
Due narratori delle genti di provincia, due grandi ricercatori delle umili ma decisive figure del mondo della campagna. Per fortuna ho conosciuto entrambi. Sentirli era un piacere e una lezione permanente di storia e di vita. Due mondi immensi di esperienze e suggestioni. Mi ricordo quella frase che disse Veronelli guardando quella distesa di campi che aveva davanti agli occhi sull’argine del Po a Renato Bonaglia, zone di casa. “Com’è bella la tua terra, tutta verde e tutta pari”. Due giganti del racconto del territorio e delle tradizioni popolari. Luigi Veronelli nato a Milano ma poi cittadini bergamasco, della Bergamo Alta, e Renato Bonaglia, da Villa Saviola, Bassa della Bassa Mantovana. Ma andiamo per ordine.
Luigi Veronelli è ricordato per la sua conoscenza e la divulgazione dei vini e dei vitigni, fu in onda con Ave Ninchi, sulla prima rete nazionale, a raccontare il buono della cucina italiana nella prima trasmissione, ancora in bianco e nero, dedicata ai fornelli: si chiamava a Tavola alle sette. Ma Veronelli, fatti studi classicissimi, era anche filosofo e storico. Prima di fare l’editore ha insegnato filosofia teoretica e poi si è dedicato alla divulgazione dell’economia enogastronomica con scienza e passione.
Renato Bonaglia, maestro con spiccate doti pedagogiche, e con esperienze di vita assolutamente uniche, è stato il ricercatore tra i più attenti e il collezionista delle tradizioni e dei mestieri degli usi e delle consuetudini della Bassa Mantovana, insieme con Dino Villani e pochi altri scrittori e poeti che si riunivano nel Fogolèr.
Vedo in rete che un suo libro del 1991 dal bellissimo titolo “Protagonisti ed umili sognatori della Bassa” Editore Società Cooperativa Fera dal Palidan, viene valutato come libro vintage sui 60 euro. E li vale tutti.
C’è la raccolta da tomo completo di un mondo che va dagli anni raccontati da Guareschi, fine Quaranta, alle annate di prima industrializzazione della campagna e degli allevamenti. Bonaglia vero cultore e ritrattista con versi dei sognatori e degli umili mestieri del mondo rurale e artigiano. Ci sono i personaggi celebri, diciamo i referenti di un paese come il medico e il parroco, ma ci sono anche i “protagonisti discreti” della vita, quelli che non si fanno vedere quelli che non vanno sui giornali ma che sono fondamentali per la comunità: dallo scalpellino, al calzolaio, dall’ortolano al meccanico, dal cavatore all’imbianchino. Insomma, Veronelli e Bonaglia due giganti.
Ebbene, i due giganti si sono anche incontrati e potete immaginare che frasi e che dialoghi potevano venire fuori. Di uno di quei colloqui lombardo-padani Renato Bonaglia era particolarmente memore e impressionato. E riguardava la terra di reciproca appartenenza, non solo terra in senso figurato ma anche terra in senso fisico e territoriale. L’ambiente che ci circonda. Un giorno sull’argine del fiume Po probabilmente dalle parti tra Motteggiana e Villa Saviola raccontava che camminavano guardando la campagna intorno. Mi ricordava Renato Bonaglia che ad un certo punto Luigi Veronelli si fermò e fissando l’orizzonte fece un apprezzamento molto bello per un padano: “Com’è bella la tua terra tutta verde e tutta pari”. Seguirono, pare, istanti di intenso silenzio.
Veronelli aveva lo sguardo che parlava e gli occhi ispirati e ispiranti.
Bonaglia pure, parlava con un’occhiata e con uno sguardo riusciva anche a parlare in poesia, in lingua e in dialetto. Il nostro Maestro della Bassa, che per una vita fu economo al Comune di Motteggiana e giornalista attento e scrupoloso anche degli eventi speciali e della vita quotidiana, la ricordava in dialetto mantovano quella frase quasi epica di Veronelli. “Cum l’è bèla la to tera tota véerda e tota pera”. Come è bella la tua terra tutta verde e tuta pari, che nella versione dialettale diventa anche in rima, facendo diventare ancora più poetica l’espressione di gradimento e ammirazione.
Cantori della terra e della vita di una volta che ci hanno lasciato, Veronelli e Bonaglia, testimonianze vive e palpitanti di una civiltà che è alle origini del nostro sviluppo e cassaforte dei nostri valori e della nostra umanità. Si leggeva negli occhi di Veronelli, mi diceva l’amico e maestro Renato, l’ammirazione per una terra così verde, di tante tonalità di verde, e così “pèra”, così pari, così pianeggiante, come si dice campagna aperdita d’occhio.
Lui che aveva negli occhi il “su e giù” della Bergamasca si perdeva nel mare di pianura qui tra il Po e la Bassa dove le uniche alture rilevabili sono quelle degli argini del Grande Fiume, che sono sicuramente delle alture ma non certamente delle montagne e nemmeno delle colline. Che belle persone, che bei ricordi! Ricordi di respiro. Bonaglia era un cultore degli argini del Po. Aveva raccontato quel mondo attorno al Po i in prosa e in poesia fino a quando la salute gliel’ha consentito,
Renato faceva lunghe passeggiate, solitamente al pomeriggio, sull’argine maestro del Po tra la rampa che porta verso Borgoforte fino a quella della zona del cosiddetto Manico del Paiolo verso Portiolo, direzione San Benedetto Po, dove la Bassa è veramente la più Bassa di tutte e dove le persone, i sognatori e i lavoratori”, facevano e fanno i conti con il sole rovente dell’estate e il gelo dell’inverno, con le nebbie che si tagliavano con il coltello e con le mille storie dei protagonisti della vita di ogni giorno.
Pensiero di fondo negli insegnamenti dei due cantori della campagna: la bellezza è intorno dobbiamo solo vederla. E la vita va sempre gustata. Come Bonaglia ci ha spiegato con le illustrazioni di Dino Villani, in molti libri come ad esempio in “Voltarsi indietro per andare avanti” o come nella raccolta di bellissime poesie in dialetto della “La fadiga da stà al mond”, La fatica di stare al mondo. Un titolo molto moderno, se ci pensiamo bene.
Lui che aveva fatto come dicevamo le esperienze più dure e più crude come quella, da soldato, di essere protagonista della spedizione di Russia nella Seconda Guerra Mondiale, avventura incredibile che gli diede modo di scrivere il libro “Uno dei tanti, uno dei pochi”. Uno dei tanti che partirono, uno dei pochi che tornarono.
Uno dei tanti che hanno vissuto nella Bassa ma anche uno dei pochi, Renato, che hanno dato lustro, con le sue parole e le sue ricerche, alla Bassa, questo pezzo di mondo globale ma anche mondo piccolo alla Giovannino Guareschi, che Renato Bonaglia, da par suo, come un pezzo di cuore.
Fabrizio Binacchi

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