
La pandemia ha messo in discussione per sempre i tempi e gli schemi di vita delle città, soprattutto delle metropoli, e del loro cosiddetto hinterland. Quel circondario fatto di quartieri satellite che spesso è più esteso della stessa città originaria. La pandemia ha svelato l’inutilità e la stupidità di tre ore di coda al giorno, quando va bene. L’inutilità di andare da Cormano a Rogoredo, da Mostacciano a Prati, dall’Osmannoro a Bagno a Ripoli, da Bancole a Cappeletta, se puoi fare la stessa cosa al computer muovendoti per 10 metri non per dieci chilometri. Uno dei lati positivi del confinamento obbligatorio è rappresentato dalla presa di coscienza che molto del traffico che generavamo era , è, sarà inutile. Ingiustificabile.
Certamente non c’erano le scuole e non c’era l’attività ordinaria dei commerci e degli scambi in quel periodo da marzo a maggio 2020, ma anche solo togliere di mezzo la quota di traffico generata dai pendolari, l’intasamento dovuto allo spostamento da lavoro d’ufficio ha dato e darà un bel colpo al vecchio sistema che ci vedeva tutti in strada, tutti in tangenziale, tutti attorno alla stessa rotonda negli stessi minuti.
Andare in un posto con due ore di viaggio per fare quello che fai ugualmente a tre minuti dal letto dovrebbe essere motivo e ragione di una rivoluzione. Non bendiamoci gli occhi e non cediamo alle lusinghe del passato, affrontiamo con stile divergente il nuovo rapporto spazio tempo. Tradotto: non possiamo più permetterci di stare tutti in giro alle stesse ore, negli stessi spazi, nelle stesse strade. Scordiamoci gli intasamenti da Suv, spero davvero che spariscano i tubi di scappamento dagli ingressi delle scuole, davanti agli istituti, scordiamoci banchi e cattedre di una volta sia alle elementari sia all’università, dovremo inventare nuovi tempi e nuovi spazi con princìpi di distanziamento che prima di tutto devono maturare nel nostro cervello.
L’emergenza ci dovrà indurre a inventare o scoprire tempi allungati, spazi diversi per fare cose che prima facevamo in spazi ristretti e in tempi contingentati. Fra un mese e mezzo riapriranno le scuole. Sarà un bel tagliando per il Paese. Dovremo essere ben preparati con tutte le strutture necessarie, meccanismi e regole condivisi, ma anche pronti flessibili ed elastici per mettere a punto soluzioni in corso di adeguamento.
Non bisognerà avere paura dell’intoppo o della criticità a patto che si sia tutti elastici nel capire che i modelli sono tutti superabili. Facciamo qualche esempio: chi l’ha detto che non si possa fare lezione anche al sabato pomeriggio? Chi l’ha detto che non si possa fare scuola anche ei padiglioni delle fiere e nei centri commerciali? Chi l’ha detto che non si possano fare attività, compatibilmente con ambiente e meteo, anche all’aperto e sotto i portici? Chi l’ha detto che si debba perpetuare l’assetto frontale lavagna cattedra e non passare alla forma circolare dove tutti sono laterali e non si respirano addosso? Di fianco è un conto, faccia a faccia è brutto. Pericoloso. Sono solo alcuni elementari, per non dire banali, esempi. Chi l’ha detto che non si possano fare in cortile o sotto una tettoia riti, riunioni, cerimonie che una volta si facevano al chiuso tra arazzi e monumenti, tra alte pareti e cupole affrescate.
Qualche anno fa al Campus dell’Università di Parma, mi è capitato di vedere un gruppo di studenti che inaugurava il corso, credo un master, non in aula ma tutti in cerchio in cortile sul prato, sull’erba. Sembrava tanto l’inizio di un campo scuola estivo o il raduno di coscritti sulla spiaggia per un falò con chitarra. Mi spiegarono che era una nuova forma di conoscenza e di interazione. Con le tecnologie possiamo fare a distanza di 3 metri o di due chilometri quello che una volta si doveva fare a contatto di gomito. Approfittiamone per difenderci dalla pandemia ma anche per migliorare la nostra qualità della vita. E trovare nuove forme di relazione con familiari, vicini, congiunti, disgiunti, e animali domestici. Il tempo liberato che scaturisce dalla rottamazione della dipendenza da pendolarità sarà un patrimonio incalcolabile che si potrà investire in nuovi affetti, nuove passioni, nuove occasioni.
Non mi direte che stare in coda tre ore al giorno per andare da casa a ufficio e da ufficio a casa per battere i polpastrelli su una tastiera che avevamo anche a casa fosse un inno alla qualità della vita?!
Ricordo che quando lavoravo alla Rai di Milano per andare in auto da corso Sempione a piazza Firenze (tre chilometri) ci mettevo lo stesso tempo che impiegavo da Bologna a Firenze, o da Bologna Fiera a Milano Marittima. Diciamolo: non era, non è normale. Approfittiamo delle difficoltà per superare rigidità e modalità già scavalcate dalla storia.
Fabrizio Binacchi

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