Dai, quest’anno giro in Carnia, ho voglia di rivedere luoghi che mi ricordano bellezza e verità, forza e tenerezza. Non è programmato un posto, vado e cerco quello che mi piace, quello che la giornata offre. Va così. Ho una grande nostalgia di Udine e trovo una stanza lì, il destino mi aiuta. Si pone una scelta per l’escursione del giorno e non ho dubbi, si va verso Ampezzo, non Cortina, Ampezzo della Carnia, e poi si prosegue per Sauris, lampi di viaggi passati, sapori di cuore, dissolvenze di colori antichi e sempre nuovi.
Arrivo ad Ampezzo e mi sembra di stare a casa. La piazza della chiesa pur piccola è accogliente come un salotto, il campanile sembra un mobile conosciuto e i residenti e i turisti sembrano parenti. La ragazza del bar mi sorride come se mi avesse sempre conosciuto e mi propone un dolce col cappuccino che desideravo. Una nonna attraversa la strada e mi saluta come se fossi un abitante, chissà per chi mi ha preso. Mandi.
Casi della vita e coincidenze, e non sono luoghi comuni. Fatti della vita, come l’indovinata testata del “il Giorno” che non chiamava cronaca nera o avvenimenti le sue pagine ma proprio “fatti vita”. Ampezzo mi ispira umanità e inclusione, emozione e ricordi. Ricordo che qui è sepolto il primo direttore della Tgr Leonardo Valente e mio grande maestro di professione e di vita. Con lui rifondammo edizioni e rubriche, con lui inventammo spazi e programmi, devo a lui il varo di Italia Agricoltura, primi anni Novanta, prima trasmissione nazionale sulle agricolture regionali su Rai3. Non posso stare ad Ampezzo, non Cortina, senza andare a salutarlo. Chiedo: il cimitero? “E’ a un chilometro e mezzo,” mi risponde un signore con baffi e camicia amaranto davanti alla farmacia, mentre suona mezzogiorno. Siamo in montagna ma il sole scotta. Cerco il cimitero. E’ fuori paese, in mezzo alla campagna, a mezza costa, su una parallela della provinciale. Si raggiunge attraverso un piccolo viale alberato che sembra una galleria. Una signora anziana sta chiudendo il cancello di ferro, ma non a chiave. Entro.
Non so dov’è la tomba ma comincio a cercare. Con metodo e regolarità. Saranno trecento tombe a terra e cinquecento tombe cosiddette a forno. Scorgo cognomi ripetuti, mi fermo su lapidi di anziani e di giovani, chissà che vite, quante vicende in pochi metri. Poi passo nell’altro quadrante e ricomincio a cercare, ho adottato un metodo iniziale del nome e del cognome. Sto per cedere e mi rimangono solo le tombe di famiglia in fondo, verso il muro di cinta posteriore. Vedo una foto con un sorriso leggero, vedo la V di Valente. Coincidenze, casi della vita. E’ la sua tomba, stavo per cedere e invece cedo alla commozione e a una preghiera. Ciao Leonardo. Grazie per questa sorpresa.
Cammino per Bologna per accompagnare un collega in banca e penso a una amica del ramo pubblicità che non vedo da tempo. Alzo gli occhi e la seduta al bar a prendere un caffè. Strane sensazioni di destino vicino. Anni prima in Piazza Navona a Roma, mezzanotte passata, uno strillone mi vende un giornale nel quale c’era un inatteso pezzo su di me. Coincidenze.
Nell’estate del tutto esaurito al mare e anche in montagna, tranne alcune stanze a 353 euro a notte, mi capita di cercare una stanza al mare per un impegno improvviso. Sui siti di prenotazione, neanche a parlarne, tutto esaurito. Faccio qualche telefonata e mi sento rispondere che fino a fine mese non hanno un letto. Penso ai fortunati che hanno il camper e possono andare dove vogliono e quando vogliono. Anche se in realtà non è proprio così. Non demordo e incrocio date e luoghi vicini, il sistema del “non trovo nulla” ha uno spiraglio. Il sistema, cambiando qualche parametro, improvvisamente mi offre un albergo a tre stelle, va benissimo, non proprio vicino al luogo dell’evento ma con una bella piscina, e soprattutto col nome di mia zia. Una zia carissima che mi raccontava da piccolo tante storie di campagna. Non ci penso un attimo e clicco la stanza, sei mia, con il nome di mia zia è sicuramente un segno. E non è un luogo comune. Farsi guidare dal naso del destino può essere un bell’esercizio di vita.
Fabrizio Binacchi

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