Forse non tutti sanno che nel corso dei secoli l’attuale e storica via dei Calaziuoli nel centro di Firenze (che più centro non so può) la via che collega il Duomo a Palazzo Vecchio, e cioè il potere religioso e il potere politico anche nei secoli passati, la via dei negozi e del passeggio, quando si può e si potrà del tutto, un tempo non era grande come adesso ma era costituita da più piccoli segmenti, dicono le cronache.
In questi segmenti si erano alternati i nomi di Cacioli, venditori di formaggi, via de’ Banderai, via de’ Farsettai, via de’ Bonaguisi, famiglia mercantile. Farsettai colpisce. C’era un segmento di via a Firenze dedicata ai cucitori e produttori di farsetto, ovvero quel giubbetti da uomo con o senza maniche spesso imbottiti di ovatta indossati perlopiù da umile popolo. Mica male come esempio. Via dei Farsettai è musica.
Tante città hanno vie dedicate e intitolate ai mestieri e alle professioni, a Firenze ovviamente è successo prima per vocazione e sensibilità ed esibizione di potere di questa e quella corporazione. Ebbene questo esempio viene a pennello quando si pensa all’importanza del lavoro, dei mestieri, delle professioni e alla necessità economica e morale di trasmettere valori e conoscenza. E viene in mente in queste ore in cui si celebra o si è celebrato da poco il valore del lavoro che c’è una associazione che promuove tutto ciò: i Maestri del lavoro.
Tu dici “Maestri del lavoro” e pensi immediatamente ad una delle esperienze più belle di vita e di comunicazione. La storica e sempre attuale attività dei Maestri del lavoro della nostra provincia è un patrimonio da scoprire e da valorizzare. Non foss’altro per quella iniziativa benemerita e unica nel suo genere che porta in molte scuole medie uno o due maestri a spiegare cos’è il lavoro. E il suo valore non solo economico ma anche sociale ed umano. Ho incontrato Enos Gandolfi, una vita di lavoro in una azienda di produzione meccanica e tecnologica, e per sei anni Console provinciale per Maestri del Lavoro nella terra ei Gonzaga e di Virgilio. Mi ha spiegato e fatto capire come sia importante trasmettere non solo una conoscenza, ma gli esempi di dedizione e di capacità. Perché i giovani hanno bisogno di modelli e testimonianza prima di decidere prima di capire cosa fare da grandi.
Sono affezionato ai Maestri del lavoro perché sono esempi di attaccamento ad un mestiere, ad una professione, ad un lavoro più o meno pubblico, più o meno nascosto, più o meno conosciuto, un lavoro che ha accompagnato la vita. Quella cosiddetta attiva e quella apparentemente di pensione. E sono stra attivi anche dopo la fascia considerata di sevizio Sono donne e uomini per bene, persone generose, che ti parlano con lo sguardo, che trasmettono voglia di fare e di insegnare. Ma non per dire quanto eravamo bravi noi, no, no per dire quanto possono essere brave le ragazze e bravi i ragazzi che escono dalle scuole, da tutte le scuole e capire quale può essere il loro futuro nel mondo del lavoro. Perché questo è il vero problema, questa è la vera sfida. Capire cosa fare da grandi, unire passione e competenza, avere informazioni ed emozioni da chi ci è già passato.
Vedi il lavoro dei Maestri nel coltivare il contatto necessario tra generazioni: i nonni che senza pretese di fare i saccenti ma con l’a forza dell’esperienza e della fatica raccontare in parole correnti (mica poco come strumento di comunicazione) cosa era e cosa può essere una vita di lavoro e un lavoro nella vita. Più di un Master con slide, ve l’assicuro. Perché passa l’umanità, viene comunicata l’emozione, ci scappa una lacrima, non manca una commozione. Ed è il suo bello.
E poi è bello veder insignire della stella i “campioni” di lavoro ancora in esercizio o e quelli che magari hanno cambiato vita ma che ricordano ogni istante del primo giorno e le soddisfazioni o le lavate di capo. “E’ il lavoro, bellezza!, si potrebbe dire mutuando una celebre frase cinematografica.
Un patrimonio da scoprire e valorizzare perché può aiutare sicuramente la crescita attraverso la conoscenza e la consapevolezza. Un incrocio di cultura.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento