L’idea di costituire una Superlega europea e’ stata considerata dai grandi club europei da anni, ma con gli ultimi due campionati senza spettatori, il progetto si e’ concretizzato …. per due giorni.
I club di vertice, per mantenere la loro posizione, sono stretti da una tenaglia: da un lato sempre piu’ maggiori costi per acquisto giocatori, stipendi ecc, dall’altro diminuzione ricavi causa Covid. La soluzione per questa crisi esistenziale non poteva che essere il modello USA dello sport professionale. Nel 2019 le 32 squadre della National Football League (NFL) americana hanno incassato 11,4 miliardi di euro mentre l’UEFA Champions League con 38 clubs 2,85 miliardi cioe’ circa un quarto. Questa differenza e’ ancora piu’ clamorosa considerato che l’audience televisiva della NFL e’ circa un decimo di quella globale che attrae la Champions League.
Il potenziale del business del calcio d’elite non e’ sfuggito alla banca d’affari JP Morgan che avrebbe anticipato subito dai 100 ai 200 milioni di euro alle 15 squadre aderenti alla Superlega. I club avrebbero cosi’ sanato i bilanci nell’immediato, mentre si sarebbero garantiti per i prossimi 30 anni una valanga di soldi vendendo all’asta i diritti televisivi ai media global players come AmazonPrime, Disney, Netflix, Apple. Ma, come succede spesso, l’avidita’ ha accecato i proprietari dei club della Superlega. E se nel caso di quelli stranieri (americani soprattutto) era comprensibile, il comportamento di Barcellona, Juve e Real Madrid e’ stato imperdonabile. Loro dovevano sapere che una Superlega a numero chiuso non produrrebbe calcio-spettacolo, ma solo spettacolo, una esibizione dunque. La passione del calcio e’ quella che ti fa disperare quando la tua squadra perde e ti manda in estasi quando vince. I club della Superlega avrebbero anche partecipato ai rispettivi campionati nazionali, ma i risultati sarebbero stati falsati dal loro potere economico e quindi dal parco giocatori, sproporzionato rispetto al resto delle squadre che sarebbero diventate, di fatto, delle succursali delle grandi.
Apparentemente la costituzione della Superlega avrebbe seguito le leggi di mercato: si fa un prodotto di qualita’, desiderato da miliardi di persone ed accessibile a pagamento in piu’ modalita’. Quello che manca e rende tutto il progetto improponibile e’ la concorrenza.
Nello sport come nell’economia per crescere c’e’ bisogno della concorrenza, ci deve essere spazio per quello che fa un prodotto migliore, ha un organizzazione piu’ snella, porta delle innovazioni ecc. cosi’ come nel calcio l’Atalanta possa battere la Juve o l’Inter.
Il problema e’ che il modello economico della Superlega, l’oligopolio, e’ quello che si sta imponendo in settori importanti dell’economia come internet dove le FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google) non ammettono la concorrenza cosi’ comprano ed incorporano chi porta nuovi prodotti come Instagram e Twitter. Lo stesso avviene nel settore farmaceutico con le Big Pharma. Ma, mentre nel calcio abbiamo l’UEFA e la FIFA che vigilano sui valori della concorrenza, meritocrazia, equita’ delle gare, nell’economia ogni Paese fa per conto suo favorendo le multinazionali che sfruttano le differenze normative tra stati.
Il nuovo presidente USA, Biden ha dichiarato di volere una regolamentazione internazionale per le grandi multinazionali, imponendo loro di pagare tasse nei Paesi dove vendono, impedendo l’uso dei paradisi fiscali, incoraggiando e proteggendo la concorrenza per evitare regimi di monopolio. Su questa posizione e’ da tempo anche l’Unione Europea.
Se non altro, la vicenda Superlega ha avuto il merito di evidenziare le storture di mercato in alcuni settori dell’economia.
W. Lapelota

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