
Missili iraniani su basi statunitensi in Kuwait, Bahrein e Giordania. Raid americani sull’Iran meridionale, vicino allo Stretto di Hormuz. Poi la risposta di Teheran: lo stretto è “completamente chiuso a tutte le imbarcazioni, con effetto immediato”. Due mesi dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile, Stati Uniti e Iran si ritrovano a un passo da una guerra che nessuno dei due ha saputo evitare e che nessuno dei due sembra in grado di controllare. “Il bullo del Medio Oriente è morto”, ha scritto Donald Trump sui social media, dopo aver appreso dell’abbattimento di un elicottero Apache statunitense da parte delle forze iraniane, episodio che ha innescato l’ultima spirale di violenza. Teheran ha risposto con raid sui tre paesi del Golfo; Washington con nuovi attacchi nel sud dell’Iran. Il presidente americano ha avvertito che la Repubblica islamica dovrà “pagare il prezzo” per aver rallentato i negoziati. Il comando militare iraniano ha replicato con la chiusura formale dello stretto.

Qualcosa è cambiato?
Fino a pochi giorni fa, la diplomazia sembrava ancora possibile. Lo scorso fine settimana, Trump era intervenuto direttamente sul premier israeliano Benjamin Netanyahu per fermare i bombardamenti israeliani contro Beirut e il Sud del Libano, che Teheran vorrebbe includere in un eventuale accordo di pace. Su X, il presidente del parlamento e negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha chiarito la posizione iraniana: “Preferiamo il linguaggio della diplomazia, ma parliamo altre lingue con molta più scioltezza. Rompete i vostri impegni, e passeremo al linguaggio in cui sappiamo esprimerci al meglio”. Nelle ore successive al post la situazione è precipitata e nonostante i mediatori regionali stiano cercando di allentare le tensioni – una delegazione del Qatar è atterrata a Teheran per discutere degli ultimi sviluppi – non si vedono spiragli all’orizzonte. “Eravamo davvero vicini a un accordo, ma continuano a prenderci in giro” ha insistito Trump. Il presidente americano è desideroso di raggiungere un accordo in vista delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, in un contesto di inflazione crescente e calo dei consensi. Ma le divergenze tra le due parti restano significative. L’Iran chiede la revoca delle sanzioni internazionali, lo sblocco di miliardi di dollari di beni e il controllo dello Stretto di Hormuz.
Hormuz: aperto o chiuso?
Sul canale navigabile più conteso del pianeta si consuma anche una guerra di informazione. I media statali iraniani parlano di chiusura totale. Il Comando Centrale degli Stati Uniti smentisce: “Le navi commerciali continuano a transitare dentro e fuori dallo Stretto di Hormuz” e il presidente Trump rivendica di aver fatto transitare lo scorso mese “oltre 100 milioni di barili di petrolio”, grazie a una missione segreta delle forze armate americane “per scortare petroliere e altre navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz”. La realtà è che entrambe le parti rivendicano il controllo di una via d’acqua attraverso cui passa circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Da febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato i primi attacchi contro la Repubblica islamica, Washington ha imposto un blocco navale sui porti iraniani nel tentativo di soffocare le entrate petrolifere di Teheran. Ieri, in seguito all’escalation, il greggio Brent ha toccato 95 dollari al barile, segnando un rialzo dell’1,9% in una sola giornata. La crisi dei mercati energetici temuta dagli analisti però non si è ancora materializzata, almeno fino ad ora, grazie alla riduzione delle importazioni cinesi e al ricorso alle riserve di emergenza da parte di diversi paesi.
Teheran può ancora colpire duro?
A oltre tre mesi dall’inizio, è evidente che il conflitto è frutto di un madornale errore di calcolo. Trump e Netanyahu confidavano che una vittoria rapida sull’Iran avrebbe ridisegnato il Medio Oriente a loro vantaggio. Oggi se la regione si sta effettivamente ridisegnando, non lo fa nella direzione prevista. La Repubblica islamica non è stata sconfitta. Ha dimostrato di poter colpire obiettivi americani, mantenere la pressione sullo stretto e conservare una capacità di deterrenza che i due leader avevano sottovalutato. Secondo un’analisi della Bbc, l’abbattimento dell’elicottero Apache è il segnale più recente e più eloquente di questa realtà: “Teheran può ancora infliggere danni agli americani e non ha alcuna intenzione di cedere prima di ottenere ciò che considera una vittoria, ovvero il riconoscimento del suo controllo su Hormuz e garanzie sul programma nucleare, osserva l’editorialista Jeremy Bowen, secondo cui in alternativa, il rischio è quello di “un lungo e logorante stato di crisi perpetua, oscillante tra un conflitto aperto e l’altro”.
Il commento
Di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre
“A voler pensare male – mentre si rincorrono le voci di un possibile accordo raggiunto nella notte e mediato dal Qatar – i nuovi attacchi statunitensi potrebbero rappresentare un tentativo disperato di affermare che solo la forza ha costretto Teheran a trattare. Sarebbe l’unico modo per Trump di uscire da una guerra pensata male e condotta peggio, che non ha portato alcun beneficio né agli Stati Uniti né alla regione. Per quanto questi attacchi alimentino nuova sfiducia, difficilmente potranno deteriorare qualcosa che non esiste già da tempo”.
Alessia De Luca

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