Si diceva, e si dice ancora, ti conosco cartolina. Per dire guarda che alla fine dei conti so chi sei e come trattarti. Anche se fai la cartolina, cioè ti rappresenti magari in forma sbarazzina. Rima non voluta e tuttavia risolutiva. Con l’aria che tira, passiamo dalle cartoline facoltative dell’estate alle mascherine obbligatorie dell’inverno. Con l’aria che tirava, riconoscevamo le vacanze di amici e parenti dalle cartoline che arrivavano e dai whatsap fotografici che arrivano adesso, con il virus -che con arretra e che muta- ci si abitua a riconoscerci d’inverno con la mascherina.
Regole di prudenza e di saggezza in vigore a Mantova come a Firenze, a Roma come a Palermo, a Bolzano come a Torino laddove l’assembramento fa rischio anche all’aperto, anche in piazza, anche in strada.
Stagioni che passano, abitudini che rimangono, regole di moda e di buona creanza che non tramontano e norme di sicurezza che ci aiutano a continuare a vivere più socialmente possibile. Va così, di questi tempi. Tra sciarpa occhiali, cuffia e mascherina sotto Natale è già tanto che facciamo vedere le pupille. Talora fisse, talora roteanti.
Tocca anche battere sbattere le palpebre perché non sempre hai le mani sufficientemente igienizzate per, come di dice, strofinare gli occhi. In versione quasi palombaro ci spostiamo tra una bottega e l’altra, deambuliamo cercando qualche area di sosta pedonale nei lunghi corridoi dei centri commerciali tra sfavillanti luminarie e colpi improvvisi di aria calda o fredda sotto la bocca della verità climatizzata. “Ciao anche tu qui oggi? Hai visto quanta gente?”
E l’amico, o quello che tu pensavi amico o conoscente, non risponde perché non lo è. E’ un altro, mascherato e imbacuccato, confuso con il Piero. “Ah scusi, l’ho scambiata per un altro”. Va spesso così, di questi tempi. L’altro giorno ad un raduno annuale di colleghi economici mi sono profuso in complimenti e auguri verso un collega mascherinato, che mi ha pure ringraziato e di molto ossequiato. Appena seduti e appena tolte le mascherine abbiamo capito reciprocamente che ci eravamo soavemente sbagliati. Ma non fa niente. Siamo diventati ancora più amici.
Non facciamo le cartoline quando non è proprio il caso e mettiamo queste mascherine per noi e per gli altri. A onor del vero (chiedo perdono per la frase fatta, e un po’ stereotipo “a onor del vero”, ma talvolta ci sta) quella delle mascherine è stata una vicenda da romanzo giallo.
A inizio pandemia, ce lo ricordiamo tutti, qualcuno diceva che la mascherina non era così necessaria. Perché? Perché probabilmente ce n’erano poche e le dovevano dare al personale sanitario? Perché non ce n’erano a sufficienza per tutti gli ammalati e i potenziali malati? Fatto sta che all’inizio tardo invernale della pandemia la linea politica sulla mascherina non era così chiara. Adesso che lo è diventata e che ci sono mascherine per tutti e per tutte le mode facciamo che ci mettiamo il cuore in pace e per qualche mese rinunciamo a far vedere i nostri nasi, le nostre bocche, il nostro mento. Lasciamo immaginare la parte migliore di noi. Puntiamo sugli occhi.
Abituiamo gli occhi a parlare come se si vedesse la bocca. Mi pare un buon esercizio. Gli occhi parlano, eccome. Certo le abitudini sono difficilmente cambiabili in un batter d’occhio. Ci sono persone che portano regolarmente la mascherina poi incontrano un conoscente che non vedevano da mesi o anni e quando si avvicinano, invece di rinforzare la mascherina sul naso e sotto il mento, se la tolgono o se l’abbassano per salutare meglio il conoscente quasi sconosciuto. Dovremmo imparare che si può salutare con deferenza anche a un metro con un gesto elegante della mano senza toccare l’interlocutore.
Mascherine di Natale. Potremmo quasi quasi anticipare il carnevale. Anche perché come tutti sappiamo abbiamo una mascherina per ogni occasione: quella azzurra, bianca o verde per le uscite di lavoro e di normale attività, poi spuntano tra le chirurgiche e le ffp2 quelle colorate e a motivo personale con volti di bambini, disegni animati, cani amati e gatti molto ammirati.
Quando tutto ciò serve per portare meglio la mascherina ben venga l’alimentazione di moda all’indumento protettivo. Evviva la mascherina che ci protegge e ci consente conoscenze mirate e conoscenze ineguagliate. Devi stare attenta e attento a particolari a cui prima non davi importanza. E c’è una sua rilevanza in ogni dettaglio tanto che puoi ricordare elementi del corso di antropologia criminale oppure semplicemente rivedere qualche puntata dell’inossidabile Soliti Ignoti, quando mezza Italia è incollata lì a cercare di scoprire di chi è parente il nuovo arrivato rispetto agli otto già intervistati e prima già magari classificati.
Guarda l’orecchio, guarda l’occhio, guarda la postura, guarda l’angolatura. Con la mascherina di Natale e l’abbigliamento invernale devi indovinare se è un amico, un parente o una semplice apparenza dagli occhi e dal setto nasale. Devi quasi sperare che la mascherina arrivi sulla punta del naso per capire meglio dalla diagonale medesima se ci sono elementi di riconoscibilità o ti devi buttare e vedi come va. “Ciao Angela, hai cambiato orario qui dal fornaio?” “Ehi, Maria sei stata anche tu dalla parrucchiera nuova?” Vedi, questa volta è andata bene ed ha aiutato il posto frequentato.
Aiuta molto anche la voce naturalmente, sperando che l’interlocutore e l’interlocutrice risponda adeguatamente, introducendo sonorità e timbro, tono e volume, il sussurro spesso non vale. Viva le mascherine di Natale che possono diventare anche un regalo per le feste, visto che da qui alla fine del mese in tutte le città saranno in vigore le mascherine obbligatorie in certa fascia e in certi luoghi dell’aggregazione e della concentrazione della gente. Concentriamoci con prudenza.
Faabrizio Binacchi

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