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Ipocrisia non condonabile

di Davide Giacalone | 16 Ottobre 2011

Prima la riforma, poi i condoni. Attenzione. Uno Stato non efficiente è il luogo ideale per cittadini moralisti e profittatori.

Scandalizzati e condonanti vanno a braccetto, quando non sono la stessa persona. Quanti s’indignano, per materie fiscali ed edilizie, si dividono fra serenamente ignoranti della realtà e pelosamente intenzionati ad approfittarne. I condoni ci vogliono, così come ci vorrebbe l’amnistia. Solo che lo scontrarsi fra pro e contro, a prescindere dal come e dal quando, è dissennato. Mero ozio politicheggiante, naturalmente convivente sia con l’evasione che con l’abuso (come con la prescrizione). Il punto è uno solo: i condoni si fanno dopo le riforme, non al loro posto.

Ricordate l’orrido mese d’agosto, con l’estivo fiorire dei contributi solidali, vale a dire l’aggravio fiscale a carico dei ricchi? Dove, però, per “ricchi” era da intendersi la minoranza di onesti che dichiara al fisco qualche cosa di simile alla realtà, mentre il resto d’Italia preferisce darsi per ridotto alla fame.

Ecco, l’idea di aggravare il prelievo nei loro confronti, che già pagano per più della metà, è assai più osceno di un condono, che si orienta a spillar quattrini a quanti li negarono.

E ricordate la rivolta sarda contro le cartelle esattoriali? L’idea di averle rese immediatamente esecutive, poi corretta nella non meno oscena idea che si possa far ricorso solo onorandole per un terzo, rappresenta, al tempo stesso, l’impotenza e l’arroganza dell’amministrazione fiscale: siccome non sono capace di combattere l’evasione, siccome non sono in grado di far funzionare in fretta la giustizia tributaria e siccome quando decide spesso dà ragione al contribuente, per dotare di sicurezza e continuità il gettito cancello la giustizia e ti metto in ceppi se non paghi. E se ritardi ti pratico tassi d’interesse che, nel mercato privato, darebbero luogo al reato d’usura (nel mentre lo stesso Stato non paga i propri fornitori).

Il risultato di quest’obbrobrio è che un pezzo (consistente) del Paese marcia con carburante totalmente nero, sconfinante nell’extraterritorialità, mentre la parte “regolare” ha un cappio alla gola, che asfissiandola la trasforma in irregolare. Per non poche aziende, oggi, la scelta è chiara: o condonano o chiudono. Farebbe bene a informarsi, chi governa Confindustria, invece di condonare e moraleggiare. Solo che se si condona a legislazione vigente si commette un’ingiustizia (il condono, come l’amnistia, è sempre un’ingiustizia, tutto sta a vedere se utile o meno) e non si risolve nulla. Quindi: prima la riforma, con adeguato premio ai contribuenti onesti, poi la sepoltura del contenzioso pregresso.

Discorso analogo per l’edilizia: nonostante le promesse la quantità di adempimenti per lavori praticamente casalinghi è da manicomio, e se c’è una cosa autenticamente disonesta è l’assimilare quel tipo d’irregolarità con gli abusi più rischiosi, e questi ultimi con l’edificazione d’interi palazzi in barba a tutte le leggi. Invece, distinguendo: gli ultimi si abbattono, anche per evitare che gli oneri d’urbanizzazione siano superiori all’incasso del condono, com’è già capitato, quelli intermedi si valutano alla luce della sicurezza e il condonabile si condona. Ma dopo avere modificato le norme, altrimenti i futuri lavori incorreranno nei medesimi problemi e prenderà corpo un illegittimo favore per chi ha abusato prima di una certa data.

Uno Stato efficiente non condona mai, perché non sbaglia nel fissare le norme ed esercita il controllo sul loro rispetto. Ma uno Stato deficiente (absit iniura verbis) è il luogo ideale per cittadini moralisti e profittatori, incapaci di conciliare il predicare con il razzolare. Provate ad ascoltare chi ha a che fare con Equitalia e paragonate quella realtà con i gridolini offesi di chi alla voce “condono” oppone il giammai degli assidui praticanti, e potrete misurare lo spazio in cui si dimena l’assenza di classe dirigente e di serietà.

Pubblicato in : Primo pianoTag: condono, riforme

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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