In Italia non c’è una cultura favorevole all’impresa e al merito. Così ogni anno, oltre a tante aziende, se ne vanno migliaia di giovani laureati e docenti universitari.
La Fiat che sostanzialmente lascia l’Italia, tante altre aziende che vanno ad insediare i loro siti produttivi all’estero. Cosa c’è che non va nel nostro Paese? E’ molto semplice. Non c’è una cultura, e quindi una politica, favorevole all’impresa. Il problema viene da lontano. Dall’egemonia culturale che per tanti decenni l’allora PCI ha esercitato sulla politica italiana. L’imprenditore, e in questo i comunisti erano aiutati anche dai cattolici, era quasi sopportato ed accettato solo per la sua funzione “sociale”. Vent’anni di Berlusconi hanno lasciato immutato lo status quo. Il suo fallimento è anche questo, anzi soprattutto questo. I parametri dell’Italia del 2014, sono quelli, se non peggiorati, del 1994 (altro che festeggiare la discesa in campo). Fino a che le economie erano chiuse ce la siamo cavata alla meno peggio. Oggi, con la globalizzazione e le frontiere aperte, non reggiamo alla concorrenza. Ci preoccupiamo delle tasse e dell’evasione, che pure è un problema, (ricordate lo spot del governo, ministro Tremonti, “Se tutti pagano le tasse, le tasse ripagano i cittadini con i servizi”?). Non tagliamo di un centesimo la spesa pubblica e non ci curiamo di mettere in campo una politica che permetta alla nostra manifattura di prosperare e al nostro Paese di attirare gli investimenti esteri, salvo poi lamentarci quando le nostre imprese se ne vanno.
Alcuni dati. Uno studio Prometeia-Università Bocconi dimostra che le imprese che delocalizzano risparmiano sulle tasse qualcosa come il 50%. Chi infatti porta i capannoni all’estero paga sugli utili il 30%, chi invece li tiene in Italia ci paga l’80%, grazie all’incidenza che hanno IRAP e IMU. Ancora. In base ad un’analisi del Sole24Ore la Fiat, andando in Gran Bretagna, con la sede fiscale, ottiene questi vantaggi:
1) Una tassa sul reddito della società al 21 e poi al 20% rispetto ad una media dei Paesi del G20 che è del 30%;
2) Nessuna tassa simile all’IRAP;
3) Esenzioni sui dividendi e sui capital gain;
4) Una convenzione con gli USA che rende gli investimenti molto più vantaggiosi;
5) Regime di favore per la ricerca;
6) Benefici sui compensi e gli incentivi per i manager.
Altro che nuova legge elettorale. I provvedimenti che servono al Paese sono quelli che armonizzano la nostra legislazione a quella dei Paesi più evoluti. Solo così si può rimediare all’anomalia italiana ed essere competitivi sui mercati internazionali. Invece, andando avanti di questo passo, il nostro Paese continuerà ad attrarre frotte di migranti dai paesi della sponda mediterranea dell’Africa e lascerà andare via, ogni anno, migliaia di giovani laureati, di ricercatori e di docenti universitari, tutti in fuga verso USA, Gran Bretagna, Germania e Spagna. Per trovare lavoro e per vedersi riconosciuto il sacrificio e l’impegno messo nello studio. In una parola, il merito.


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