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Indietro tutta, siamo il Pd

di Chiara Boriosi | 17 Giugno 2013

Eccoli qua, fulminei ed inconcludenti, a ribaltare in sole ventiquattro ore l’evidenza stessa di una vittoria per farne il devastante prologo di una prossima ennesima sconfitta.

bandiere pd2555_imgIn fondo, la sintesi della perdurante fragilità del Pd sta tutta in una considerazione: se la sua classe dirigente fosse capace di dare un indirizzo positivo alla capacità di reazione che dimostra di fronte ad un risultato elettorale premiante, allora potrebbe davvero proporsi in modo convincente alla guida del paese. Invece.

Invece, eccoli qua, fulminei ed inconcludenti, a ribaltare in sole ventiquattro ore l’evidenza stessa di una vittoria per farne il devastante prologo di una prossima ennesima sconfitta – bisogna essere bravi, anzi, bravissimi, per riuscire nell’impresa, e certo anni di allenamento costante nella specialità dello sguardo all’indietro sono una premessa indispensabile per dare prova di tanta incoercibile ostinazione nell’errore. Ma la specializzazione in teoria e tecnica dell’autodistruzione applicata alla gestione delle dinamiche interne e del posizionamento esterno del partito, è cosa loro. E a quanto pare non intendono rinunciarvi.

E’ necessario infatti un senso sviluppatissimo del ridicolo, strettamente intrecciato ad un notevole sprezzo della logica basica, ovvero quella di cui invece la gente comune è ancora fortunatamente dotata, per sostenere che la vittoria nelle elezioni amministrative sia l’evidente dimostrazione che il modello Ditta prevalga sulla espressione di una leadership, quando anche i bambini dell’asilo – cui certi dirigenti piddini si ispirano solo nella tignosa reiterazione della bizza egotica – sanno che si elegge un sindaco sulla base della sua credibilità personale, della sua capacità di attrazione su un progetto di governo, della sua abilità nello stabilire un dialogo con l’elettorato. E certe batoste degli anni scorsi, subite dal Pd in fase di primarie, quando ha visto i propri candidati ufficiali – già, quelli espressione della Ditta – sconfitti dagli outsiders scelti dai cittadini, avrebbero dovuto pur insegnare qualche preziosa lezione a dirigenti buoni solo a giocare con le parole. Ma a quanto pare era sperare troppo.

Così come era sperare troppo che l’amara lezione delle primarie dell’autunno scorso, per  la scelta del candidato Premier, avesse quantomeno lasciato una salutare scorta di pratico buon senso di cui far tesoro in tempi bui, ovvero che gli elettori respinti alle urne ne serbano buona memoria quando poi vanno a votare per le politiche – tradotto per i non udenti Stumpo e Fassina: caro Pd, se non vuoi il mio voto per scegliere il candidato migliore e più competitivo, perchè mai dovrei dartelo per mandarti al governo?!  Una logica  concatenazione di azione-reazione che pare invece ad oggi del tutto sconosciuta, e peggio ancora incomprensibile, alla presunta élite intellettuale di un partito che vive un’esistenza svincolata da ogni confronto con il reale, in un mondo parallelo dove i teoremi contano più dell’evidenza dei fatti, e la capacità di analisi di una sconfitta è un requisito del tutto ignorato. Come se la vocazione a perdere fosse la vera ragione sociale di una Ditta in perenne stato di procedura fallimentare.

Dunque, in quest’ottica ostinatamente regressiva, il documento presentato dai bersaniani in vista del Congresso del Pd è del tutto coerente con quanto espresso fin qui da una intera classe dirigente che ha fatto della conservazione la propria mission primaria. Nessuna salutare autocritica per una sconfitta – quella alle politiche – devastante e tutta ascrivibile a loro, nessuna capacità di lettura di una vittoria – quella alle amministrative – che costoro non possono in alcun modo intestarsi vista la loro totale assenza in campagna elettorale, ma peggio ancora nessuna prospettiva di redenzione dai propri errori riguardo al futuro. Nella ridicola cantilena sul partito senza padroni che deve guardarsi da “derive plebiscitarie” e leadership carismatiche pericolosissime, atte a “portare consenso ma non a fornire soluzioni”, colpisce infatti solo l’evidenza di ciò che manca, più di ciò che viene detto, ovvero una ragionevole – e, perchè no, umile – spiegazione del fatto che senza leadership non si ottiene consenso e dunque non si forniscono soluzioni, come il Segretario della non vittoria ma non sconfitta ha dovuto imparare a sue spese a febbraio.

