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INNALZIAMO E PARIFICHIAMO LE ETÀ PENSIONABILI. CHE LA GERONTOCRAZIA ESCA ALLO SCOPERTO

Non c’è più tempo per aspettare. Ora tocca a noi under-35 decidere sul futuro delle nostre vite di Luca Bolognini

di Luca Bolognini | 22 Dicembre 2008

Brunetta ha ragione: si equipari l”età pensionabile di uomini e donne a 65 anni, nell”interesse dei giovani e delle stesse donne. Subito, e a partire dal pubblico impiego. Non è solo un”opinione politica di parte – anzi, il fronte è trasversale e bipartisan, capitanato da Emma Bonino – ma un obbligo sancito dall”Unione Europea e dalla recente sentenza di condanna della Corte di Giustizia. Va detto che il Ministro guadagna, incidentalmente poiché riveste quell”incarico, un ulteriore merito: avere scoperchiato un”altra volta il vaso dell”ipocrisia politica italiana, gettandoci dentro uno degli ingredienti più scottanti nel confronto generazionale tra immobilisti e veri innovatori di destra, centro e sinistra; proprio ora che queste distinzioni “geometriche” e/o “geografiche” hanno sempre meno senso, mentre assume maggior peso e valore il coefficiente di riformismo (o, viceversa, contro-riformismo miope, da personaggi di Verga attaccati alla “roba”) presente nelle parole e nei pensieri di chi ha responsabilità pubbliche.

Ebbene, guardate le reazioni alla proposta di innalzamento dell”età pensionabile e capirete chi sono gli emissari di quello che potremmo chiamare, in sigla come di moda, NIMPA “not-in-my-privileged-age”: non toccate i miei privilegi, non vi sognate di sfiorare i favori fissati per chi ha oggi più di 60 anni, non provate a ribaltare gli equilibri.

“Non ci provi” è stata proprio la risposta di rappresentanti della CGIL, sempre meno realistica nelle sue prese di posizione che appaiono davvero, a nostro parere, fuori dal mondo e dall”Italia. Ma a ben leggere saltano fuori, una dopo l”altra, irrefrenabili, le dichiarazioni dei restanti sindacati – tutti sideralmente lontani, in questa materia, dagli interessi degli under35 – che respingono l”idea di uguaglianza tra sessi anche nel pensionamento, come fosse qualcosa di aberrante e inaccettabile. Per secondo, ecco le voci politiche: Calderoli che (a nome della Lega?) bolla le parole di Brunetta come battute di spirito, Rifondazione che con Ferrero parla di odio per i lavoratori (complimenti, questi sono i toni da usare nel confronto sociale), D”Alema che si aggancia a Calderoli e conferma la tesi della battuta brunettiana, aggiungendo che però non faceva ridere.

E l”altro diretto interessato, Sacconi, che tante speranze aveva indotto in chi lo votò prima della nomina a Ministro del Lavoro per poi chiarire che lui le mani nella ri-correzione della riforma pensionistica (snaturata con Prodi dalla sostituzione dello scalone con gli scalini, un autentico downgrade contro le nuove generazioni che si troveranno montagne di miliardi di euro da pagare ai genitori) non ce le avrebbe messe, avrebbe mantenuto l”attuale assetto, forse per salvaguardare una certa armonia con i sindacati: ecco pure lui prendere le distanze dalla proposta sul pensionamento fatta dal collega.

Le tesi contro l”innalzamento dell”età pensionabile sono di due tipi: quelle assolute (si commentano da sole) e quelle “sofistiche”: le seconde si aggrappano a motivazioni quali il fatto che le donne sono sfavorite durante la vita lavorativa, il fatto che devono dedicarsi al parto e alla famiglia, il fatto che hanno un”esistenza penalizzata e quindi bisogna riconoscere loro questo privilegio di fine-corsa. Peccato che la sentenza della Corte di Giustizia europea (davanti alle cui decisioni, ben detto Brunetta, non si replica ma si ubbidisce e, aggiungo io, in un Paese civile non si farebbero tante storie né capricci senili) affronti proprio il tema della penalizzazione delle donne in età giovanile, stabilendo che l”Italia è colpevole di non offrire parità e servizi adeguati prima, quando una donna è madre e lavoratrice: perciò, dice in sostanza la Corte, mandare in pensione anzitempo le persone di sesso femminile è un doppio errore, in quanto non si pone rimedio ai problemi con un welfare adeguato quando serve e, dopo, si troncano le carriere e le capacità produttive e contributive di soggetti capaci in nome di un malinteso tentativo di “consolazione tardiva”. Bisogna invece, da un lato, potenziare i servizi a favore delle donne e dei giovani quando sono davvero necessari e, dall”altro, innalzare e parificare le età pensionabili (magari, certo, prevedendo “sconti” annui per ogni figlio avuto).

Dunque, ricordiamoci bene dei nomi di chi avversa oggi queste riforme e iniziamo ad avversarli a nostra volta, democraticamente ma con fermezza, battendoci dentro e fuori dai partiti perché si ritrovino minoritari e non possano fermare il treno del cambiamento e di una maggiore equità inter-generazionale. I giovani del PDL, del PD, dell”UDC e di tutti gli altri partiti e movimenti anche extra-parlamentari possono oggi prendere posizione contro chi sta ipotecando il domani con destrezza e arroganza politica. Debito pubblico sulle spalle dei figli, scalinetti per i vecchi e baratri pensionistici per i nipoti, garanzie anacronistiche, disattenzione alla precarietà, nuove famiglie impossibili e nessuna liberalizzazione nel lavoro: ora basta e “disavanza” (per continuare con le battute), sarà una partita dura ma sappiamo leggere, scrivere, contare e votare. I gerontocrati ex-sessantottini comincino a fare le valigie, perché tocca a noi under-35 decidere sul futuro delle nostre vite.

Luca Bolognini
da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta

Pubblicato in : Primo piano

Info Luca Bolognini

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giampaolo Mercanzin

    30 Dicembre 2008 alle 04:18

    Nel 1979 Gianni de Michelis (aveva 39 anni) era Ministro del Lavoro e propose, in considerazione delle generazioni future, la riforma pensionistica.
    Natiralmente la proposta era suffragata dai dati del Ministero e degli Istituti di Previdenza di allora, che erano preoccupanti e che paventavano la situazione giovanile che si è tragicamente delineata ora, nonostante l’inglobamento del fondo indennita di anzianità ecc.. Apriti cielo.
    Lo stesso Presidente del Consiglio, tale Spadolini, non si sognò di apoggiarlo.
    I risultati si vedono oggi a 30 anni di distanza.
    Quanto avremmo guadagnato se la riforma fosse stata fatta allora?????

    Rispondi

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