Portava un berretto grigio scuro con zappetta elegante, ovviamente da Preside. Con la P maiuscola. Lo prendiamo ad esempio, dei licei di Veneto e Toscana delle scuole di tutt’Italia, di quando il preside era il Preside. Il preside dei presidi, per noi, era lo storico e mitico professor Giovanni Poltronieri, alla guida dell’altrettanto storico e mitico Liceo Scientifico “Belfiore”. Correvano, eh se correvano, gli anni Settanta, anche a Mantova, anche nel Mantovano, come a Firenze come nel Mugello. Vi ricordate il vostro Preside? Io.noi sì, eccome! Il Preside Poltronieri costituiva il “punto fermo”, il “caposaldo” dell’istruzione, dell’educazione, della formazione nella città di Virgilio e dei Gonzaga, e naturalmente dei Martiri di Belfiore, cui -e dico cui- l’istituto era ed è intitolato. Portamento da generale e timbro di voce da studioso, ti fissava con quegli occhi sottili e sembrava già sfidarti senza aprir bocca.
Credo che al liceo scientifico “Belfiore” e in tutta la provincia sia stato un monumento scolastico e filosofico e uno spauracchio per intere generazioni di studenti e anche di professori. Attenzione arriva il Preside, con la P più maiuscola possibile, e tra docenti e discenti era in voga il nomignolo affettuoso di “Lippo”. Attenzione arriva il “Lippo” e questa parolina era accompagnata da un sibilante “mh” e da un sussiegoso “sstt”. Si faceva silenzio intorno, e c’era chi si metteva sull’attenti, tra docenti e studenti.
Visitava le classi a sorpresa, fissava chi a destra chi a sinistra e anche al centro, si soffermava su quelli dell’ultima fila, notoriamente logisticamente ribelli. Forse. Luogo comune o luogo popolare. Il Professor Poltronieri si informava dell’avanzamento del programma e dello stato dello studio della letteratura e della filosofia. Nella mia classe del triennio eravamo in tre file. Io stavo nella prima in direzione porta, tra Liano e Stefano, campioni di matematica e di filosofia.
Eravamo 13 maschi e 5 femmine. Le cinque compagne erano tra loro vicine dislocate a isola: le tre di Pegognaga e le due di Suzzara. Eccole, ricordo anche col grembiule nero: Antonella, Elsa Patrizia, Manuela e Paola. Tutte studiosissime naturalmente, tutte, dicevamo tutti, più intelligenti di noi maschi. E prendevano appunti con bella calligrafia, talché era anche comodo copiare e ricopiare. Paola mi passi gli appunti? Elsa mi passi le domande? Che vita la vita al “Belfiore”. Ah, ma voi siete del “Belfiore”!, ci guardavano in corriera come fossimo di un altro mondo. Come va col vostro Preside? La fama del Professor Poltronieri era tracimante. Preside da una vita, lui era la scuola, lui era il liceo. Un giorno entrò in classe mentre faceva latino la professoressa Paola Quarantini, in cattedra su una specie di palchetto in legno, si era ancora al biennio, e se non ricordo male nel palazzo verde dell’ex Finanza di Suzzara.
La professoressa scattò in piedi come un ufficiale in rassegna. Noi ci alzammo all’unisono con l’immancabile sottofondo di seggiole di scuola che scivolano su un pavimento incolpevole. E lui diceva a tutti “comodi-comodi”, ci aspettavamo domande e invece spesso ci raccontava alcune sue passioni filosofiche, letture recenti o giovanili, concetti di logica pedagogica e citazioni di romanzi. Una lezione nella lezione. Un Preside che incuteva timore ma anche grande suggestione, e perché no?, anche amore, passione, dedizione, aspirazione. Si diceva che a Mantova, sede centrale del “Belfiore”, si occupasse praticamente di tutto, sorvegliava gli ingressi, guardava l’abbigliamento, controllava gli orari delle assemblee e delle durate delle escursioni o dei laboratori, guardava cosa venisse attaccato in bacheca e scambiava parole qua e là, prima di dar corso alla giornata da preside tra incontri, collegi, telefonate, riunioni e verbali.
Vita piena da Preside. Sentiva il totale valore della responsabilità di Capo di Istituto e la svolgeva con umanità, in fondo, e con solennità. C’era un’aura dei gesti, si direbbe una semiotica della gestione, oltreché una raffinata gestione della semiotica. Che allora non sapevamo neanche cosa volesse dire, perfettamente.
Il “Lippo” faceva trasferte anche nelle sedi staccate del “Belfiore” tra cui quella di Suzzara, dislocata durante il mio quinquennio, prima nel palazzo dell’ex Finanza zona Stazione Ferroviaria e poi in quello che venne definito il “Conventino” in viale Virgilio, quell’edificio quadrato e squadrato di due piani con mura spesse e atmosfera da convento, appunto. Arrivammo nella nuova sede staccata in terza e ci piaceva questa inaugurazione del triennio nelle aule nuove-nuovissime al profumo di calce e imbiancatura fresca.
Era bello il bianco palazzo, era bello il vialetto di ingresso con quel cancello liberty e molto cortile di casa, la siepe di piante e le due finestre di facciata, una della stanza della bidella, che era la vera badessa del Conventino, sempre in grembiule nero e gran custode degli orari e del telefono, e dall’altro lato, la finestra di una classe, dove c’era quella ragazza bionda così carina coi riccioli d’oro, e in mezzo al corridoio servizi e scale e in fondo l’aula di quinta e di fronte l’aula professori. Sopra al primo piano le altre tre classi. Che ricordi geometrici eh?!
Una sezione, e basta. Non c’era bisogno di scomodare, allora, altre lettere dell’alfabeto e non era nemmen necessaria la A. Docenti storici ed epici di quel periodo e anche dopo naturalmente: il prof. Mauro Lasagna di lettere che fu anche delegato di Presidenza, la professoressa Celestina Bandioli Mazzocchi di matematica e fisica, e poi le professoresse Bisi di filosofia che andavamo a trovare anche a Dragoncello, De Luca di francese, Pizzamiglio di chimica, don Boselli di religione, eh don Lino, conversazioni di umanità.
Quando arrivava il Preside eravamo tutti nella stessa barca, docenti e studenti, delegati e deleganti, eleganti e sportivi, capelloni e lodenati, paninari e biscottari, eschimati e cravattati, il “Lippo” ci perequava e ci spronava nell’avventura più importante della vita: capire il mondo. E per capire il mondo bisogna conoscerlo, e per conoscerlo bisogna studiare. Al liceo, al lavoro, allora, come ora, come domani.
Fabrizio Binacchi

Concordo.
Il “mio” Preside si chiamava Bottai, sì proprio Bottai, parente del noto ministro e conservo ricordi simili. Poi è venuta la valanga di burocrazia e ipocrisia…
Vorrei applaudire! Sì, applaudire. E dire che quella era la scuola. Era ancora la scuola – non so se Binacchi sia d’accordo – nata dalla riforma Gentile.