele?”
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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