
Con l’economia in frantumi e le comunicazioni offline, la popolazione resta intrappolata tra i raid della coalizione e la repressione interna. La Repubblica Islamica attraversa quella che molti analisti definiscono la crisi più profonda dalla sua fondazione nel 1979. Il Paese si trova stretto in una morsa letale: da un lato, l’offensiva militare senza precedenti condotta da Israele e Stati Uniti; dall’altro, un collasso interno che sta spegnendo, letteralmente, le speranze della popolazione civile.
L’escalation bellica ha raggiunto il suo apice il 28 febbraio 2026, con l’inizio dell’operazione israelo-statunitense volta a neutralizzare le infrastrutture strategiche del regime. Gli attacchi aerei e missilistici hanno colpito basi dei Pasdaran, siti nucleari e centri di comando della leadership di Teheran. La tensione è altissima non solo nei cieli, ma anche lungo le frontiere, con offensive di terra che coinvolgono attori regionali e minacciano la tenuta territoriale del Paese.Mentre gli Stati Uniti rivendicano una vittoria “devastante e senza pietà”, l’Iran appare militarmente sopraffatto dalla superiorità tecnologica e d’intelligence degli avversari. L’Iran, pur vantando uno dei più grandi arsenali missilistici del Medio Oriente, è apparso paralizzato. La superiorità statunitense non si è manifestata solo nella potenza di fuoco, ma nel controllo totale dello spazio aereo e dei mari.
Gli USA hanno rivendicato l’affondamento di oltre 20 navi iraniane, segnando il primo utilizzo operativo di siluri da sottomarino contro un nemico dalla Seconda Guerra Mondiale.
Le difese aeree iraniane sono state smantellate in meno di una settimana, rendendo Teheran vulnerabile a raid continui che hanno causato blackout energetici in tutta la nazione. Oltre a Khamenei, i raid hanno eliminato figure strategiche come il leader del team accusato di complottare contro Donald Trump. Nonostante la sconfitta tattica appaia imminente, l’Iran ha tentato una ritorsione su larga scala lanciando droni e missili balistici contro i paesi del Golfo e basi americane. Tuttavia, gran parte di queste minacce è stata intercettata dai sistemi di difesa alleati.
Il presidente Trump ha dichiarato che “l’ondata principale deve ancora arrivare”, suggerendo che l’obiettivo finale sia un radicale cambio di regime o la resa totale di Teheran. Resta l’incognita delle perdite civili e della stabilità regionale, con il fronte curdo che sembra aver già avviato un’offensiva di terra nel caos generale. L’aggravarsi del conflitto tra Stati Uniti e Iran nel marzo 2026 sta innescando onde d’urto che vanno ben oltre il campo di battaglia, colpendo direttamente l’economia globale e l’assetto diplomatico europeo. Il mercato energetico ha reagito con estrema volatilità all’escalation militare e alla minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo vitale per circa il 20% del flusso mondiale di petrolio. Il Brent e il Wti hanno registrato impennate immediate; secondo il report di Goldman Sachs, le previsioni per il Brent a marzo 2026 sono salite a circa 80 dollari al barile, con picchi superiori in caso di blocco prolungato delle rotte navali. Il prezzo del gas è letteralmente volato, segnando un +40% subito dopo i primi raid, mettendo a rischio un quinto delle esportazioni globali. Gli analisti avvertono che un aumento prolungato dei costi energetici alimenterà l’inflazione nei paesi importatori, costringendo le banche centrali a frenare i tagli dei tassi di interesse previsti per l’anno. Raid congiunti di Usa e Israele bersagliano Teheran a ovest e nordest della capitale. In un attacco portato avanti dall’Idf colpito anche il quartier generale dei Basij, la forza paramilitare legata ai Pasdaran. Circa 50.000 soldati Usa in Medio Oriente sono stati assegnati alla guerra contro l’Iran e un numero maggiore di truppe e aerei da combattimento sta arrivando nella regione. Secondo l’Iran sarebbero almeno 500 i militari Usa morti. Alì Larijani, capo del Supremo consiglio per la Sicurezza nazionale dell’Iran, è tornato ad ammonire gli Stati Uniti che pagheranno un caro prezzo per la guerra. “Il martirio dell’Imam Khamenei vi costerà un prezzo altissimo, se Dio vuole”, ha aggiunto. Aziz Ahmad, vicecapo di gabinetto del Primo Ministro della regione autonoma del Kurdistan iracheno, ha smentito categoricamente le notizie riguardanti un presunto attacco di combattenti curdi in territorio iraniano. “Nessun curdo ha attraversato il confine. Questa notizia è palesemente falsa”, ha dichiarato Ahmad in un post pubblicato sul social X. La smentita giunge in risposta a quanto riportato da Jennifer Griffin, giornalista di Fox News, la quale – citando fonti governative americane – aveva riferito di migliaia di combattenti curdi impegnati in un’offensiva oltre il confine con l’Iran.
Giuseppe Basilico

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