
Israele torna a discutere e approvare una linea dura sul terrorismo. La reintroduzione o estensione della pena di morte per atti terroristici non nasce da uno slancio morale, nasce da un calcolo. Freddo, diretto, legato a un dato che negli anni si è imposto con evidenza. Chi uccide israeliani spesso finisce in carcere, ma non è detto che ci resti. Nel corso degli anni abbiamo assistito a numerosi scambi di prigionieri che hanno dimostrato che la detenzione, da sola, non è una garanzia sufficiente e definitiva.
La legge si inserisce in una logica di deterrenza. Alzare il costo massimo per chi decide di colpire. Rendere chiaro che non esiste più una prospettiva di ritorno. Non un percorso, non una trattativa, non uno scambio futuro. Si tratta di una linea che prova a spezzare un meccanismo terroristico consolidato.
Il sistema precedente, nella percezione israeliana, ha mostrato palesi crepe. Militanti condannati anche per reati gravi rientrati in circolazione dopo anni, spesso accolti come simboli ed eroi e riabilitati a colpire di nuovo. Questo ha prodotto un effetto perverso, un loop drammatico che non ha mai messo i civili israeliani al riparo dagli attacchi terroristici. La pena perde ovviamente forza se non è definitiva. Diventa una parentesi, non una chiusura. E non venitemi a parlare di ergastolo. Quello ti garantisce la vita e un pasto caldo a colazione, pranzo e cena, paradossalmente un lusso rispetto alla povertà media dei terroristi, spesso diventati tali per fame.
La scelta della pena capitale, per quanto estrema, punta a cambiare il paradigma, sposta il terreno valutativo. Non è solo questione del dopo, ma prevenzione prima che i fatti accadano. Si tratta di colpire la decisione, non solo l’atto.
È evidente che la deterrenza funziona se chi agisce teme le conseguenze. Nel terrorismo questo non è sempre scontato. Chi si muove dentro una logica ideologica o di martirio può non essere sensibile allo stesso tipo di minaccia. In questi casi il rischio è che la legge parli più all’opinione pubblica interna che a chi compie l’atto.
Sul piano politico la misura rafforza una linea già chiara. Sicurezza prima di tutto, anche a costo di scelte drastiche. Sul piano internazionale apre frizioni inevitabili e queste sono messe in preventivo, ma il buon senso dovrebbe suggerire che bisognerebbe vivere in Israele per capire l’esasperazione dei residenti, tra missili e attacchi terroristici alle fermate di bus o in mezzo alla strada. La pena di morte è un tema che divide, soprattutto nei rapporti con l’Europa, dove la moralità viene anteposta a qualsiasi cosa, almeno sino a quando non ne siamo personalmente coinvolti.
Resta la sostanza. Israele sta dicendo che il modello basato solo sulla detenzione non è più sufficiente. Che il ciclo arresto/detenzione/scambio ha prodotto solo vulnerabilità. E che serve una rottura netta.
Se funzionerà lo dirà il tempo. La deterrenza non si misura nelle dichiarazioni moralistiche ma nei comportamenti che cambia. E nel terrorismo cambiare quei comportamenti è la parte più difficile.
Dal 7 ottobre in poi, in Israele la realtà non è più la stessa. Fatevene una ragione. Se lo fosse, si giustificherebbe agli occhi dei jihadisti il pogrom perpetrato.
Quasi sicuramente questa proposta di legge verrà bocciata dalla Corte Suprema israeliana con buona pace di tutti i cialtro moralisti sentenziatori sparsi per i mondo, ma una riflessione finale mi sembra doverosa: nel caso remoto passasse, un modo semplice per non incorrere nella pena capitale sarebbe non diventare un terrorista e vivere in pace. Facile, no?
Piero Terracina

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