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Iran: un conflitto senza vincitori?

A tre settimane dall’inizio della guerra nel Golfo, le conseguenze economiche del conflitto hanno già superato i confini regionali per diffondersi a livello globale. Gli economisti delineano due possibili traiettorie: la prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione; la seconda, più critica, ipotizza invece un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche. In questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale.

di Alessia De Luca | 21 Marzo 2026

A tre settimane dall’inizio della guerra nel Golfo, le conseguenze economiche del conflitto hanno già superato i confini regionali per diffondersi a livello globale. Gli economisti delineano due possibili traiettorie: la prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione; la seconda, più critica, ipotizza invece un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche. In questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale. Nel mentre, gli effetti sono già visibili ma non saranno distribuiti in modo uniforme: i paesi più esposti subiranno contraccolpi immediati, mentre altri potrebbero beneficiare temporaneamente del rialzo dei prezzi e dello spostamento della domanda. Ridurre però questa crisi a una contrapposizione tra ‘vincitori e vinti’ rischia di essere fuorviante. In un’economia globale profondamente interconnessa nessuno può dirsi davvero al riparo e il conflitto finirebbe per colpire nel tempo tutti gli attori, coinvolti o meno che siano. In questo senso, quella in corso è una crisi che tende a redistribuire i costi, ma difficilmente a eliminarli.

L’Europa ha tutto da perdere?

L’Unione Europea potrebbe rivelarsi una delle principali vittime. Poiché numerose nazioni dipendono fortemente dal gas per le proprie esigenze energetiche e industriali, e con scorte di riserva molto basse dopo i mesi invernali, il blocco dei 27 risente dell’interruzione delle esportazioni attraverso Hormuz. Con le rotte dello Stretto sotto pressione, inoltre, gli acquirenti europei si trovano a competere direttamente con i grandi importatori asiatici per assicurarsi forniture alternative. Il risultato è un rialzo dei prezzi che arriva in un momento di crescita già debole. Il ricordo della crisi energetica del 2022 torna inevitabilmente, ma questa volta con margini di manovra più ridotti. Mentre i leader europei riuniti a Bruxelles discutono, l’unica cosa certa è che il continente si troverà costretto a pagare per una guerra che non avrebbe voluto, causata da un alleato sempre più inaffidabile.

Gli Usa vittime di Trump?

Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti sembrano muoversi su un crinale più ambiguo. Il presidente Donald Trump afferma che, quando il prezzo del petrolio sale, gli Stati Uniti “guadagnano un sacco di soldi”. Certamente, i produttori petroliferi americani potrebbero realizzare decine di miliardi di dollari di entrate extra se i prezzi del greggio si mantenessero intorno ai livelli attuali. Ma questo non basta a fare degli Stati Uniti un vincitore ‘netto’. Washington si è infilata da sola in un conflitto asimmetrico da cui non riesce a uscire. Finora, 13 militari americani sono morti e man mano che i prezzi del gasolio alla pompa aumentano, anche negli Usa, il sostegno repubblicano alla guerra si attenua. Una fazione rumorosa interna al movimento MAGA parla apertamente di “tradimento”. Nel frattempo, i tempi tecnici per riportare alla normalità produzione e logistica energetica suggeriscono che i prezzi resteranno elevati ancora a lungo. E ogni settimana che passa, con la Repubblica Islamica che resta in piedi, erode l’immagine dalla ‘superpotenza’ americana, più che rafforzarla.

Pechino: contenere i danni?

A osservare questa dinamica con maggiore distacco è la Cina. Pechino resta il principale importatore mondiale di petrolio, ma negli anni ha costruito una rete di protezione contro gli shock energetici: riserve strategiche ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. Questo le consente di assorbire meglio l’impatto economico. Sul piano geopolitico, però, il vantaggio è forse ancora più evidente. Più il conflitto si prolunga, più gli Stati Uniti appaiono impantanati. E più cresce lo spazio di manovra per la Cina che può presentarsi come una potenza meno aggressiva e un partner più affidabile.

Golfo: crolla il mito del porto sicuro?

Nel Golfo, intanto, si consuma uno dei paradossi più evidenti della crisi. Sebbene i paesi del Golfo beneficino in genere di prezzi del petrolio più elevati, stavolta l’impennata non offre loro alcun conforto. La paralisi di Hormuz ha limitato le vendite e imposto tagli alla produzione. Gli attacchi missilistici e con droni iraniani contro le infrastrutture energetiche costringono a ridurre i volumi esportati, erodendo i ricavi. Ma il danno peggiore, in prospettiva, è quello reputazionale: le immagini dei droni che sorvolano i cieli di Dubai e Doha hanno rovinato l’immagine, faticosamente costruita, delle capitali del Golfo come ‘oasi di sicurezza’ in una regione instabile. Ciò minaccia gli ambiziosi piani di riforma economica e trasformazione dell’area, come Vision 2030 dell’erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, che si basa sugli investimenti stranieri. Inoltre, ne risentirà anche il turismo, con un effetto contagio che coinvolge tutta la regione: questa settimana, la sterlina egiziana ha toccato un minimo storico rispetto al dollaro, a causa del timore che un calo delle entrate possa mettere a dura prova le già fragili finanze pubbliche.

Mosca: vantaggio inaspettato?

A beneficiare di questa situazione è soprattutto la Russia. Il bilancio di Mosca era in crisi all’inizio di marzo e, per il Cremlino, prolungare la guerra in Ucraina avrebbe significato prendere decisioni difficili. Le entrate derivanti da petrolio e gas erano crollate a causa delle sanzioni, del calo degli acquisti da India e Cina e del crollo dei prezzi dell’energia. Poi, il conflitto con l’Iran ha offerto un’ancora di salvezza inaspettata. L’allentamento, anche temporaneo, delle restrizioni sul greggio russo non solo porta ossigeno alle casse del Cremlino, ma segnala che la coesione occidentale è meno solida di quanto dichiarato. Intanto, l’attenzione internazionale si sposta dal fronte ucraino, riducendo la pressione su Mosca e restringendo ulteriormente lo spazio per una soluzione negoziale. La finestra di opportunità per costringere la Russia a compromessi, già ristretta prima della crisi iraniana, sembra ora definitivamente chiusa. È in questo intreccio che si misura il vero impatto della guerra. Non solo nei territori coinvolti o nei danni diretti, ma nella capacità di sfruttare i contrappesi e redistribuire i costi a proprio vantaggio. Il conflitto nel Golfo non è più soltanto una crisi regionale. È un test globale su chi paga il prezzo della guerra – e su chi invece riesce a trarne beneficio.

Il commento

Di Filippo Fasulo, Head Osservatorio Geoeconomia ISPI

“L’impatto del conflitto iraniano sulla Cina va letto sul piano economico e politico. Nel primo caso c’è una concreta dipendenza energetica a cui si aggiungono i rischi di un rallentamento globale della domanda, che colpirebbe un’economia export-oriented come quella cinese. Sul piano politico, il quadro è più ambivalente. L’indebolimento americano e il ridimensionamento della pressione sull’Indo-Pacifico favoriscono Pechino, ma l’inazione cinese di fronte agli attacchi all’Iran espone una contraddizione strutturale: la Cina appare impotente nel proteggere i propri partner, e si trova ad affrontare un conflitto che coinvolge paesi che fanno parte dei BRICS, il pilastro della sua strategia multipolare”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Esteri, Non sanno quello che dicono

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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