Quanta sicurezza ci può dare una capanna?! Anche soltanto l’immagine della capanna, in montagna o in riva al mare, innevata o sotto il sole cocente dei tropici, ci infonde sicurezza, benessere, rifugio, calore. La capanna è il simbolo di queste feste di fine anno, simbolo del Natale, immagine di affetto. Simbolo d’amore. Il profilo grafico stesso della “ricerca d’amore”.
Due cuori e una capanna sono le parole chiave che possono diventare il programma di una vita, il quadro di un amore, la svolta di una scelta. La capanna e i cuori che ci stanno dentro e fuori sono l’immagine stilizzata e potente della nostra eterna e continua ricerca di affetto e di amore. Non sono la stessa cosa ma si intersecano. Esserne consapevoli e ricordarcelo ogni tanto, e magari di questi tempi, non fa male. Rossella Falk nella straordinaria interpretazione de “La bugiarda” di Diego Fabbri avrebbe sentenziato: “Capàcitàtenè”. Meraviglia.
Eh, lo so, a volte in una parola c’è tutto. E la parola ci riassume tutte le emozioni e le risposte del momento. Cerchiamo una capanna più o meno grande per tutta la vita, come loro Maria e Giuseppe, che sono diventati il simbolo di quella ricerca e di quel calore, costruito con l’aiuto di un bue, un asino e un po’ di pastori. A proposito: i pastori, gente semplice, che dormiva sotto la coperta delle stelle e che guardava le stelle per capire che cosa accadesse. I pastori sono arrivati subito, hanno visto subito, hanno capito subito. I saggi mantellati, sapienti e ricchi, sono arrivati dopo. C’è calore per tutti, c’è affetto per tutti ma c’è chi se ne accorge prima, c’è chi lo sente subito sulla pelle, sulla faccia, c’è chi ha occhi per vedere, molto prima, una capanna che ancora non c’è. Chiari misteri del Natale.
Cerchiamo e facciamo capanne ovunque anche se i cuori non ci sono. Facciamo capanne complicate e i cuori scappano. Facciamo capanne automatiche e i cuori rimangono imbrigliati. Abitiamo capanne domotiche e robotiche e basta uno sbalzo di corrente e non facciamo più niente. E allora pensiamo al bue e all’asinello che non avevano bisogno di corrente elettrica e che traspiravano calore, magari odoroso, e pur sempre calore. Scusate l’ardire del ricordo. Ma anche noi, soltanto pochi decenni fa, usavamo il calore delle mucche per asciugare indumenti e bucato nelle stalle d’inverno. Non c’è vergogna sociale che tenga nel confronto con la realtà dei fatti. La stalla è stata la capanna dell’affetto e del calore fino a metà del secolo scorso per generazioni di contadini, massaie, agricoltori e mezzadri e relative famiglie.
Due o dieci cuori e una capanna da condividere con mucche e vitelli, col toro in cima alla corsia e in fondo i vitellini, ultimi nati, che spargevano odore intenso di latte, col muso rosa al latte. È una capanna, per uno o due cuori, anche un loft da duecento metri sulla Quinta Strada a New York, è una capanna anche il rifugio essenziale su una barca attraccata davanti al ponte dell’Alma sulla Senna o un barcone sul Tevere, vicino a ponte Sant’Angelo.
Sono capanne le cabine in spiaggia, come le capanne in riva al lago di Mantova. Sono capanne le tende di un capeggio o di un campo scout, e sono capanne i ritrovi sul Lungarno a Firenze come altrove. È una capanna anche un capanno estivo sul Po ed è una capanna la carrozza trainata dai cavalli un tempo e come la roulotte adesso che ci porta in giro per vacanze cosiddette “per strada”, on the road.
È una capanna anche la chiesa fatta di mura e cappelle, è una capanna -se ci pensate- la stessa cappella, è una capanna la chiesa fatta di persone, ma anche un’associazione con o senza scopo di lucro. Senso d’unione. Il letto è una capanna, come la cucina, è una capanna il cimitero, è una capanna il computer, è una capanna anche la televisione e uno studio televisivo in cui ci rifugiamo per trovare nuovo affetto o nuovi difetti. È una capanna il teatro dove andiamo a cercare somiglianze con gli affetti perduti o ritrovati, è una capanna il cinema dove riviviamo gli affetti altrui e in fondo gli stessi nostri, che forse avevamo accantonato.
È una capanna questa tastiera, dove i tasti suonano parole che speriamo generino calore e affetto in giro per la rete o per la casa. Si fa presto a dire capanna! Capanna può essere anche un partito, un sindacato, un club, un ordine di appartenenza, capanna è una condivisione di capanne ma non sempre di campane. La campana rintocca, la capanna riscalda. La campana commuove, la capanna raccoglie.
Se ci pensiamo, la capanna raccoglie -come simbolo di risposte- pressoché tutti i bisogni che Maslow ha individuato nella sua nota piramide: dal bisogno della sicurezza e dell’alimentazione, a quello dell’amore, della stima e della realizzazione del sé. Chi da piccola o da piccolo non si è fatto una capanna con i cartoni lasciati liberi dai genitori, in garage o nello scantinato? Con le finestrelle piccole tagliate alla bell’e meglio, con la porticina in cui si entrava solo a gattoni? Chi non ha sognato una capanna sotto un albero o sopra un albero tra i rami? Hanno fatto anche tanti film e tati quadri mentali o pittorici su questo “bene rifugio”.
Ci sono in giro per le Dolomiti capanne tra i rami, vendute come lussuose camere d’albergo con vista sui prati innevati, o cubi di vetro vicino a un lago. Il divano è una capanna, lo scrittoio è una capanna, la propria penna stilografica con cui ti senti bene a scrivere, può essere una capanna, gli occhi delle persone che ti vogliono bene sono una capanna, ma anche di quelli che non vogliono niente. Il muso del tuo micio è una capanna, anche gli occhioni del cane che ti annusa i polpacci sono una capanna. Il cono di una luce soffusa è una capanna.
Si fa presto a dire “due cuori e una capanna” ma -se ci pensi un attimo- lì in mezzo c’è il mondo. Una grande capanna. Un capannone questo mondo, con travi pericolanti, qua e là.
Fabrizio Binacchi

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