La condizione delle donne infortunate nella società, le diverse difficoltà che una donna incontra, rispetto a un uomo, sia nell’ordinaria gestione del lavoro e della famiglia, sia nel superare un evento traumatico quale può essere un incidente sul lavoro, devono essere oggetto di analisi e approfondimento.
Ci troviamo di fronte ad un presupposto fondamentale: il riconoscimento che la donna svolge sistematicamente due attività di pari dimensione e gravosità lavorativa, prima ancora che sociale: quello di lavoratrice e quello di casalinga, ruoli che producono, allo stesso modo, ricchezza e valore aggiunto per la comunità. Infatti, accanto all’attività propriamente professionale che le donne svolgono fuori casa, vi è quella di cura della “società familiare”, che è loro affidata in via spesso esclusiva in virtù di una specifica missione riconosciuta anche a livello costituzionale. E questo duplice impegno, richiederebbe un cambio di passo a livello normativo e amministrativo, che prendesse le mosse dallo studio delle reali esigenze delle donne, di quelle “differenze di genere” non più da negare, ma da cui partire per garantire alle donne lavoratrici la pienezza dei propri diritti, sia nel momento della prevenzione sia in caso di infortunio sul lavoro o malattia professionale da recuperare.
Dai dati dell’ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), condotte su oltre 750 donne infortunate in tutta Italia, risulta che su 10 donne che hanno subito un infortunio oltre i 50 anni d’età, 6 hanno smesso di lavorare. Sotto i 50 anni il dato è più contenuto, ma ugualmente molto grave, e si attesta al 40%.
Questo è il frutto di una doppia discriminazione: nei confronti dei disabili, come testimonia l’ultima Relazione al Parlamento sull’applicazione della Legge 68/99, che su oltre 700.000 iscritti alle liste di collocamento solo 20mila sono stati avviati al lavoro; e nei confronti delle donne; infatti, ogni mese l’ISTAT ci ricorda che in Italia metà di loro non lavora.
Il recente studio ANMIL sulle conseguenze psicologiche di un infortunio sul lavoro è stato condotto da un gruppo di esperte del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Padova, è iniziato cinque anni fa, e ha messo in luce la maggiore vulnerabilità degli individui che hanno subito un incidente sul lavoro allo sviluppo di disturbi d’ansia e, in particolare, di un disturbo da stress post-traumatico, oltre che depressione, riduzione della capacità di concentrazione e difficoltà nel fronteggiare situazioni stressanti. Problemi che, se non affrontati adeguatamente, potrebbero compromettere l’intero processo di recupero del “valore persona”, che per una donna ha innegabilmente aspetti peculiari da affrontare con specifica attenzione.
Attualmente i datori di lavoro, e in particolare quelli delle grandi aziende, appaiono molto più consapevoli e responsabili rispetto al problema. Rimangono, tuttavia, alcuni grossi ostacoli. I media, ad esempio, accendono i riflettori sul tema della sicurezza solo a fronte di tragedie di enormi proporzioni, come quella della Thyssen, mentre sembrano ignorare che il fenomeno degli incidenti, soprattutto non mortali, è quotidianamente drammatico, con 2.500 incidenti al giorno. Ma di questo fenomeno è difficile che l’opinione pubblica abbia una corretta percezione. E poi c’è il problema, anche questo di grande rilievo, dei controlli: gli ispettori sono troppo pochi e la frequenza di verifiche per ogni azienda è davvero risibile.
Noi sappiamo quanto sia difficile oggi essere donna, madre, moglie, lavoratrice e casalinga e quanto lo sia ancora di più per una donna a cui manca un arto o che sia stata colpita da una malattia invalidante. Il nostro storico impegno – in particolare nei confronti delle tematiche al femminile – è quello di dimostrare che le ferite e le cicatrici di un infortunio sul lavoro non sono solo quelle visibili sul proprio corpo, ma anche quelle che emergono nella quotidianità, quando fare le cose più semplici diventa un’impresa, un percorso a ostacoli per superare il quale nessuna donna dovrebbe mai rimanere sola, per non perdere la stima e la fiducia nelle proprie forze e negli altri.
Daniela Mignona (avantidelladomenica.it)

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