Le solite, ripetitive polemiche sul ddl relativo alle intercettazioni offrono uno spaccato di nuovo desolante della Giustizia italiana i cui problemi, già grossissimi, si sono aggravati notevolmente da quando è diventata il terreno abituale dello scontro politico.
Occasione del nuovo scontro, i dodici emendamenti che riscrivono di fatto il ddl intercettazioni ora all’esame della commissione Giustizia del Senato: li hanno presentati il relatore Roberto Centaro (Pdl) e il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, a nome del governo. Sulle novità introdotte, tra cui il ritorno ai «gravi indizi di reato», spara alzo zero l’ opposizione che continua a chiedere a gran voce il ritiro del provvedimento mentre protesta anche il sindacato dei giornalisti.
Ci limitiamo a tre considerazioni: 1° Se per indagare ci si affida esclusivamente o prevalentemente alle intercettazioni, siamo messi malissimo. Qualcuno attraverso le intercettazioni vorrebbe scoprire i reati, non raccogliere le prove. E questo è contro ogni elementare principio di civiltà, non solo giuridica. 2° I giornalisti che protestano per difendere il sacrosanto principio della libertà di informazione farebbero bene a preoccuparsi anche dei meno roboanti diritti della gente comune, che è quella che spesso ci va di mezzo assai più dei VIP, i quali hanno mezzi per difendersi. 3° In un Paese nel quale la destra sostiene tesi tradizionalmente di sinistra e viceversa, qualcosa non quadra.
INTERCETTAZIONI E INDAGINI
Qualcuno attraverso le intercettazioni vorrebbe scoprire i reati, non raccogliere le prove. E questo è contro ogni elementare principio di civiltà, non solo giuridica.

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