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In occidente non si taglino le radici

di Raffaello Morelli | 8 Giugno 2024
La sede della Corte penale internazionale

La sentenza emanata venerdì 24 maggio dalla Corte Internazionale dell’Aja chiude il cerchio aperto lunedì 20 maggio dall’annuncio della Corte Penale Internazionale sempre all’Aja. Precisamente, il cerchio degli organismi elitari non eletti da nessuno, i quali però si sono assegnati il ruolo di dirigere il mondo nel nome di un diritto internazionale anch’esso mai votato dai cittadini e nel migliore dei casi frutto di accordi tra stati, magari non pochi, però ben lungi dall’essere tutti.

 Le immediate conseguenze pratiche di questi due atti probabilmente saranno pressoché nulle. Ma sono molto rilevanti le conseguenze politico culturali. Danno la dimostrazione certa che in svariati ambiti – pur senza l’influenza del disagio socio economico – è normale  rifiutare il criterio delle libertà individuali, quello su cui si è consolidato al passar del tempo il sistema occidentale di convivere. Perciò due atti potenzialmente assai negativi quanto a conseguenze sulla mentalità civile.

Per illustrare in cosa consistano questi due atti, partiamo dal secondo perché emesso dall’ente costituito per primo. L’International Court of Justice nacque insieme all’ONU nel 1945 quale suo organo giudiziario per dirimere le controversie fra i membri che ne accettano la giurisdizione (insomma giudica gli Stati e non gli individui). Esaminando una denuncia del Sud Africa presentata nei mesi scorsi contro Israele per genocidio dei palestinesi a Gaza, l’International Court of Justice ha emesso il 24 maggio una sentenza  in cui, secondo le parole del suo Presidente, intima ad Israele di cessare i bombardamenti su Gaza, di aprire il valico di Rafah per far entrare gli aiuti umanitari e di consentire l’ingresso agli organi investigativi ONU.

Al tempo stesso la Corte ha sollecitato il rilascio immediato e incondizionato degli ostaggi israeliani a Gaza, dicendosi preoccupata per la loro sorte.

Tutto ciò avviene nel presupposto che l’ONU sia un governo mondiale riconosciuto e dotato di poteri cogenti. Un presupposto  del tutto infondato. L’ONU non è un organo democraticamente eletto bensì un soggetto di raccordo diplomatico frutto della Seconda Guerra Mondiale (il retaggio del diritto di veto), retto da regole esclusivamente diplomatiche, in base alle quali, ad esempio, da molto tempo la Commissione per i Diritti Umani viene affidata a rappresentanti di Stati dove i Diritti vengono negati sistematicamente. In sostanza l’ONU non rientra nelle democrazie liberali bensì negli organi propri dei rapporti di potere tra entità pubbliche. Ed è ispirato a concetti mondialistici estranei ai principi della libertà individuale dell’occidente, in specie quando i suoi dirigenti si atteggiano a detentori di ruoli globali mai ricevuti dai cittadini. Perciò l’intimazione e il sollecito al rilascio fatti il 24 maggio, esprimono volontà prive di strumenti attuativi e di sanzioni. Nate da logiche mondialiste autoreferenziali e disattente al ruolo dei cittadini.

Giorni prima, il 20 maggio, il procuratore capo della International Criminal Court (fondata nel 1998 con un Trattato firmato a Roma, con sede all’Aia e riconosciuta da 120 Paesi, ma non ad esempio da Cina, Israele, Russia, Stati Uniti), ha chiesto al proprio tribunale  mandati di arresto per i tre capi di Hamas responsabili dell’aggressione del 7 ottobre scorso ad Israele, e per due leader israeliani, Netayahu e il Ministro della Difesa, incolpati tutti e cinque di crimini di guerra e contro l’umanità, il 7 ottobre e a Gaza. La richiesta  (analoga a quella fatta nei confronti di Putin per l’Ucraina) non ha scadenza e può divenire un processo solo con i ricercati presenti fisicamente. Qualora fosse accolta i ricercati sarebbero arrestati entrando in uno dei Paesi che riconoscono l’International Criminal Court. Nel complesso una richiesta in sostanza dimostrativa di una volontà politica espressa al di là del ruolo svolto dall’Organo emittente. 

