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Iran: la crisi favorisce Pechino?

Se la guerra contro l’Iran minaccia di incrinare l’equilibrio transatlantico, il vero banco di prova della crisi, meno visibile ma più profondo, è quello tra Washington e Pechino. Due mesi fa, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, aveva promesso che sarebbe stato un “anno importante” per le relazioni tra le due superpotenze. Aveva ragione, ma forse non nel modo in cui si aspettava. Dopo che Donald Trump ha deciso di attaccare l’Iran, dando inizio a un conflitto che ha causato una crisi energetica globale, Pechino ha accusato gli Stati Uniti di comportarsi in modo “pericoloso e irresponsabile”, minacciando ritorsioni contro il rischio di nuovi dazi da parte di Washington.

di Alessia De Luca | 17 Aprile 2026

Se la guerra contro l’Iran minaccia di incrinare l’equilibrio transatlantico, il vero banco di prova della crisi, meno visibile ma più profondo, è quello tra Washington e Pechino. Due mesi fa, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, aveva promesso che sarebbe stato un “anno importante” per le relazioni tra le due superpotenze. Aveva ragione, ma forse non nel modo in cui si aspettava. Dopo che Donald Trump ha deciso di attaccare l’Iran, dando inizio a un conflitto che ha causato una crisi energetica globale, Pechino ha accusato gli Stati Uniti di comportarsi in modo “pericoloso e irresponsabile”, minacciando ritorsioni contro il rischio di nuovi dazi da parte di Washington. Nel frattempo, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha accusato la Cina di essere un “partner globale inaffidabile” per aver accumulato scorte di petrolio e limitato l’esportazione di alcuni prodotti. Il tutto avviene a meno di un mese dalla visita del presidente statunitense a Pechino – la prima di Donald Trump nel Paese dal 2017 – inizialmente prevista a marzo e rinviata a maggio in seguito all’esplosione del conflitto. Il viaggio, che avrebbe dovuto avere come obiettivo il raggiungimento di un accordo commerciale reciprocamente vantaggioso dopo il braccio di ferro sulle sanzioni, rischia però di essere oscurato dalle tensioni: i servizi segreti statunitensi riferiscono che Pechino, la quale nega ogni addebito, potrebbe aver fornito supporto militare a Teheran nel conflitto.

Rischi e opportunità?

All’inizio del conflitto, il 28 febbraio, molti analisti avevano intravisto possibili vantaggi a breve termine per la Cina. L’aumento dei prezzi del petrolio aveva danneggiato gli Stati Uniti più della Cina, producendo un effetto paradossale: mentre comprometteva la credibilità di Trump sulla scena internazionale, il conflitto aveva rapidamente ridotto le risorse militari statunitensi, distogliendo l’attenzione di Washington da Pechino e dalle minacce alla sicurezza nella regione Asia-Pacifico. Al contrario, le riserve di combustibili fossili e il mix energetico diversificato avevano protetto Pechino dagli effetti peggiori dello shock petrolifero. A distanza di quasi sette settimane dall’inizio degli attacchi, però, la situazione sta cambiando e gli effetti del blocco di Hormuz cominciano a farsi sentire. I prezzi alla pompa per gli automobilisti sono già aumentati, mentre alcune compagnie aeree hanno ridotto i voli a causa dell’impennata dei costi del carburante. Sebbene il petrolio rappresenti meno di un quinto del mix energetico totale della Cina, tale quota è molto più elevata in settori come i trasporti e l’aviazione. Inoltre, c’è il rischio che la guerra in Medio Oriente provochi una recessione globale. E, poiché l’economia cinese dipende fortemente dalle esportazioni, ciò costituirebbe un duro colpo per la crescita economica del Paese e per la pianificazione a lungo termine di Pechino.

Tutte le strade portano a Hormuz?

È in questo contesto che va letta la mossa americana di chiudere lo Stretto di Hormuz tramite un contro-blocco. Dopo il fallimento dei colloqui dello scorso fine settimana a Islamabad per porre fine alla guerra, le navi americane hanno imposto un blocco navale per le navi in ​​partenza dai porti iraniani. Il fermo – che ‘raddoppia’ quello messo in atto da Teheran – ha fatto schizzare i prezzi del greggio di nuovo oltre i 100 dollari al barile. La strategia americana, a ben vedere, punta proprio a Pechino. “In questo modo non potranno ottenere il loro petrolio”, ha dichiarato Bessent, assicurando ai giornalisti che il blocco avrebbe garantito che nessuna nave cinese o di altra provenienza sarebbe stata autorizzata ad attraversare lo stretto. “Intensificando la pressione sulla flotta ‘ombra’ delle petroliere iraniane e sulle rotte verso la Cina, l’amministrazione Trump spera di mettere alle strette Pechino, il principale cliente di Teheran, al punto da sfruttare discretamente la propria influenza e spingere l’Iran a limitare il suo programma nucleare o le sue attività regionali”, osserva Alicia García-Herrero, capo economista presso Natixis e Senior Advisor ISPI. Ma non è detto che il sistema funzioni. Pechino, che da anni accumula riserve petrolifere, potrebbe decidere di mettere alla prova la resistenza di Washington, anziché cedere. Con conseguenze imprevedibili per i mercati e l’economia globale.

Pechino tesse la sua tela?

Se sul piano energetico la pressione è significativa, è però su quello diplomatico che Pechino sembra aver deciso di giocare la sua partita. Mentre Trump attacca la Nato e il Vaticano, insulta i suoi alleati e si contraddice di giorno in giorno, Xi Jinping non ha difficoltà a presentarsi come un modello di calma e prevedibilità agli occhi dei paesi del Sud del mondo. Questa settimana Pechino è stata teatro di una staffetta diplomatica senza precedenti accogliendo, uno dopo l’altro, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, che ha promesso di aumentare le forniture di idrocarburi alla Cina, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, e il principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Con quest’ultimo, Xi ha presentato un piano in quattro punti per il cessate il fuoco in Medio Oriente, fondato su sovranità, cooperazione e sicurezza condivisa, in cui spicca il rispetto di quel diritto internazionale di cui Trump afferma di non curarsi affatto. Il presidente cinese ha messo in guardia dal rischio di un ritorno alla “legge della giungla” proponendosi come alfiere di un ordine internazionale alternativo al ‘disordine’ imposto dagli Stati Uniti. Quando il 14 e 15 maggio Trump arriverà a Pechino, per un vertice destinato a ridefinire i rapporti tra le due potenze, lo farà con margini più stretti rispetto a pochi mesi fa. La Cina, invece, si presenta all’appuntamento con un vantaggio politico e reputazionale difficilmente ignorabile. In controluce, la crisi sembra aver già spostato qualche equilibrio, ma non necessariamente dove Washington avrebbe voluto.

Il commento

Di Filippo Fasulo, Head Asia and Geoeconomics Centres, ISPI

“Mentre Washington alza i toni e fatica a tenere insieme alleanze sempre più fragili, Pechino occupa lo spazio lasciato libero, trasformando la diplomazia in uno strumento di potere. Il piano in quattro punti presentato da Xi Jinping agli Emirati non è solo una proposta di pace, ma la traduzione concreta di un ordine alternativo. Eppure non c’è modo di sapere fino a che punto questa offensiva diplomatica cambierà davvero le sorti della guerra. Il cessate il fuoco dell’8 aprile resta fragile, i negoziati di Islamabad non hanno prodotto un accordo, e Washington ha imposto un blocco navale ai porti iraniani. Xi ha dimostrato di sapersi differenziare da Trump, ma la parola fine al conflitto non è ancora stata scritta”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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