Quel mattino sono arrivato davanti al Mit, il Massachusetts Institute of Tecnology, una delle più importanti e note università di ricerca del mondo, attorno alle 11 e il mio cellulare ha dato segni di vita propria mai visti prima. Il wifi gratuito e aperto del Mit mi ha fatto scaricare in 7 secondi un video di 4 minuti e mezzo che era lì in attesa da ore. In un altro posto ci avrei messo mezzora. Sono entrato nell’ampio atrio tutto finestroni e colonne che si vede dalla Massachusetts Ave al 77, zona Cambridge alle porte di Boston, a dieci minuti da Harvard e si sono scaricati messaggi, programmi, foto che boccheggiavano nella rete in attesa di un wi fi potente.
Quello del Mit non è solo un wifi potente, è istantaneo, diffuso, omogeneo, il simbolo stesso della modernità, della tecnologia, una specie di star gate, una porta invisibile ma presentissima verso il futuro vissuto in un attimo. Qui al Mit non distingui l’attimo dall’attimino, è tutto immediato e storico.
Mi viene in mente quell’esperienza di un mattino di maggio del 2018, tre anni fa e sembra un secolo, quando qui da noi si cerca la banda larga e trovi internet lento, cerchi wifi potente e trovi gocciole di rete.
Si parla ancora di uniformare il Paese Italia con un progetto di banda larga e ultra larga quando dovremmo essere già oltre, dovremo già vivere la realtà aumentata e il teletrasporto popolare, altro ché solo la banda larga. Qui la banda è ancora molto stretta e lo hanno sperimentato gli studenti, le famiglie, gli insegnanti che stanno ore e giorni al computer a cercare di apprendere, insegnare assistere davanti a schermi con i circolini che girano in attesa di una rete migliore, di un segnale che permetta di stare in video oltre che in audio, di una rete che consenta di scambiarsi file di documenti e compiti, di pdf e qualche foto che si blocca anche se di poche centinaia di kilobyte.
Incontro un’amica che ha le nipotine in dad, didattica a distanza, e mi dice : “E’ ‘na tragedia, ci vediamo e ci sentiamo per dieci minuti poi il collegamento salta per 5 minuti e l’insegnante deve cominciare da capo e intanto si perdono le voci e i concetti”. La tragedia non è solo nella chiusura delle scuole, nel disagio della distanza virtuale oltre che reale e fisica ma nel tempo drammaticamente perso a fare proclami di progetti senza avviare i progetti, nel tempo perso a mettere in piedi un sistema di scuola a distanza che poteva essere sperimentato già nel 1995, la tragedia è che ci siamo baloccati per anni in convegni e manifesti pensando che altri passassero all’azione.
Così questa emergenza pandemica, oltre alle gravi criticità sanitarie e assistenziali, ci ha sbattuto in faccia l’urgenza delle urgenze che è quella di vedersi, incontrarsi, parlarsi, relazionarsi a distanza senza difficoltà. Vent’anni buttati. Almeno vent’anni buttati al vento. Vi ricordate i primi videotelefonini che consumavano un tot di batteria e un tot di soldi? Datano primi anni duemila. Molti di noi si erano regalati un telefonino “3” per provare l’ebrezza della video-conversazione. “Ciao, dove sei?” “Sono al parco”. “Ma come vedo un quadro”. “Ma no è l’inquadratura”. Le applicazioni tipo Whatsapp, Viber, Telegram, WeChat e dovevano ancora essere pensate e sviluppate per il grande pubblico come le conosciamo e usiamo ora. Preistoria. E che per scambiarsi frasi e documenti al computer si usava un programma di AOL, American On Line, madre dei vari messenger.
Abbiamo avuto vent’anni di tempo per dare una infrastruttura adeguata al nostro Paese che è fatto di grandi città ma anche di piccoli borghi per reggere le connessioni e le reti e siamo arrivati al 2021 a invocare una connessione almeno accettabile e stabile da un paese fuori mano per fare un compito di matematica o finire un tema di italiano o svolgere una lezione di 48 minuti di linguistica spagnola.
Siamo messi così. E non è comodo, visti i tempi, andare davanti al Mit per sfruttare il wifi del Massachusetts Institute e fare i compiti da Boston.
Nella sua prima uscita pubblica da ministro dell’innovazione tecnologica e transizione digitale Vittorio Colao, nell’ambito di una conferenza dell’Asvis l’Associazione per lo sviluppo sostenibile, ha detto che “non stiamo procedendo bene su questo aspetto perché stiamo escludendo cittadini in aree non connesse, a partire dagli studenti”. Una incontrovertibile verità, una verità che era vera e presente anche cinque e dieci anni fa. Vaccinarsi per la salute degli individui e dotarsi di reti per la salute e il progresso dei territori dovrebbero essere il paradigma dello sviluppo, anzi della difesa di una vita sociale accettabile, si direbbe il minimo sindacale per continuare a dirci cittadini.
Se siamo stati capaci di portare negli anni dello sviluppo industriale e poi del boom economico la luce elettrica nei casali più sperduti e poi le linee telefoniche e la televisione dalle cime dolomitiche all’ultima isola del Mediterraneo, dovremmo essere ben in grado di portare un segnale decente anche nel borgo più isolato della Foresta Umbra o nel paesino incuneato tra le valli dell’Agordino. Perché quegli abitanti sono cittadini italiani come quelli che risiedono ai Parioli o in corso Magenta. La banda ultralarga non è solo un problema di tecnologia ma di democrazia.
Fabrizio Binacchi
La facciata con colonne del Mit a Boston.(Foto Binacchi 12 maggio 2018) L’atrio dell’ingresso principale del Mit a Boston (Foto Binacchi 12 maggio 2018)



Lascia un commento