
In certi collegi si osservavano due ore di silenzio, al mattino e al pomeriggio sotto sera. Al campo scuola di Sant’Antonio di Mavignola si faceva mezzora di silenzio nel bosco vicino alla casa delle vacanze, e ci sembrava di respirare di più e meglio. Si sentiva il rumore delle foglie e anche quello quasi impercettibile dei rami. Oltre la grande porta a vetrata di una magnifica biblioteca di Bologna c’è un cartello con la scritta “Clausura” e si avverte un silenzio profondo, qualcuno direbbe si ode un silenzio assordante. Elogio del silenzio che non è solo assenza di rumore o di brusìo, ma senso di pieno e di assoluto. Tempo fa a Parigi entrai in Notre Dame e si sentiva una voce dall’alto che diceva “Silence, s’il vous plaît”. “Silenzio, per favore”.
Il vocìo diffuso e i rumori di passi continuavano ma quel “silence” che si propagava tra volte e navate aveva un suo perché. È sacrosanto e normale imparare a parlare. Ma è altrettanto sacrosanto e direi importante imparare a tacere, non come atto di autocensura ma come scelta di saggezza esistenziale. Non è bello replicare subito ad una invettiva perché sei ancora scosso e non sai bene quali parole possono uscire. E il “bel tacer” dopo una provocazione, anche spigolosa e puntuta, può essere una risposta disarmante. E quindi saggia.
È il caso di imparare a tacere per parlare quando è ora, quando la parola non sarà scontata ma croccante, indelebile, memorabile. Ho scoperto che ci sono anche corsi per addetti e addette alle pubbliche relazioni o a persone che si impegnano nelle relazioni diplomatiche e istituzionali, corsi avanzati e seminari al davanzale. Qualcuno ha fatto affari nel settore.
“Ci vogliono due anni per imparare a parlare e cinquanta per imparare a tacere”, diceva e scriveva l’indimenticabile Eduardo de Crescenzo. Diritto di parola e diritto di silenzio. Il silenzio è ancor più diretto della parola. Il silenzio è anche un diritto. È anche un dovere. Se il silenzio è poi accompagnato da uno sguardo che parla possiamo ben dire che il silenzio parla due volte.
Manzoni, per dirne uno, fa parlare e tacere i suoi eroi e anti-eroi con una perizia esemplare e di solito, per Manzoni, chi parla tanto lo fa a sproposito. Vedasi il povero Renzo, la Perpetua e Tonio se non ricordo male. Parlano “il giusto” invece fra Cristoforo, donna Prassede e ovviamente il Cardinale. Anche nella vita quotidiana può capitare di parlare quando non si dovrebbe: al lavoro e in famiglia, in Parlamento come in chiesa, in ospedale come alla televisione. E il problema non è tanto il parlar troppo ma il parlar vuoto e pure accavallato. Accavallare il vuoto, cioè accatastare parole vuote, è davvero un’impresa dura ma talora ci si riesce.
Il silenzio non è un vuoto ma è uno spazio pieno di risposte come ci hanno raccontato e trasmesso tanti scrittori e filosofi, pensatori e cantanti, menestrelli e poeti. E anche lo zio Arnaldo, non da Brescia, ma da San Prospero, che fin da piccolo quando in giro per casa o per il cortile aleggiava della collera, mi guardava e mi sussurrava “ssst”, e ci si calmava un po’ tutti. Anche le galline non facevano più coccodè e stavano zitte per un po’.
Se si riesce a tacere si evitano discussioni inutili. Mica poco come risultato. Quanto tempo perdiamo, quanta energia buttiamo, quanta gola sfruttiamo in discussioni senza costrutto, senza obiettivo finale e concreto, quindi senza senso.?! Non si possono eliminare tutte le cose senza senso della vita ma ridurle un po’ non farebbe male. Siamo nel mese del Natale, che è il tempo della luce e delle stelle che fanno più luce delle altre: i pastori vivono la luce delle stelle, i magi sono arrivati un po’ dopo, sempre seguendo una luce nel cielo. E va bene.
Dicembre è anche il mese dei suoni e del rumore delle feste tra brindisi e campane, messaggi e viaggi, auguri sussurrati e slogan urlati: non sarebbe male alternare la parola urlata al silenzio riflettente. Mi raccontava monsignor Egidio Faglioni, attuale parroco di Asola, che papa Paolo VI, incontrando giovani sacerdoti e seminaristi, talora chiedesse “Ma tu fai silenzio?”. Una domanda pesante, una questione profonda.
Quante volte potremmo parlare solo col silenzio!!! Provando a casa, in ufficio, in macchina, al cinema, sotto un portico, a cena con i colleghi, in un negozio con sconosciuti, a passeggio con i tuoi e a Natale con chi vuoi. Potremmo scoprire che il silenzio e il tacere cambiano, trasformano, trasmutano il posto e l’atmosfera. Come in convento, come in collegio, come sotto il manto di stelle una notte di Ferragosto al passo della Cisa. Si smonterebbero montagne di problemi e si risolverebbero quasi in automatico questioni intricate e gigantesche.
Perché poi il tacere e il conseguente silenzio comportano “bella figura” anche a chi non ha niente da dire e vorrebbe parlare lo stesso. Ci insegna molto, a tal proposito, l’Abate Dinouart nel suo “L’arte di tacere”, che tengo sul mio tavolo come riferimento e monito, pronto all’uso e pronto alla consultazione. L’opera apparsa per la prima volta nel 1771 e da allora continuamente ristampata ci invita ad un capovolgimento prospettico della comunicazione. Tacere per parlare in forma più incisiva. “E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio”, sentenzia Joseph Dinouart.
Non un invito al mutismo da circo, o al pur utile religioso silenzio, come i fioretti dopo il catechismo, ma una vera e propria strategia, un’arte di praticare il tacere come continenza della parola verbale e scritta, orale e letta. Vi pare poco?! Dice l’Abate Dinouart. “Il silenzio è necessario in molte occasioni ma bisogna sempre essere sinceri: è possibile tenere per sé certi pensieri, ma non fingerli. Esistono delle maniere di tacere senza chiudere il proprio cuore, di essere discreto senza essere cupo e taciturno, di nascondere alcune verità senza coprirle con menzogne”.
E a proposito di menzogne appuntamento alla prossima puntata. Perché dicono gli esperti c’è bugia e bugia. Parola del week end, o meglio del fine settimana: continenza.
Fabrizio Binacchi

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