
Giovanna, una delle due segretarie che mi assistevano a Milano quando facevo il direttore del Centro di produzione radio e tv più grande d’Italia ovviamente dopo quello di Roma, più di 1200 dipendenti e 30 produzioni al giorno, mi dice: “C’è Fernanda Pivano al telefono per lei”. Giovanna era una signora che aveva parlato col mondo come storica segretaria del capo della Rai di Milano, non si impressionava per niente e con niente.
Potevano passare o bussare Fabio Fazio o Paolo Limiti, Enzo Biagi o Pippo Baudo, il presidente della Regione o il ministro di turno e lei con soave determinata dolcezza asseriva: “Vedo subito se il direttore è disponibile”. Punto. Quella volta annunciandomi la telefonata di Fernanda Pivano, la mitica Pivano, scrittrice, traduttrice, poetessa, critica letteraria e chi più ne ha più ne metta, aveva la voce quasi emozionata. Del tipo “ma allora esiste e chiama davvero, non è solo un mito”. No, no era proprio lei Fernanda Pivano e cercava il direttore della Rai di Milano ma non come tale, bensì come autore di un libretto di confessioni, un po’ in prosa e un po’ in poesia, o come direbbe un mio amico critico, in strofette a pensierini, che le era piaciuto, non certo per la sua intensità letteraria ma per la sua naturalezza e spontaneità. Butta via!
Mi aveva regalato una nota di introduzione, autorizzandomi naturalmente a pubblicarla come tale nel libretto che uscì con l’editore Diabasis col titolo di Creative Note Book e che, mi si dice, qualcuno consulta ancora per le sue potenzialità di condivisione delle emozioni. “Sono Nanda”, mi fa con la conosciuta voce piuttosto forte. “Sono Fabrizio” rispondo con un po’ di suggestione. “Cosa stai facendo” mi chiede con tono piuttosto curioso ed imperioso. Non mi pareva bello ed esaustivo dire che stavo dirigendo, dirigendo cosa poi, e allora rispondo nel modo più istituzionale: “Eh faccio il giornalista”. Due secondi di silenzio e lei “Ma cosa stai a fare il giornalista, lo fanno tutti, non perdere tempo, tu devi scrivere, scrivi, scrivi, scrivi!”, disse a tono crescente e con volume sostenuto. E io come uno scolaretto: “Sì sì continuo a scrivere cose”. Lei, Fernanda Pivano, forse già avanti con il pensiero e il ragionamento, ascoltatomi o no non importa aggiunse, “Scrivi quello che hai dentro non quello che pensi di vedere fuori, così scrivi per qualcosa”. Poi mi chiese come andava e mi salutò. Non dimenticherò mai quella telefonata, improvvisa e fulminante. “Scrivi, scrivi, scrivi, cosa stai a fare il giornalista”. Tradotto: una cosa è scrivere e una cosa è fare il giornalista. Anche se talvolta può coincidere. A volte no.
Devo la conoscenza di Fernanda Pivano alla marchesa Maria Alberta Viviani Corradi Cervi, che conobbi a Milano alla fine degli anni Novanta, donna di cultura e di stile, e allo scrittore Arnoldo Mosca Mondadori, figlio di PaoloMosca. Mi dissero: portiamo le tue poesie e i tuoi racconti alla Pivano, vediamo cosa dice. Se va bene ti scrive qualcosa, se va male, e va “ben insci”, tradotto dal milanese va bene lo stesso.
Quel giorno era come se mi aspettassi la febbre. Una telefonata per dirmi: guarda la Pivano ha stracciato i fogli, ci ha cacciato. E invece mi chiamano e mi dicono: “Ha cominciato a leggere i tuoi testi e ha cominciato a sorridere e poi anche a sorridere più largamente, quasi a ridere di stupore. Ero contento come una Pasqua. Tengo il suo manoscritto, con la sua calligrafia decisa, come uno dei regali più belli della vita.
“Domanda ancestrale, quella di chiedersi che cosa ci spinga a scrivere poesia: domanda senza risposta, patetica, che ci denuda anche se resta senza risposta. A volte, di rado, la risposta c’e’. Per esempio Fabrizio Binacchi scrive poesia perche’ spera, o si illude, o sogna di indurre altri, che sicuramente sono divorati in segreto dalle emozioni ma le nascondono sotto la maschera del pudore, o della paura, o della presunzione, a liberarsi della maschera e mostrare la loro fragilita’.
E’ come se Fabrizio Binacchi facesse una AA alcoholics della poesia: “io mi confesso perche’ tu ti confessi”. Se non ti confessi peggio per te, ma anche peggio per noi privati di un’ esperienza, una passione, un dolore provato da un altro che confessandolo ci stimolerebbe a confessare i mostri e cosi’ liberarcene.
Chi lo sa se e’ questo che e’ passato per la mente di Fabrizio Binacchi; quale che sia la cosa che gli e’ passata per la mente, queste dolci, innocenti poesie le ha volute raccogliere e donare agli amici, chissa’ , come augurio per dormire meglio la notte senza l’ ossessione di pensieri, di immagini, di sensazioni represse.
O forse le sue ragioni sono meno patetiche: forse questo grande, famoso scopritore di talenti radiofonici ha sperato di trovare nuovi talenti negli amici che seguiranno il suo esempio e scriveranno tenere confessioni di ricordi amorosi, di fantasie ataviche, di nostalgie ancora tremanti.
C’e’ chi crede che solo nella sincerita’ delle confessioni si puo’ trasfigurare la realta’ com’ e’ sempre stato il dovere della poesia: qual era quello scrittore che aveva predetto che tutta la narrativa moderna sarebbe stata autobiografica?
Caro Fabrizio, anch’io credo nella sincerita’ delle confessioni, e ti ringrazio per questo tuo bloc notes generoso che forse darà coraggio, come tu speri,a qualche anima incerta.
Quando mi dicono: ma hai fatto anche un libro di poesie, ho visto in rete. Io rispondo, sì ma grazie a Fernanda Pivano sennò sarebbe ancora nel cassetto.
Fabrizio Binacchi

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