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Iran: il conflitto si espande

È bastato un fine settimana per far ripiombare il Medio Oriente e la regione del Golfo in un conflitto potenzialmente più devastante e dalla portata più ampia di quelli vissuti sinora. Ma sarebbe riduttivo considerare l’attuale crisi – scatenata dall’intervento unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – come l’ennesima guerra “regionale”. L’attacco, sferrato tra venerdì e sabato, ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e decapitato buona parte dei vertici della Repubblica islamica, provocando l’immediata reazione di Teheran e un’estensione del confronto ben oltre i confini iraniani. Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Kuwait: nessuno finora è stato risparmiato da un coinvolgimento che si è tradotto anche nella peggiore interruzione delle comunicazioni aeree della storia. Neppure durante la pandemia gli aeroporti del Golfo – hub essenziali tra Europa, Stati Uniti e Sud-Est asiatico – erano rimasti bloccati simultaneamente e così a lungo.

di Alessia De Luca | 3 Marzo 2026

È bastato un fine settimana per far ripiombare il Medio Oriente e la regione del Golfo in un conflitto potenzialmente più devastante e dalla portata più ampia di quelli vissuti sinora. Ma sarebbe riduttivo considerare l’attuale crisi – scatenata dall’intervento unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – come l’ennesima guerra “regionale”. L’attacco, sferrato tra venerdì e sabato, ha ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e decapitato buona parte dei vertici della Repubblica islamica, provocando l’immediata reazione di Teheran e un’estensione del confronto ben oltre i confini iraniani. Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Kuwait: nessuno finora è stato risparmiato da un coinvolgimento che si è tradotto anche nella peggiore interruzione delle comunicazioni aeree della storia. Neppure durante la pandemia gli aeroporti del Golfo – hub essenziali tra Europa, Stati Uniti e Sud-Est asiatico – erano rimasti bloccati simultaneamente e così a lungo. Il danno non è solo operativo, ma reputazionale: metropoli costruite come paradisi per turisti e capitali si ritrovano improvvisamente esposte alle tensioni geopolitiche. Sia l’Arabia Saudita che gli Emirati – questi ultimi hanno riportato tre morti a seguito degli attacchi iraniani – non hanno finora risposto militarmente, ma hanno dichiarato che la loro cautela non è infinita. Nella notte massicci bombardamenti israeliani hanno colpito Beirut e il Libano, prendendo di mira postazioni di Hezbollah, nelle stesse ore in cui tre caccia F-15 americani venivano abbattuti per errore da fuoco amico nei cieli del Kuwait. L’Europa stessa è a un passo dal coinvolgimento nel conflitto: ai residenti di alcune aree di Cipro – presidente di turno del Consiglio UE per questo semestre – è stato chiesto di “limitare gli spostamenti non necessari” e di “rimanere nelle proprie case” dopo che alcuni droni sono stati intercettati prima di raggiungere la basemilitare britannica di Akrotiri. Anche l’aeroporto civile di Paphos è stato evacuato dopo che un oggetto sospetto è stato individuato sui radar dell’aeroporto e i voli in arrivo dirottati verso altri aeroporti. Nel terzo giorno dall’attacco, il conflitto non è più circoscritto. Donald Trump ha dichiarato oggi che la “grande ondata” nella guerra con l’Iran deve ancora arrivare, assicurando che le operazioni continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi prefissati.

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Occhi puntati su Hormuz?

La prima ripercussione non bellica del conflitto è in ambito energetico. La chiusura dello Stretto di Hormuz – il passaggio attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale via mare e più del 30% del gas naturale liquefatto – rappresenta un potenziale shock sistemico. Il traffico navale è stato fortemente ridotto; diversi operatori hanno sospeso o rinviato i passaggi e le autorità marittime invitano a evitare l’area. Le borse hanno aperto la settimana in calo, mentre greggio e gas hanno registrato rialzi immediati. Per i mercati, la variabile decisiva è la durata della crisi. Un’escalation breve, seguita da un cessate il fuoco, potrebbe produrre un rialzo temporaneo dei prezzi, destinato a riassorbirsi. Se invece il blocco di Hormuz dovesse protrarsi, il mercato inizierebbe a prezzare non solo l’interruzione attuale ma il rischio strutturale di una carenza prolungata di offerta. In un collo di bottiglia energetico di tale rilevanza, la componente di rischio diventa essa stessa un fattore di prezzo. Man mano che aumentano le tensioni geopolitiche aumenta anche la richiesta di oro, argento e beni rifugio e si rafforza l’incertezza economica globale.

