Diceva, con giubilo, l’indimenticato collega Renzo Dall’Ara che “siamo un po’ tutti di provincia”. Guarda caso, aggiungeva con un pizzico di compiacimento catechistico, “anche Gesù è nato in un paesino”. Mica nella città metropolitana di Gerusalemme, come diremmo adesso, ma nella periferia della periferia, a dieci chilometri interminabili per i trasporti di allora, in un villaggio chiamato Betlemme dove si calcola abitassero o gravitassero 200 o 300 persone. E si calcola che a Nazaret gli abitanti ai tempi di Gesù fossero sui 500, uno dei tanti paesini nostri.
L’immagine demografico-spirituale ci serve per cercare di capire come mai un po’ tutti noi, nonostante i ribaltamenti amministrativi e nominali, ci sentiamo appartenenti quasi naturalmente ad una provincia e un po’ meno ad una regione o ad una eventuale futura macro-regione, composta dalla somma di singole realtà territoriali magari a varianza estrema. Scarperia San Piero e Tavernelle, Gambassi Terme e Palazzuolo sul Senio sono nella stessa “metropolitana” ma c’è da star sicuri che si sentiranno più prossimi ai confinanti financo di altre regioni. È naturale. Signore e signori, è la storia. Bisogna essere globali e locali, flessibili e simbolici.
Ci si spiega così la ragione per cui, anche nella discussione dell’ultima manovra economica in Parlamento, fior di deputati e senatori abbiano presentato emendamenti e provvedimenti per fare un certo ponte su una certa strada o sostenere una sagra in un certo paesino: perché siamo fatti di provincia e campanili. E non è detto che sia un peccato.
Magari occorre armonizzare e integrare Firenzuola con Certaldo, , mettere in rete Lastra a Signa e Bagno a Ripoli, ma di identità si vive e di riconoscimento ci si nutre. Siamo europei e occidentali, siamo italiani e toscani, siamo italiani e lombardi o campani ma quando ci chiedono a bruciapelo all’università come all’anagrafe, alla leva militare come ad un quiz radiofonico o televisivo “di dove sei?” noi rispondiamo “della provincia di Siena, della provincia di Arezzo, della provincia di Teramo, della provincia di Lecce” e via provinciando. Fanno eccezione, se ci pensate quelle e quelli di Roma e Milano, dove la città capoluogo prevale come idea demografica sulla provincia relativa e di fatti hanno costruito le città metropolitane. Qualcuno dice anche: son di Fiesole. E chi si permetterebbe di dire, di dove?
Noi italiani siamo un Paese di “metropoli della mente” e “borghi del cuore”, siamo una nazione di comuni e frazioni, di province e valli dove le regioni hanno assunto un ruolo ovviamente decisivo di pianificazione, governo e gestione, ma dove il senso di appartenenza popolare, morale, sociale, culturale e antropologico non rispetta i confini amministrativi. E’ naturalmente è così. Non ci si può far niente. L’abitante di Greve in Chianti sentirà una differenza dal confinante residente di Impruneta, così come quello di Rignano sull’Arno con il vicino reggellese.
Citando le sue vacanze estive a Bibione il già ricordato maestro Renzo Dall’Ara diceva che aveva incontrato dei veneti sul posto che facevano la differenza tra la residenza di chi stava “di qua o di là del Brenta”. Non frammentazioni e spaccature ma varietà di ricchezze e di propensioni, di costumi e di umanità. Governare la varietà nella diversità è la sfida, ad ogni livello, comunale e internazionale. Se ci pensate diventa complicato spesso governare una assemblea di condominio, immaginarsi un paese o una regione.
In Italia siamo messi più o meno così: 25 milioni di abitanti nelle città metropolitane e gli altri 35 milioni, arrotondamento ovvio, stanno in provincia o nelle città di provincia che non sono città metropolitane. Siamo un paese a macchie di leopardo anche per la demografia, se guardi gli insediamenti metropolitani da una certa altitudine vedi che ci sono delle vere e proprie città estese che occupano e raccolgono addirittura più province e superano il confine stesso metropolitano, come ad esempio l’area urbana fiorentina e la estensione urbanizzata e antropizzata a ovest che arriva, quasi senza soluzione di continuità, fino a Pistoia. Oppure come Milano, Torino, Napoli e Roma che anche sul piano urbanistico e di agglomerati modulari rappresentano topograficamente e plasticamente l’immagine di città metropolitana e cioè, diremmo, di città di città. Una città alla seconda e forse alla terza.
In un negozio di abiti eleganti ho sentito un giorno la seguente conversazione: “Ma lei, signora, è di Luzzara?” domandò soavemente la commessa. E la signora bionda appena uscita da un salone di pettinatura e con vistosi orecchini che brillarono mentre si voltava decisamente rispose:“No no, io sono di Codisotto”. E mentre diceva Co-di-sotto sembrava dicesse Stati-Uniti-d’America, tanto era convinta che quella fosse la sua vera patria e non il comune di Luzzara di cui Co-di-sotto è pur frazione. Che poi anche usare la parola frazione non è così bello per chi sta nella frazione, “che sono io un frazionato?” direbbero i locali abitanti, bisognerebbe trasformare i nomi in borgo, ma poi diventa tutto un maxi- borgo o un mastro-borgo e quindi un maxi-ingorgo.
Allora si potrebbe introdurre “villaggio” ma non è così rappresentativo, e usare la parola “abitato” non è così facile e fa molto “scontato”. Io abito nell’abitato di San Prospero si rischia la filastrocca. C’è da lavorarci. A tal proposito ci sono in giro cartelli stradali curiosi. All’uscita dell’autostrada del Sole Anagni Fiuggi al primo agglomerato urbano che incontri e attraversi per andare verso Fiuggi ti capita la scritta “Centro abitato”. Magari voleva essere solo un avvertimento ed ha preso la forma di un nome. Altrove incontri il cartello “California”, e sei in Emilia. Va bene così. Evviva la metropoli, evviva la campagna ognuno scelga dove sta bene per la propria cuccagna, e se uno sceglie un paesino non è solo, lo scelse anche Gesù Bambino.
Fabrizio Binacchi

Forse siamo, un po’ tutti, provinciali a nostra insaputa in quanto non in grado d’intendere e di volere sin dal momento della nascita, magari già in luogo diverso da quello del concepimento (con o senza volontà delle parti), da quello in cui siamo vissuti, ed ancora dove abbiamo preso autonoma conoscenza di essere noi ripetutamente unici.