Industria 4.0 è sicuramente il provvedimento di legge adottato negli ultimi anni che ha sollevato un dibattito intenso incentrato sul merito senza eccesso di polemiche strumentali. Resta il fatto, almeno per chi scrive, che non tutto è oro quel che luccica e che, dunque, valga la pena di porsi alcune domande.
Primo quesito: il grande successo in termini di progetti approvati e iniziati nonché di investimenti avviati è tutto oro come suggerisce il luccichio dei numeri positivi ? Siamo sicuri che il fatto che ci fossero così tanti progetti pronti, soprattutto da parte di grandi aziende, non indica che si tratta di interventi che sarebbero stati effettuati comunque e che quindi più che stimolare nuovi investimenti ne stiamo finanziando di già esistenti, per di più alle stesse aziende di sempre?
Quesito correlato al primo: il meccanismo dell’iperammortamento, quindi dello sconto fiscale, su queste dimensioni (parliamo di milioni di euro per singolo intervento) non è utilizzabile quasi solo da imprese di grandi dimensioni? Quanti anni occorreranno a quelle Pmi con fatturato di pochi milioni di euro ed utili fiscali di conseguenza, per poter usufruire del tax shelter ?
Altro dubbio importante: il finanziamento va agli investimenti sul processo produttivo e sul luogo di produzione, qualsiasi sia la tecnologia introdotta. In questo modo si agevolano e finanziano soprattutto le vendite di tecnologia, che – il caso delle stampanti 3d è chiaro – in massima parte non è italiana ma s tedesca (la legge italiana è mutuata da quella adottata in Germania dieci anni fa per aiutare la Siemens: tanto per ricordare ai nostri “liberisti” come un Governo tutela l’interesse nazionale assicurando vita alle proprie grandi aziende). In questo modo, come spesso è successo negli ultimi venti anni, la manovra fiscale italiana va a sostenere il surplus di bilancia dei pagamenti tedesco!
Non sarebbe stato meglio indirizzare una parte consistente di questo intervento a favorire le aziende produttrici di tecnologia e ricerca piuttosto che il mercato degli utilizzatori ? Siamo ancora in tempo ad aggiustare il tiro, ma un “piano industriale” della legge non è stato fatto e ci troviamo a doverla correggere già dopo sei mesi.
Non può mancare ovviamente la domanda sull’impatto del massiccio impiego di tecnologia sul lavoro dipendente, si spera senza essere accusati di “luddismo di ritorno” . L’introduzione di tecnologie automatiche non solo come automazione di processo o sostituzione della macchina all’uomo per lavori pesanti o pericolosi, che impatto ha in valori assoluti sull’occupazione complessiva? Il fatto che l’azienda che capitalizza di più al mondo in Borsa sia Amazon che ha 50 mila dipendenti scalzando Wall Mart che ne ha 1,7 milioni non ha impatto sulla distribuzione del reddito?
Siamo sicuri che la domanda aggregata di prodotti rimanga uguale o addirittura si incrementi oppure ha ragione chi dice che l’Europa non saprà più a chi vendere i suoi magnifici prodotti 4.0 a fronte di una popolazione attiva e produttrice di reddito in calo costante?
Quesito collegato e legato alla particolare situazione della Città Metropolitana di Milano : le migliaia di PMI che fanno corona al centro storico della Città , che occupano oltre centomila addetti e dalla cui attività dipende il 20-25 % del Pil dell’area, sono pronte a questo salto economico e culturale ? Che vantaggi potranno avere, oltre alla necessità di non perdere terreno rispetto a chi si muove già oggi sul terreno della tecnologia “spinta” cercando di rimanere sul mercato?
Mi pare che questi quesiti siano sufficienti a garantirci una mattinata intensa, ma vorrei buttare un’ultima provocazione sul tavolo della discussione. Siamo veramente sicuri che sia giusto spingere il salto tecnologico produttivo senza stabilire delle priorità? Insomma , è giusto che si incentivi allo stesso modo il cancello automatico e la stampante 3d, eliminando un addetto portineria come un addetto progettazione, anche se con produttività e miglioramento della qualità molto diversa ?
Chiunque atterri all’aereoporto di New Jersey e poi si rechi nella capitale economica mondiale, New York, attraverso il tunnel sotto l’Hudson scoprirà che il taxista ancora oggi paga il suo dollaro e cinquanta cents che ricaricherà a voi a tre, nelle mani di un anziano signore di origine caucasica o africana, che per 400 dollari al mese svolge il lavoro che un gate automatico farebbe quasi gratis dopo aver ammortizzato l’investimento di installazione in sei/otto anni.
La municipalità di New York ha messo questo investimento in coda a molti altri, come i semafori intelligenti o i parcheggi sorvegliati da un chip, soprattutto perché una quarantina di persone hanno una occupazione, marginale quanto si vuole, ma comunque in grado di produrre un reddito : hanno deciso in pratica di dare priorità ad investimenti che non distruggono posti di lavoro anche se non certo appetibili, mantenendo un piccolo pezzo di Pil attivo come spesa da stipendi, concentrandosi su altri interventi che producono comunque qualità e benefici senza questo “effetto collaterale” .
E’ davvero così grave chiedere una scala di priorità negli interventi di finanziamento che tenga conto del monte stipendi risultante ? Ed è davvero così antimoderno valutare l’opportunità di un intervento che aumenta il reddito degli azionisti di Pasadena o Wolfsburg a fronte della perdita di un reddito anche modesto di un abitante di Cesano Boscone?
Franco D’Alfonso
*Sintesi dell’introduzione al Convegno del 21 giugno 2017 c/o Sala degli Affreschi Palazzo Isimbardi. Milano.

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