In ambo i casi, al di là delle fortissime polemiche rispettivamente suscitate per gli effetti antisemiti, è chiara la pretesa dei giudici nel supporre che le norme da loro applicate rappresentino il diritto valido per tutti e ovunque nel mondo. Tale pretesa fa ricadere loro e chiunque la accetti, nel buco nero del passato, quando vigeva l‘ossequio conformista (se non del tutto sottomesso) verso le tradizioni fissate dal credo religioso oppure dal volere dei capi terreni. E in buchi neri del genere restano assai più arretrate sia la conoscenza del mondo circostante agli umani sia le condizioni di vita degli umani stessi. Al giorno d’oggi sarebbe assurdo ripetere questi errori. Al giorno d’oggi per convivere al meglio, è indispensabile seguire i principi sperimentati della libertà, che sono l’individualità dei conviventi, la diversità di ognuno salvo che nei diritti legali, il rispetto delle norme correnti, il passare del tempo. Non dimenticando mai che questi principi non sono immobili, bensì vanno aggiornati in relazione alla realtà del momento, mediante la valutazione dei conviventi tramite voto.

Questa semplice saggezza sperimentata, viene di continuo omessa a vai livelli da troppi  professionisti della magistratura. I quali attribuiscono a sé stessi il compito di interpreti creativi di leggi supposte immodificabili nonché eterne, ed ai conviventi il ruolo di sudditi cui non spetta né valutare i risultati né indicare gli indirizzi legislativi. Una simile attitudine di troppi  professionisti della magistratura,  è sotto più aspetti  un pericolo per la libera convivenza.

In primo luogo, vorrebbe che le regole a proposito delle relazioni del convivere e dei fisiologici conflitti democratici, non fossero  date dai cittadini bensì dall’impianto normativo in sé. In secondo luogo, vorrebbe che fosse l’interpretazione creativa dei magistrati ad indicare il tipo di mondo in cui vivere e a stabilire cosa sia lecito e cosa no. Escludendo del tutto le indicazioni dei cittadini conviventi ed esprimendo l’ansia di affermare tribunali  inflessibili nell’ottica del mondo perfetto dominato dalle elites nel segno di una giurisdizione mondiale.

 Chiunque in politica sia liberale non solo a parole, è impegnato a battersi contro questo attentato alla democrazia liberale. Che oltretutto diffonde nelle istituzioni una mentalità incoerente con l’esercizio della libertà si pensi alla presunzione di vertici ONU e NATO che si arrogano iniziative senza autorizzazione). Della libertà vanno richiamati quotidianamente i principi costitutivi e praticati con coerenza. Nella consapevolezza che costruire la libertà è un’opera faticosa ed impervia, ma assai più produttiva che non seminare promesse e speranze illusorie.

Raffaello Morelli

Pubblicato in : EditorialeTag: cina, commissione, convivenza, democrazia, democrazia liberale, diversità, governo, guerra mondiale, Liberali, magistratura, ministro della difesa, mondo, nato, processo, putin, responsabili, roma, seconda guerra mondiale, stati uniti, valutazione

Info Raffaello Morelli

Per lunghi anni esponente del Partito Liberale Italiano, del quale è stato Vicesegretario nazionale, è stato Consigliere Regionale per la Toscana. Tra i promotori del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e di quello per la riforma Democratica, nonché del referendum per la Riforma ELettorale del 1992. E’ stato vice Presidente del Comitato contro il referendum Renzi del 2016 e componente del Comitato per il SI alla Riduzione dei parlamentari nel 2021.

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