La classe dirigente è quella “roba” che la senti alla prima frase. Dalle prime parole avverti, percepisci e capisci se è di classe e se è dirigente. La classe dirigente non è quella che racconta per venti minuti i problemi della propria azienda, della propria amministrazione, della propria scuola, del proprio ospedale, della propria associazione, del proprio gruppo come se fosse un visiting professor, come se fosse uno spettatore di sé stesso. Più che divergenza saremmo in presenza di una larvata schizzo.
Diceva, in forma colorita, un collega milanese: siamo anche stanchi di sentire come va il mondo da presunti esperti che non vivono nel mondo e magari hanno letto malamente tre teorie e tre nozioni sui Bigini.
Possiamo chiederci: la classe dirigente va e andrà in paradiso? Quale classe dirigente merita il paradiso e quale l’inferno? Siamo nell’immaginario ovviamente, certo in molti si rischia perlomeno il purgatorio. Non ci siamo mai stati, per ora, ma probabilmente in cielo c’è un’altra classe dirigente, con sistemi di gestione e percorsi di gratifiche non omologabili ai nostri terreni.
Ritornando da noi qui, più o meno consapevolmente terrenamente viventi, possiamo convenire che la “classe dirigente”, nel senso teorico e pratico della funzione, puoi anche impararla. Ma devi essere un po’ predisposto, di base, e un po’ divergente di sostanza e non solo di forma.
Non basta aver letto, magari anche attentamente Joy Paul Guilford o Howard Gardner, e compagnia laterale bella, ma devi praticare. La classe dirigente va esercitata non solo declamata. Occorre esercitare il senso critico e raccontare con lealtà e non solo con realtà. Lealtà è il gradino sopra la realtà: leale è la classe dirigente che sa riconoscere se ha fatto abbastanza per cambiare, per adeguare, per rispondere. Conoscenza, formazione e relazione fanno molto, ma in quarant’anni di ruoli vari, posso precisare che il dirigente lo vedi subito dal senso di responsabilità che mette in campo e dalla sensibilità di cui è dotato. Nella mia quasi quarantennale esperienza di lavori, da dipendente e da dirigente, da precario e da collaboratore, da consulente e da capo di qualcosa, ho visto eleganti manager al fumo di Londra e più ruspanti capi che senza troppe moine portavano a casa prodotto e rapporti. Il mondo è bello perché è vario. Anche quello della dirigenza di classe. E non basta avere un contratto da dirigente per essere classe dirigente
Non basta la rel-azione, occorre l’azione. La “vera” classe dirigente dopo aver raccontato quello che non funziona dice anche quello che ha fatto, sta facendo e farà per fare funzionare quello che non funziona. Nella testa e nelle braccia, nella gestione e nella digestione. Togliamo vera. La classe dirigente che dice solo quello che devono fare gli altri non è classe dirigente e, come evidente, non è di classe. Ad esempio le code per i tamponi non si potevano evitare? Ad esempio il caro mascherine FFP” non si poteva evitare? C’è qualcuno che non ha fatto il dirigente?
La classe dirigente non ha bisogno di parole, più o meno vuote, per raccontare quel che fa, ma si narra dirigendo, facendo, costruendo o demolendo.
Si narra dai risultati: prodotti gradevoli, servizi efficienti, studenti istruiti, nonni accuditi, clienti partecipi, bambini sereni, auto puntuali, treni puliti, ascensori comodi, e via elencando.
La classe dirigente si narra anticipando la soluzione non rincorrendo il problema. Se la classe dirigente non è la soluzione è IL PROBLEMA. E se sei il problema o cambi subito o ti togli di mezzo. Per il bene di tutti e anche della classe dirigente.
Quella che ci prova tutti i giorni ad essere dirigente e di classe.
Fabrizio Binacchi

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