Ma naturalmente, poichè al peggio non c’è mai fine, non è neanche la miope e meschina difesa dell’indifendibile operata dagli sconfitti a colpirci di più – chè verso le fragilità umane potremmo anche essere compassionevoli – quanto il perdurare, il ribadire e persino l’accanirsi a disegnare il Pd come una conventio ad excludendum sempre più ristretta – regola dopo regola, primaria dopo primaria – ad una cerchia selezionatissima, cui richiedere impronte digitali, analisi del sangue e test del DNA prima di concederle l’agognato privilegio di votare per un tale eletto consesso di anime indiscutibilmente superiori, altrimenti dette l’Italia giusta, dunque la migliore per autoacclamazione.

Un partito che ha perso quattro milioni di voti in una manciata di tornate elettorali e vuole darsi come unico obbiettivo un bacino elettorale sempre più ristretto, selezionato sulla base di un criterio che nulla ha a che vedere con la partecipazione ma discende solo da un progressivo ed inarrestabile ripiegamento su posizioni di retroguardia, si dichiara del tutto incapace di essere attrattivo, competitivo e dunque vincente e convincente in qualunque prossima sfida gli si presenti, destinato a rinchiudersi in una marginalità voluta e cercata come fosse uno stigma di superiorità schizzinosa ed arrogante.

E la questione più cogente, in questa situazione, non è certo stabilire quanto sia forte la paura di un leader e di una leadership, ma piuttosto quanto sia più grave la minaccia costituita dal perdurare di una impostazione perdente e restrittiva che rischia di segnare negativamente, e per molto tempo a venire, le sorti della sinistra italiana. Non sono le regole, da cambiare, ma le teste – operazione molto più difficile ma del tutto necessaria se non si vuole mirare solo ad una semplice sopravvivenza di genere che rischia di diventare nulla più che una sbiadita testimonianza del passato remoto.

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Chiara

    17 Giugno 2013 alle 15:03

    Caro Paolo, mi attribuisci idee che non ho. In un precedente pezzo, qualche settimana fa, avevo chiarito bene come in politica, alla paro del calcio con cui avevo fatto un paragone, ci sia bisogno sia di un leader sia di una squadra che lo sostenga. Detto questo, per affrontare con efficacia e serietà la crisi economica, abbiamo bisogno di partiti forti, ovvero dotati di progetti validi e del consenso degli elettori, nin certo di questi sgangherati ectoplasmi che ci ritroviamo ora. Abbiamo bisogno di politica vera, e la nostra responsabilità di cittadini sta nel non stancarci di chiederla, invece di cadere nelle facili trappole del voto di protesta che, come insegna la breve ed ingloriosa esperienza grillina, ha fiato corto e vita ancora più corta se non si appoggia su un progetto politico ben preciso.

    Rispondi
  2. paolo francia

    17 Giugno 2013 alle 13:45

    Tutto vero e giusto quello che scrivi Chiara, come non si puo’ condividere.
    Purtroppo non vai oltre, cioé non è un capo vincente nel PD che risolverà la crisi economica devastante dell’Italia, quello che appare evidente è che nella congiuntura attuale nessun capo, di destra, centro o sinistra, sarà in grado di far fronte allo tsunami devastatore che ha cominciato con la Grecia e la Spagna e che sta cominciando in Italia e altrove, è solo questione di tempo.
    Quello dei leaders carismatici che hanno la bacchetta magica, Chiara, quel tempo là è passato da tempo, quei politici eletti o messi là, sono solo spettatori impotenti di una situazione che in nessun modo potranno gestire e risolvere, come bene dimostra Letta e il suo governo precario, e come sarà il caso se al posto suo tornasse Berlusconi o Renzi anche con 10.000 saggi al loro seguito (per non parlar di altri “seguiti”…).
    Per questo, le bagatelle e le scaramucce tra dirigenti di partiti che ambiscono solo ad assicurarsi carriera, danaro e posti al sole per se stessi, amici, fedeli, parenti, seguiti svariati, non sono cosi’ interessanti di fronte allo sfacelo al quale si assiste.
    L’esperienza Grillo è naufragata, la mia convinzione al non voto ne esce ancora piu’ rafforzata che mai, infatti non ho espresso alcun voto nelle precedenti elezioni e lo stesso faro’ nel futuro immediato.
    Unico spiraglio che vedo in questo deserto, la marginalizzazione ormai conclamata di estremismi razzisti e scissionisti, che dalla Lega arrivando alle Destra Sociale hanno perso a mio avviso definitivamente il consenso degli elettori, e questo è un bene in un Paese che è ormai multi etnico, nell’interesse degli italiani. Certo le offese reiterate a un ministro di origine africana e il non adeguarsi dell’Italia al resto dell’Europa e del Mondo ormai in fatto di diritti civili, la dice lunga sulla non volontà del nostro Paese di essere appetibile per gli stranieri e invece essersi trasformato da un Paese di accoglienza per i giovani e i “cervelli” o gli artisti, in un Paese dal quale fuggire, come la mia vicenda e quella di tantissimi italiani che se ne vanno a gambe levate dimostra ogni giorno.

    Rispondi

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