Giada Martinori: Il docu-film “Come siamo (dietro le quinte)” del regista Pier Paolo Segneri vuole dimostrare che la forza di credere in sé stessi e negli altri si trova se almeno un’altra persona è in grado di credere davvero nel nostro talento; tu, Francesco, ad esempio, credevi in questo pensiero prima di girare come attore e interprete il backstage del prof. Segneri? Se pensi sia vero, chi è la persona che crede in te dandoti la forza di credere nel tuo talento ?
Francesco Giarnera: Assolutamente sì. Vista sotto una prospettiva generale, la forza mi arriva dalla mia famiglia e i miei amici sono le persone vicine a me che credono nel mio talento, dove sono libero di mostrarmi senza filtri ed essere me stesso. Poi, sicuramente, ci sono le persone con cui ho collaborato nel docu-film, quindi mi riferisco ai ragazzi e al prof. Segneri perché nel dietro le quinte di “Come siamo” si è creato un contesto di spontaneità e di sostegno reciproco.
G. M.: Com’è stata questa esperienza? Quali sono state le emozioni più frequenti che sono emerse dentro di te durante la lavorazione di questo progetto?
F. G.: E’ stata un’esperienza esistenziale. Una vera e propria esperienza di vita. Fin dal primo momento, anche durante la preparazione. Nel gruppo dei protagonisti e con gli altri componenti della troupe, così come dentro di me, sono emerse spontaneità, purezza dei rapporti, eterogeneità.
G. M.: Come racconteresti il tuo personaggio? Si avvicina al tuo Io nella realtà?
F. G.: Si avvicina a quello che sono io nella realtà. Il prof. Segneri ci ha cucito il nostro personaggio addosso. Come un abito su misura. Il mio personaggio è un giovane uomo, uno studente universitario, nello specifico un giornalista politico, deluso e disilluso, che vede una grande assenza di umanità nella politica di oggi e, di conseguenza, sostiene che ci sia – ormai – una scarsa democrazia e quella che c’è non è neppure bella; non trova più la passione di una volta che caratterizzava l’impegno politico, anche se – poi – trova la passione e l’impegno civile nell’oggettività del suo impegno giornalistico.
Sicuramente mi ci rispecchio in questo dubbio del mio personaggio. Infatti, il mio personaggio è alimentato e nutrito dal dubbio. In senso positivo.
G. M.: Come ti sei trovato con il cast e con il prof. Segneri? Che rapporto si è instaurato?
F. G.: Si è instaurata una forte amicizia e un sentire comune; ho trovato persone disposte al dialogo, ma soprattutto all’ascolto, cosa che al giorno d’oggi non è scontato. In cuor mio, sapevo che mi sarei trovato in un gruppo così, un gruppo genuino. Con il prof. Segneri, infatti, c’è sempre stato un bel rapporto, fin dai tempi del Liceo, quando ero ancora un suo studente. Ma stavolta si è presentato nelle vesti del regista e, in quanto regista, mi ha chiamato. Comunque, nel corso del tempo, il professore, si è fatto sempre sentire, con lui il dialogo è sempre andato avanti e io l’ho sempre seguito, mi ha aiutato in un periodo di sconforto e mi ha fatto entrare in questo progetto dandomi la possibilità di affrontare una bella esperienza. Insomma, più che un’esperienza cinematografica nel senso tradizionale del termine, è stata un’esperienza di vita.
G. M.: Se dovessi descrivere questo progetto con qualche parola quale useresti?
Sembrerò ripetitivo, ma lo ribadisco: è stata ed è – perché il progetto continua – un’esperienza esistenziale, di spontaneità, di ricerca delle verità, di sincerità, di autenticità. Insomma, mi sono affezionato al messaggio dietro questo progetto; nulla da aggiungere.
G. M.: Cosa ti ha spinto a voler affrontare questa “avventura”?
F. G.: La domanda appropriata dovrebbe essere: che cosa mi avrebbe dovuto far dire di no? Forse, a pensarci bene, comunque, ho accettato per superare alcune mie insicurezze legate al fatto di sentirmi, spesso, incompreso dagli altri, di essere cioè frainteso o mal interpretato o, addirittura, di non sentirmi all’altezza.
G. M.: Questa esperienza, come un po’ tutte, ti avrà permesso d’imparare qualcosa; qual è la lezione che hai appreso? Quali pensieri si aggiungono al tuo bagaglio di vita?
F. G.: Condividevo e condivido sicuramente il credere nell’amore, concetto di questo docu-film che ho concretizzato poi nel credere in me stesso, anche se come pensiero può sembrare banale. L’amore civile che dovrebbe sempre accompagnare l’impegno civile e politico. Dietro tutto questo c’è stata una saetta di vita, di umanità che non mi permette di poter riassumere tutti i pensieri, tutte le idee, in concetti che ora fanno parte del mio bagaglio. Viviamo la complessità.
G. M.: Il prof. Segneri ha dato a ciascuno di voi un sostantivo, il tuo è “Anima”, ti ci sei ritrovato subito?
Ovviamente mi ci ritrovo, sono sempre stato così, Anima. Sicuramente, una tale definizione e una tale convinzione potrebbe farmi sembrare ingenuo, semplice, ma – dopo aver affrontato il percorso della crescita – ho capito che io sono nato così e mi piaccio così. Sono felice quando sono anima.
Giada Martinori

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