Regime change realistico?

L’obiettivo dichiarato dell’operazione è un cambio di regime. Il bersaglio scelto – i vertici della Repubblica islamica – lo conferma. L’Iran arriva a questo passaggio in una fase di vulnerabilità: delegittimato internamente dopo la brutale repressione delle proteste degli ultimi mesi, indebolito sul piano militare dagli attacchi israeliani e statunitensi, strategicamente colpito dall’erosione del proprio “Asse della resistenza” sciita. Tuttavia, almeno per ora, non si osservano segnali di implosione. A differenza dell’Iraq di Saddam Hussein o della Libia di Muammar Gheddafi, la Repubblica islamica non è costruita attorno a un solo uomo. La Guida Suprema rappresentava l’apice teocratico, ma il potere è distribuito tra più centri: il Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, l’apparato dei Pasdaran e il Consiglio di Sicurezza nazionale, dominato da figure militari e politiche. Inoltre, l’età avanzata di Khamenei e le tensioni accumulate negli ultimi mesi avevano già aperto un dibattito interno sulla successione. Anche l’ipotesi di una transizione rapida e negoziata – sul modello venezuelano evocato da ambienti vicini a Trump – appare al momento poco probabile. “Non negozieremo con gli Stati Uniti” ha dichiarato Ali Larijani – considerato da molti uno dei maggiori esponenti del regime in un post su X, smentendo le indiscrezioni dei media secondo cui Teheran avrebbe cercato un dialogo con Washington tramite intermediari. Le sue dichiarazioni indicano la volontà di compattare il fronte interno. E sempre più analisti concordano sul fatto che, più che il nome del successore, sarà l’equilibrio tra i centri di potere militari e religiosi a determinare la traiettoria futura dell’Iran.

L’Europa ai margini?

Ancora una volta Donald Trump ha colpito senza chiedere un avallo del Congresso americano, in assenza di un mandato internazionale né di un coordinamento formale con gli alleati. Se negli USA la decisione ha riaperto il dibattito sui poteri presidenziali e accentuato le divisioni interne, in Europa ha lasciato gli alleati in una posizione che ne conferma la marginalità, mista a un certo imbarazzo. In poco più di un anno, gli Stati Uniti hanno attaccato in sette Paesi – Nigeria, Siria, Yemen, Somalia, Venezuela, Iraq e Iran – ma la differenza è che stavolta Trump li ha esclusi dalla pianificazione di un conflitto che ha implicazioni dirette per la loro sicurezza. Le reazioni sono state frammentate: il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha insinuato che Trump stia facendo un lavoro che l’Europa non sarebbe in grado di fare da sola. Il presidente francese Emmanuel Macron ha cercato di mantenere l’attenzione sulla campagna per la difesa dell’Ucraina, mentre l’unico a condannare apertamente l’azione – compiuta in violazione del diritto internazionale – è stato il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez. Il variegato mosaico di risposte testimonia la complessità di trattare con l’attuale inquilino della Casa Bianca: che si tratti dell’uccisione mirata del leader supremo dell’Iran o della cattura del presidente del Venezuela, Trump agisce senza alcuna pretesa di ottenere il sostegno o la legittimità internazionale. Come ha ammesso candidamente Kim Darroch, ambasciatore britannico a Washington durante il primo mandato del tycoon, “Non credo gli sia mai passato per la mente di consultare gli europei”. Una dimostrazione di più di come ‘America First’ si traduca essenzialmente in ‘America Alone’.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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